SI CONCLUDE A SEUL 1988 IL QUADRIENNIO D’ORO DEL VOLLEY USA

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La squadra Usa di volley a Seul 1988 – da fivb.org

articolo di Giovanni Manenti

Volley what…???“, è la risposta che con ogni probabilità avreste ricevuto se aveste posto, ad inizio degli anni ’80, la domanda se conoscessero la pallavolo alla maggioranza degli sportivi del paese più professionistico al mondo, vale a dire gli Stati Uniti, con percentuali che avrebbero potuto anche sfiorare il 100% qualora riferite alla popolazione della Costa Orientale.

Già, perché talmente impegnati a seguire i quattro grandi campionati professionistici della NFL (football, ma non come lo intendiamo noi europei), NHL (hockey su ghiaccio), NBA (basket) e MLB (baseball), ben poco si sa di uno sport come il volley che non ha un proprio campionato professionistico, quand’anche il “soccer” ha avuto il suo primo periodo d’oro con la NASL che, dal 1967 al 1984, ha riciclato vecchi campioni europei e sudamericani, quali Beckenbauer, Cruijff, Eusebio, Chinaglia, Carlos Alberto, Pelè e molti altri.

Ed anche se una tale situazione può apparire grottesca, dato che il volley è stato inventato proprio negli Stati Uniti da un tale William Morgan nel Massachusetts nel 1895, l’unico torneo di pallavolo nazionale era a livello di college, il “NCAA Men’s National Collegiate Volleyball Championship“, in cui regnava il dominio pressoché assoluto delle università californiane, dove imperava il volley outdoor, vale a dire praticato sulle ridenti spiagge della costa occidentale, che poi porterà un sostanzioso contributo al medagliere statunitense dall’introduzione del beach volley alle Olimpiadi, sia in campo maschile che femminile.

Sino a fine anni ’70, i risultati della nazionale Usa nelle maggiori competizioni internazionali erano stati in verità alquanto miseri, avendo partecipato a sole due delle cinque edizioni dei Giochi dall’introduzione del volley a Tokyo 1964, classificandosi noni in Giappone e settimi quattro anni dopo a Città del Messico, mentre non molto meglio erano andate le cose ai campionati del Mondo, in quanto nelle prime dieci edizioni il miglior piazzamento raggiunto era stato il sesto posto nel 1956, con deludentissimi risultati nelle ultime quattro rassegne iridate (18. nel 1970, 14. nel 1974, 19. nel 1978 e 13. nel 1982), circostanze che ben difficilmente potevano far prevedere una inversione di rotta in vista delle Olimpiadi casalinghe di Los Angeles 1984.

Il primo passo consiste nell’affidarsi ad un allenatore capace, con le idee chiare ed in grado di far lavorare bene i ragazzi, e la scelta ricade su Doug Beal, già selezionato in veste di giocatore per tre Olimpiadi e due campionati mondiali, il quale prende la guida della Nazionale nel 1977 e la sua prima saggia decisione è quello di fornire il “Team Usa” di un centro fisso per gli allenamenti, inizialmente creato a Dayton, in Ohio e poi trasferito in California, a San Diego a partire dal 1981, dato che la maggioranza dei giocatori era di quelle parti.

La seconda mossa è stabilire un preciso programma di allenamenti, da Beal impostato – a differenza di quanto sinora avvenuto nell’Unione Sovietica, capace di vincere 6 delle prime 10 edizioni dei Mondiali – sulla specificità dei ruoli, un’autentica innovazione a livello mondiale, mentre in Europa orientale vige la regola del “tutti devono saper fare tutto“.

Ma tutto ciò sarebbe risultato probabilmente inutile se fosse mancato il terzo e più fondamentale elemento per costruire un gruppo vincente, e su questo versante non si può certo dire che Beal non sia stato fortunato, avendo a disposizione un certo Karch Kiraly che impersonifica al massimo la figura del leader, capace con il proprio esempio di trascinare e far rendere al meglio i propri compagni.

Kiraly, nato nel novembre 1960 da genitori ungheresi (il cui nome Karch significa “re” in magiaro) si mette in evidenza nel torneo NCAA nelle fila di UCLA – la celebre università di Los Angeles in cui militò anche Kareem Abdul Jabbar nel basket – con cui, nei suoi quattro anni al college, conquista i titoli nel 1979, 1981 e 1982, venendo sconfitto nella finale 1980 dagli acerrimi rivali di USC (University of South California), vantando un fantastico record complessivo di 123 vittorie a fronte di sole cinque sconfitte, con i tornei 1979 ed 1982 conclusi imbattuti.

