GIA’ A 20 ANNI NESSUNO COME LUI: VITALY SCHERBO

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Vitaly Scherbo in azione – da blogs.20minutes.es

articolo di Giovanni Manenti

La disgregazione dell’impero sovietico, con l’indipendenza ottenuta per primi dai paesi baltici di Estonia, Lettonia e Lituania, comporta che alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 le residue dodici nazioni componenti la “vecchia” Unione Sovietica partecipino come “Comunità degli Stati Indipendenti” sotto la bandiera del CIO.

Tra questi paesi vi è la Bielorussia, nonostante abbia dichiarato la propria indipendenza sin dal 25 agosto 1991, che si estende su di un’area di oltre 200.000 kmq. per una popolazione di circa 9.500.000 abitanti, di cui oltre 2.000.000 residenti nella sola capitale, Minsk.

Ed è a Minsk che, in una gelida giornata di gennaio 1972, vede la luce colui che, vent’anni dopo, strabilia il panorama olimpico divenendo l’unico ginnasta della storia a conquistare ben 6 medaglie d’oro in una singola edizione dei Giochi, vale a dire Vitaly Scherbo che rischia di mettere a repentaglio l’immenso talento con una condotta di vita sregolata e turbolenta.

Fin da ragazzino, Vitaly dimostra una vivacità eccessiva ed una predisposizione alle risse non indifferente, frutto anche della separazione precoce dei suoi genitori, e la madre Valentina – che per lui sognava una carriera diplomatica – lo iscrive all’età di 10 anni ad un corso di ginnastica per cercare di placarne i “bollenti spiriti“.

Vitaly si appassiona a quello sport così polivalente, rendendosi conto di avere una spiccata predisposizione nel districarsi con una agilità e leggerezza fuori dal comune tra i vari attrezzi, al contrario della “versione muscolare” in voga specie tra i maschi, pur se al talento oppone sempre un carattere ribelle, irascibile, financo spocchioso per la disperazione dei tecnici che spesso devono dividerlo dai compagni e controllare le sue fughe dal centro di allenamento per cercare distrazione con donne ed alcool.

La rivalità con i compagni di nazionale è peraltro la molla che porta Scherbo a crescere sino a divenire il campione assoluto, in quanto, come da lui stesso ammesso, “quando stavo a Minsk, pensavo di poter battere chiunque, nel “Centro del Lago dei Cerchi” mi sono reso conto che vi erano ginnasti più forti di me…!!!” ed un primo assaggio delle proprie potenzialità lo mette in mostra agli Europei di Losanna 1990 dove, pur terminando solo quinto nel concorso generale individuale, ottiene i suoi primi tre 0ri alla sbarra, volteggio e corpo libero.

L’appuntamento è rimandato all’anno successivo, ai Mondiali di Indianapolis, dove emerge l’enorme concorrenzialità interna alla squadra sovietica che, per l’ultima volta, partecipa sotto la “bandiera rossa” e schierando, comunque, forse una delle formazioni più forti di sempre, come confermato sia dalla pressoché scontata vittoria nel concorso generale a squadre, che dal podio della prova individuale, monopolizzato con Gregory Misyutin oro, Scherbo argento e Valery Lyukin bronzo.

E mentre, nelle singole specialità, i sovietici ottengono altri tre titoli individuali con ancora Misyutin agli anelli, Valery Belenki al cavallo con maniglie ed Igor Korobchinsky al corpo libero, Scherbo, pur dimostrandosi il più completo dei propri connazionali, deve accontentarsi di due argenti al corpo libero ed al volteggio e di un bronzo alla sbarra.

Il desiderio di emergere, di essere il migliore e, soprattutto, di scavalcare nelle gerarchie dei tecnici federali l’odiato amico/rivale Misyutin, giovane ucraino tutto il suo contrario, riservato, obbediente e silenzioso, portano Vitaly ad affinare quello che lui ha individuato come il suo punto debole, vale a dire gli atterraggi a chiusura dell’esercizio, giurando a sé stesso, dopo l’esito parzialmente negativo dei Mondiali 1991, che “a Barcellona non ne avrei sbagliato uno…!!!“.

Mai stuzzicare nell’orgoglio chi sa di aver maggior talento, dovendo semplicemente applicarsi come i compagni per poter definitivamente dimostrare la propria superiorità, cosa che Scherbo puntualmente fa nell’anno che precede le Olimpiadi catalane del 1992, alle quali si presenta “tirato a lucido“, nonostante lo scetticismo dei propri tecnici, che puntano più sui citati Misyutin, Belenki e Korobchinsky a livello di medaglie.

Mai previsione fu più sbagliata, e la conferma la si ha sin dalle prime due giornate del concorso generale a squadre che, oltre a veder trionfare la “Comunità degli Stati Indipendenti” con largo margine su Cina (dei cui sei rappresentanti, ben cinque portano lo stesso cognome, Li, pur non essendo consanguinei) e Giappone, determina i 36 partecipanti alla successiva prova individuale – ma con un limite massimo di tre ginnasti per nazione – e così Korobchinsky, pur risultando quinto come punteggio, ne viene escluso poiché ai primi tre posti vi sono Scherbo, appunto, Belenki e Misyutin.

E così, mentre Korobchinsky, sconsolato, assiste dalla tribuna alle evoluzioni dei propri compagni, l’assegnazione delle medaglie nel concorso generale individuale altro non è che una “lotta in famiglia“, che si risolve in favore di Scherbo con 59,025 punti davanti a Misyutin e Belenki, rispettivamente valutati dai giudici con 58,925 e 58,625.

