IL CAPORALE E IL COLONNELLO: SMITH-NASTASE, FINALE A WIMBLEDON 1972

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Stan Smith in azione – da bnrd.es

Era l’epoca lontana dell’Est e dell’Ovest, della contrapposizione dei due blocchi, il Muro di Berlino era ben lungi dall’esser crollato e il professionismo sportivo, per sciocche ragioni ideologiche, bandito al di là della cortina di ferro. Ilie Nastase, campione rumeno, era pertanto un amatore della racchetta ed aveva un mestiere: era un militare. Di più, per i servizi resi al suo paese, il presidente Ceausescu l’aveva addirittura nominato colonnello! Ragionevolmente si può dubitare che il “colonnello” Nastase abbia mai esercitato quel grado di prestigio, nondimeno poteva uscire dai confini di Stato, girare il mondo del tennis e rappresentare la Romania in Coppa Davis.

Il caso vuole che proprio negli anni 1971 e 1972 l’americano Stan Smith fosse a sua volta chiamato alle armi. Di stanza a Washington, usufruiva di permessi che gli consentivano di praticare l’attività di tennista di livello ed è con il grado di caporale che a sua volta é autorizzato a disimpegnarsi in Coppa Davis e presentarsi all’appuntamento con il torneo di Wimbledon nel giugno del 1972. In assenza dei professionisti sotto contratto con il WCT, tra questi il campione uscente John Newcombe, così come Laver, Rosewall e Arthur Ashe, a cui dal primo gennaio è fatto divieto di partecipare alle competizioni ufficiali, sono pertanto due uomini dell’esercito ad occupare la scena per l’anno in corso: chi mai l’avrebbe detto tre anni prima, quando si era aperta l’era Open del tennis?

A Wimbledon è in un tabellone zoppo che Smith e Nastase, prime due teste di serie, andranno a disimpegnarsi, con l’intento di ritrovarsi il 9 luglio, giorno della finale. Gli altri pretendenti al titolo, ad onor del vero, hanno poche chances di cogliere il trofeo dell’All England Lawn Tennis and Croquel Club: due specialisti della terra battuta (Orantes numero 3 e Kodes numero 5), qualche vecchio marpione (Gimeno numero 4, Barthes numero 6 e Hewitt numero 7) e per la prima volta un sovietico (Alex Metreveli, numero 8).

Il torneo non riserva grosse sorprese, e solo la pioggia, che da queste parti non manca mai, turba lo svolgimento della rassegna innaffiando i prati in abbondanza. Tanto che per la prima volta la sfida decisiva slitta alla domenica, interrompendo una tradizione quasi centenaria. Ai primi turni si mette in evidenza un altro americano, giovane e di sicuro avvenire, tale Jimmy Connors, 19 anni, che al debutto elimina proprio Hewitt, 6-3 9-7 7-5, per poi fare altrettanto ai sedicesimi con un altro giovanotto di belle speranze, Adriano Panatta, battuto 6-3 0-6 6-4 8-6. Con il gioco d’attacco da fondocampo, il rovescio bimane, la capacità in risposta e un temperamento da guerriero indomito, Connors si spinge addirittura fino ai quarti, con lo scalpo anche di Jauffret agli ottavi, 6-2 6-3 6-3, per arrendersi poi proprio a Nastase ai quarti, nettamente, 6-4 6-4 6-1. Un incrocio tra i due comunque produttivo, se è vero che l’anno dopo faranno coppia nel torneo di doppio. Vincendo.

Nel frattempo Smith rispetta il suo status di numero 1 del seeding, battendo d’entrata il tedesco Plotz e il rodesiano Irvine, lasciando un set a Sandy Mayer uscito dalle qualificazioni e all’australiano Fletcher, regolando Kodes e Metreveli (che curiosamente dodici mesi dopo si troveranno di fronte in finale in un’edizione del torneo ancor più penalizzata dalle assenze) per addivenire al match decisivo con Nastase, che dopo Connors demolisce ancora in tre set Orantes in semifinale, 6-3 6-4 6-4, presentandosi puntuale all’appuntamento del 9 luglio sul Centre Court più famoso del mondo.

Il caporale Smith e il colonnello Nastase infine si danno battaglia, fortuna vuole che sia un combattimento pacifico, a dispetto dei blocchi ideologici che rappresentano. Si conoscono bene, per essersi più volte affrontati, e in prospettiva della finale di Coppa Davis che andrà in scena di lì a qualche mese a Bucarest, il duello di Wimbledon non solo regalerà l’immortalità, ma sarà pure un eccellente biglietto da visita e motore psicologico per l’incontro a squadre.

Fin da subito il match è meravigliosamente bello ed incerto. Nastase mette in bacheca il primo set, 6-4, deliziando la folla, nondimeno comincia a dar qualche segnale di nervosismo. Cambia più volte racchetta, infine torna alla prima utilizzata per poi, platealmente, camminarne sulle corde come se queste fossero troppo tese. Smith, baffuto e dal gioco elegante e redditizio a rete, ne approfitta per ribaltare la situazione con un duplice 6-3, portandosi in vantaggio due set a uno. Il rumeno non si arrende, ancora 6-4 al quarto set e così la sfida verrà risolta al parziale decisivo. Ancor più eccitante. I due avversari rimangono incollati l’uno all’altro fino al 4-4: è il momento di forzare il destino e i due campioni lo sanno. Smith serve ma due risposte di Nastase lo fulminano, 0-30. Ancora un passante e potrebbero essere tre palle-break per il rumeno, che tanto somiglierebbero all’occasione per chiudere il match. “A quel momento ho pregato“, racconterà l’americano in conferenza stampa. Perché Smith, fervente credente, trova nella religione l’ancora di salvataggio per uscire da una situazione sportivamente drammatica. Serve e segue a rete, Nastase risponde e sembra poter passare il rivale che si distende, tocca la palla con la punta della racchetta e deposita di là dal net il 15-30 anziché lo 0-40. E’ l’attimo in cui la partita cambia padrone. Nastase accusa il colpo, Smith tiene infine il servizio e sul 5-4 ha pure due match-ball. Tocca a Ilie uscire dal baratro, ci riesce impattando a 5-5 ma poco dopo, sul 6-5 Smith, perde il controllo del suo turno di battuta mettendo in rete un facile smash che consegna il titolo all’americano.

Smith salta la rete ebbro di felicità e corre ad abbracciare Nastase, testa tra le mani costernato e che avrà modo di dire “ci sono andato così vicino…“. Bene, caporale Smith, complimenti, sei tu il campione di Wimbledon: hai battuto il colonnello ma è stata una giornata di festa, perché lo sport è gioia e non guerra. Quella, i due militari con la racchetta, la ripudiano, sempre.

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