Terminata l’esperienza universitaria, Kiraly si aggrega al gruppo formato da Doug Beal unitamente al compagno di squadra Aldis Berzins, con cui mette in pratica la tattica ideata dal coach di affidare a due soli uomini – loro due, appunto – la ricezione sulla battuta avversaria, concentrando poi l’attacco al palleggiatore Dusty Dvorak per alimentare la fase offensiva e Kiraly dà dimostrazione di eccelse qualità come ricevitore, non meno che quale schiacciatore, il classico “universale” come suol definirsi un giocatore con tali caratteristiche, mentre altro apporto fondamentale lo fornisce lo schiacciatore principe di South California, Steve Timmons.

Facilitato dal fatto di avere i suoi ragazzi a disposizione tutto l’anno, Beal li sottopone a massacranti sedute di allenamento, sia dal punto di vista fisico che tecnico-tattico, circostanza che lo porta ad affrontare i Giochi di Los Angeles con una striscia vincente di 24 successi consecutivi, sia pur in incontri amichevoli, incluse tre vittorie a danno dell’Urss che, per le noti vicende legate al boicottaggio, non è presente alle Olimpiadi, al pari di altre formazioni del calibro di Polonia, Cuba e Bulgaria, qualificatesi per le Olimpiadi e sostituite, unitamente all’Unione Sovietica, da Cina, Tunisia, Italia e Corea del Sud.

Le 10 nazioni presenti vengono suddivise in due gironi, ed ai padroni di casa tocca indubbiamente l’abbinamento più difficile, venendo inseriti nel gruppo A assieme alle quotate Brasile ed Argentina, vedendo interrompersi la propria striscia vincente proprio ad opera dei brasiliani, che si affermano con un netto 3-0 (15-10, 15-11, 15-2) a loro necessario per chiudere in testa il girone ed affrontare in semifinale l’Italia, giunta seconda nell’altro raggruppamento dietro al Canada a causa della sconfitta per 2-3 subita dai ragazzi di Prandi dopo essere stati in vantaggio per 2 set a 0.

Le due semifinali non hanno storia, anche se l’Italia si aggiudica il primo set contro il Brasile, subendo poi una dura lezione negli altri tre ed uscendo sconfitta con un 1-3 (15-12, 2-15, 3-15, 5-15) che la dice lunga sulla superiorità dei sudamericani, così come gli Stati Uniti dispongono agevolmente per 3-0 (15-11, 15-12, 15-8) dei “cugini della foglia d’acero“.

E così, mentre l’Italia va per la prima volta a medaglia in un’Olimpiade superando con analogo punteggio di 3-0 i canadesi, agli Usa è data l’opportunità di vendicare la sconfitta subita nel girone eliminatorio e la risposta fornita sul parquet della “Long Beach Arena” è di quella che non lascia spazio a recriminazioni, con i brasiliani, che annoverano tra le loro fila campioni che giocheranno anche in Italia quali Rajzman e Dal Zotto, spazzati via con un 3-0 umiliante nei parziali (15-6, 15-7, 15-7) in favore di Kiraly & Co.

Certamente, il fatto che fossero assenti le squadre del blocco sovietico inficia il valore dell’oro conquistato, che ha però il merito di dare fiducia ed autostima ad un gruppo che ora si prepara ad affrontare le sfide a livello universale, ad iniziare dalla World Cup 1985 che ha luogo in Giappone dal 22 novembre all’1 dicembre e vinta con 7 successi su altrettanti incontri, ivi compresi un 3-0 alla Cecoslovacchia e, soprattutto, un 3-2 all’Unione Sovietica al termine di un’epica battaglia (11-15, 19-17, 15-9, 9-15, 15-12).

Con questo viatico, gli Stati Uniti si presentano ai Campionati mondiali 1986 in Francia in calendario dal 25 settembre al 2 ottobre, mantenendo in squadra il quartetto storico formato da Kiraly, Timmons, Dvorak e Saunders, ai quali si aggiungono il fortissimo palleggiatore Jeff Stork, Doug Partie e lo schiacciatore dal cognome impronunciabile, Bob Ctvrtlik.

Inseriti nel gruppo D, gli Stati Uniti, alla cui guida Doug Beal ha passato il testimone a Marv Dunphy, regolano facilmente Giappone (3-1), Grecia (3-0) ed Argentina (3-0), qualificandosi per la seconda fase a 12 squadre in cui vengono abbinati ad Unione Sovietica, Cuba, Argentina, Polonia e Giappone, portandosi dietro i citati successi acquisiti nel primo girone di qualificazione contro asiatici e sudamericani.