L’indiscussa superiorità di Scherbo è confermata dalla sua qualificazione a ben cinque delle sei singole specialità – restando escluso dalle finali ad otto (dove possono partecipare solo due ginnasti per nazione) esclusivamente alla sbarra – e quello che va in onda la sera del 2 agosto 1992 al “Palau Sant Jordi” di Barcellona è uno spettacolo indimenticabile per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di assistervi.

Nessun atleta, di nessuna disciplina olimpica, ha mai conquistato quattro medaglie d’oro in una singola giornata, impresa che, viceversa, riesce a Sherbo il quale, escluso un sesto posto al corpo libero, vinto da uno dei tanti Li cinesi, Xiaoshuang (con Misyutin argento), si aggiudica il titolo al cavallo con maniglie a pari merito con il nordcoreano Pae Gil Su (9,925 per entrambi), per poi salire da solo sul gradino più alto del podio agli anelli (dove, purtroppo, è assente per infortunio il nostro Yuri Chechi) ed alle parallele, precedendo in entrambi i casi il cinese Li Jing, e, classica “ciliegina sulla tortaal volteggio dove ottiene la soddisfazione maggiore, cogliendo l’oro proprio a spese dell’amico/rivale Misyutin (9,856 a 9,781).

Indiscusso protagonista della rassegna catalana – solo Mark Spitz e Michael Phelps hanno ottenuto un maggior numero di medaglie d’oro in una singola edizione dei Giochi, e solo Phelps lo ha eguagliato come titoli in gare individuali – Scherbo si trova però a fare i conti con la “dura realtà quotidiana“, dato che con il dissolvimento dell’ex Unione Sovietica – che dei trionfi sportivi faceva un suo vanto – i premi per gli olimpionici si sono ridotti del 70% e Vitaly, che a dicembre 1991 ha messo su famiglia sposando la sua Irina che le dà una figlia, Krisztina, a gennaio 1993, non naviga nell’oro, avendo oltretutto perso il “gruzzolo” costituito da 21.000 dollari ed 8.000 franchi svizzeri che teneva in casa, sottrattogli da un amico d’infanzia, a cui aveva compiuto la leggerezza di mostrarne il relativo nascondiglio.

E l’occasione gli si presenta durante un “tour postolimpico” organizzato dalla nazionale bielorussa negli “States“, dove Vitaly accetta l’offerta di una allenatrice americana per collaborare alla “Pennsylvania State College“, trasferendosi con la famiglia oltre oceano, ma senza abbandonare la madre patria, tornando puntualmente a Minsk prima di ogni importante manifestazione internazionale.

Praticamente autodidatta, allenandosi da solo, Scherbo conferma la sua immensa classe continuando a dominare la scena anche ai Campionati Mondiali di Birmingham 1993 (oro nel concorso generale, al volteggio ed alle parallele, argento al corpo libero), Brisbane 1994 (oro al volteggio, sbarra e corpo libero, bronzo nel concorso generale) e Sabae 1995 (oro alle parallele ed al corpo libero, argento nel concorso generale e bronzo al volteggio), preparandosi per una seconda Olimpiade da protagonista ai Giochi di Atlanta 1996, quando la sorte, ancora una volta, gli gira le spalle.

E stavolta accanendosi su ciò che ha di più caro al mondo, l’amata moglie Irina, che il 13 dicembre 1995 perde il controllo della sua BMW su di una strada ghiacciata e si schianta contro un palo, riportando una serie di fratture e lesioni interne per le quali i medici riferiscono a Vitaly come abbia “una probabilità su 100 di salvarsi“.

Scherbo si vede cadere il mondo addosso, smette di allenarsi per vegliare in ospedale la moglie in coma, e quando non è accanto a lei lo puoi trovare al bar a riempirsi di vodka; sembra la fine di tutto, ma in suo soccorso giunge un ex compagno di nazionale, Alexander Kolyvanov, anche lui trasferitosi negli Usa ed al tempo vice allenatore presso Iowa University.

Kolyvanov lo convince a smettere di bere e a riprendere ad allenarsi, tappezzando il muro della camera della moglie di foto scattate a Vitaly ed alla figlia, così che, se dovesse riaprire gli occhi in sua assenza, l’avrebbe comunque trovato accanto.

Scherbo, anche se un po’ riluttante, accetta i consigli dell’amico e, quando un mese più tardi, Irina si risveglia dal coma, decide che parteciperà ai Giochi soprattutto per lei; l’inattività e gli abusi ne hanno minato la freschezza, deve anche fare i conti con una spalla a pezzi e scarica sui giudici le sue insofferenze, ma il pubblico americano (sempre molto disponibile con gli ex sovietici che decidono di vivere negli States), a conoscenza del dramma umano da lui vissuto, gli tributa ovazioni ad ogni esercizio, che la sua immensa classe consente di completare in maniera da conquistare comunque quattro medaglie di bronzo (concorso generale, volteggio, parallele e sbarra).

E’ questa la sua ultima apparizione a livello internazionale, ancorché appena ventiquattrenne, poiché un successivo incidente in moto che gli procura la frattura di una mano lo costringe al ritiro prima dei Mondiali di Losanna 1997, ma in fondo forse è meglio così, non sarebbe stato né giusto né corretto che il ricordo del forse più grande ginnasta di ogni epoca venisse “macchiato” dall’esibizione di una patetica controfigura della “leggenda ammirata a Barcellona.

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