DORINA VACCARONI, LA RAGAZZA TERRIBILE DEL FIORETTO ITALIANO

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Dorina Vaccaroni – da melochiede.it

articolo di Gabrielle Fredianelli

Le idee sono sempre state chiare, fin troppo: “La scherma è come la boxe: l’avversario è un nemico da uccidere” (ipse dixit). Non è stata mica una delle tante, Dorina Vaccaroni. E non solo per il vasto curriculum sportivo, non esclusivamente nel suo fioretto: i tre metalli vinti alle Olimpiadi, in quattro edizioni dei Giochi; i cinque ori mondiali; la seconda carriera nel ciclismo che prosegue tuttora, oltre i cinquanta d’età e di là dall’Oceano. Ma anche per tutto il resto dentro e fuori la pedana.

Un personaggio controverso, la veneziana. Tanto amata dal pubblico quanto sopportata a malapena dall’establishment delle lame. Eppure prima del Dream Team e della Vezzali, negli anni ’80 la scherma italiana in rosa fu lei.

La lunga treccia, le unghie colorate, i capelli biondi, l’aria sbarazzina, le tante copertine a lei dedicate, il matrimonio (breve) con un calciatore (l’ex-viola Andrea Manzo). “La ragazza terribile della scherma italiana, quella bella, viziata, capricciosa” secondo le parole di Emanuela Audisio, alla quale in un’intervista confessò: “Ho sofferto per l’invidia delle altre. Ero una ragazzina, avevo 17 anni, un aspetto molto femminile, gli anelli, la treccia, gli orecchini, gli orsacchiotti di peluche dentro la sacca dei fioretti. Sorridevo sempre. E tutti a dire: se la tira, è una diva, è arrogante, è viziata. Mi odiavano, provavano un gusto enorme a battermi, erano gelose e me la facevano pagare“.

Classe ’63, allieva a Mestre del mitico Livio Di Rosa, Dorina comincia a raccogliere allori già negli anni giovanili, prima di esordire ancora non diciassettenne alle Olimpiadi di Mosca del 1980, con un incoraggiante sesto posto individuale e il quinto a squadre. L’81-’82 è il biennio della sua esplosione: Coppa del Mondo, titolo europeo e mondiale a squadre. Nell’83 è campionessa del mondo individuale e a squadre e piazza il tris consecutivo in Coppa del Mondo.

L’appuntamento con la storia è a Los Angeles 1984: per lei arriva però solo il bronzo individuale, frenata da problemi fisici. Ma si tratta comunque dell’inizio di una escalation a cinque cerchi. A Seul sarà argento a squadre, dopo una finale con la Germania con non poche polemiche sull’arbitraggio (il presidente di giuria si toglie la giacca e abbandona gli assalti per protesta). A Barcellona oro a squadre, con Francesca Bortolozzi, Margherita Zalaffi, Giovanna Trillini e Diana Bianchedi.

L’anno dopo, nel 1993, lascia l’attività agonistica, a nemmeno trent’anni, prima di tornare in pedana nel ’98 per vincere i titoli italiani di Terza e Quarta Categoria. Nel 2000, già madre di due figlie, si dà al ciclismo e in particolare alla gran fondo, vincendo il titolo italiano master, arrivando seconda al mondiale e passando nel 2005 pure al professionismo per una stagione. Vegetariana della prima ora, vive ora a Los Angeles, si dedica all’ultracycling e nel mezzo ha provato, in questo raro caso senza successo, a fare un salto nel mondo della politica.

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