E qui, dopo facili successi per 3-0 sulla Polonia e per 3-1 su Cuba (non tragga in inganno il set perso, i parziali sono inequivocabili: 15-7, 16-18, 15-5, 15-7), l’1 ottobre gli Stati Uniti incontrano l’Urss, anch’essa a punteggio pieno, per stabilire il primo posto nel raggruppamento ed il diritto ad incontrare, in semifinale, un Brasile desideroso di riscattare l’argento olimpico, e ad avere la meglio sono i sovietici che si impongono abbastanza nettamente per 3-1 (15-10, 15-9, 9-15, 15-12).

L’occasione per la rivincita si presenta appena quattro giorni dopo, avendo sia i sovietici che gli americani disposto agevolmente dei rispettivi avversari in semifinale (Bulgaria e Brasile), entrambe sconfitte con un secco 3-0, e l’incontro che va in scena all’Omnisport Arena d Parigi-Bercy è uno di quelli che resta nella memoria del volley mondiale, con gli Usa sotto di un set (12-15), che si impongono nei tre successivi parziali coi punteggi di 15-11, 15-8 e 15-12, così togliendo all’Urss del “santone” Platonov in panchina e dei fuoriclasse Vyacheslav Zaytsev (sì, proprio il padre di Ivan, l’attuale schiacciatore azzurro) in regia ed Aleksandr Savin in attacco il titolo che da due edizioni (Italia 1978 ed Argentina 1982) era loro appannaggio.

Resta ora, per completare un fantastico quadriennio, cercare di replicare il successo olimpico di quattro prima a Los Angeles ai Giochi della riconciliazione di Seul dove tutte le nazioni (eccezion fatta per Cuba ed Etiopia, tra le principali) tornano finalmente a competere dopo le due edizioni dimezzate a causa degli assurdi boicottaggi.

Coach Dunphy chiede l’ultimo sforzo al suo gruppo ed il sestetto base formato da Stork, Kiraly, Timmons, Saunders, Partie e Ctvrtlik si fa trovare pronto all’appuntamento coreano sin dal girone eliminatorio dove, inserito nel gruppo B assieme ad Argentina, Francia, Olanda, Tunisia e Giappone, ottiene cinque vittorie su altrettanti incontri, soffrendo solo contro gli ostici sudamericani con cui si impone per 3-2 rimontando da 0-2 con i parziali di 11-15, 11-15, 15-4, 17-15, 15-7 così salvando il primo posto ed andando ad incrociare in semifinale gli storici rivali brasiliani, mentre agli argentini tocca l’Unione Sovietica, che aveva peraltro accusato un passaggio a vuoto proprio contro i verdeoro, venendo sconfitta per 2-3.

Le due semifinali hanno però poca storia, con il “Team Usa” che ribadisce la propria netta superiorità sul Brasile con un inequivocabile 3-0 sancito dai parziali di 15-3, 15-5, 15-11, mentre solo leggermente più complicato è il compito dei sovietici che si impongono anch’essi per 3-0 sull’altra sudamericana (15-11, 17-15, 15-8 i parziali), così da poter replicare la finale mondiale di due anni prima, sperando in un esito diverso.

Pur se “Sua Maestà” Savin si è ritirato dalle scene, l’Urss è sempre una squadra temibile, potendo contare, oltre a Zaytsev, su altri campioni del calibro di Losev, Sapega e Cherednik, ma l’esito dell’atto conclusivo di Seul non fa che ricalcare la finale di Parigi, con i sovietici che vanno in fuga aggiudicandosi il primo set per poi subire la rimonta “a stelle e strisce” che consente agli Stati Uniti – coi parziali di 13-15, 15-10, 15-4 e 15-8 – di concludere come meglio non si potrebbe un quadriennio d’oro che, in futuro, li vedrà salire nuovamente sul più alto gradino del podio olimpico solo nell’edizione di Pechino 2008.

A Giochi conclusi, i migliori giocatori statunitensi prendono la strada dell’Europa, segnatamente l’Italia, con Partie che si accasa a Modena, Kiraly e Timmons che in due anni vincono tutto quel che si può conquistare con il Messaggero Ravenna, imitati da Jeff Stork che fa altrettanto con la Maxicono Parma, dando un loro importante contributo alla crescita esponenziale del volley azzurro che, sotto la guida di Julio Velasco, dominerà in campo mondiale per un decennio.

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