VINCENZO MAENZA, UN POLLICINO NELLA HALL OF FAME

MAENZA
Vincenzo Maenza a Los Angeles 1984 – da medicinasportonline.eu

articolo di Massimo Bencivenga

Ci sono atleti che vediamo una volta ogni quattro anni. Sono i Pellielo, i Campriani, le Vanessa Ferrari e le Jessica Rossi. In parte anche gente come Tania Cagnotto; in parte perché la tuffatrice ha saputo ritagliarsi spazi anche negli anni tra i cinque cerchi.

E sono quegli atleti che, benché molto meno pagati di altri nostri rappresentanti, spesso fanno sventolare il nostro tricolore più in alto degli altri. E in qualche caso fanno anche sentire anche due volte l’inno di Mameli. Come nel caso di Vincenzo Maenza, detto Pollicino.

Pollicino per le sue dimensioni, ma un vero gigante dell’Italia olimpica dal momento che è uno dei pochi ad essere riuscito a bissare l’oro olimpico. In una disciplina, per giunta, come la lotta greco-romana, che rappresenta forse il retaggio più moderno delle vestigia olimpiche del tempo che furono, quando, si dice, anche Pitagora vinse una medaglia nel pugilato.

Una disciplina che sembra astrusa allo spettatore casuale, ma che, accanto a una certa componente muscolare, richiede nondimeno abilità tecniche e una certa intelligenza tattica. E’ anche una disciplina nella quale ci può essere la fine dell’incontro per “manifesta inferiorità“.

Romagnolo di Imola, ma di sangue meridionale, Maenza entrò in palestra per irrobustirsi un po’ e non ne uscì più. Era piccolo, ma del resto ci sono le categorie di peso, ma il talento s’intravide subito. A 16 anni, nel 1978 debuttò in nazionale. E fu settimo a Mosca 1980.

La vittoria alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 non arrivò come un fulmine a ciel sereno. Il nostro Pollicino, che gareggiava nella categoria 48 Kg, aveva già vinto i mondiali nel 1982. E’ stato favorito dall’assenza degli atleti del blocco d’Oltrecortina. Anche questo venne detto all’epoca. Ma a Seoul c’erano ed eccome. E fu proprio contro un polacco, Andrzej Glab, che bissò il successo.

Ricordo bene quel giorno e quelle Olimpiadi, funestate dal doping di Ben Johnson, ma impreziosite dalle performance di Matt Biondi e di un altro che meriterebbe maggiore ribalta: Greg Louganis. Il tuffatore statunitense dal cognome greco, ma con geni samoani e svedesi nel cromosoma, vinse la gara dal trampolino nello stesso giorno di Menza, anche lui bissando l’oro californiano.

Un altro atleta dell’Est si frappose tra lui e la terza medaglia d’oro a Barcellona 1992. L’ucraino (ex sovietico) Oleg Kucherenko. L’ucraino si dimostra scaltro al limite della scorrettezza. Nel momento in cui l’italiano allunga la mano per dare il via alle ostilità, un gesto sportivo a tutte le latitudini, Kucherenko non trova di meglio che approfittarne e schienare Maenza.

Quell’inizio rovinoso non verrà più recuperato anche per via della tattica (vi ricordate che sopra ho detto che la lotta greco-romana è molto tattica?) sparagnina, catenacciara e piena di melina dell’ucraino. Alla fine fu argento per Vincenzo “Pollicino” Maenza.

Ma quanti azzurri possono vantare un palmares (solo olimpico) comprendente due ori e un argento? Una grandezza pienamente riconosciuta a livello mondiale.

Vincenzo Maenza, nel 2005, è stato introdotto nella Hall of Fame della Federazione Internazionale di Lotta.

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