URUGUAY CAMPIONE E LA TRAGEDIA DEL MARACANA’

Uruguay-Brasile 2-1, Ghiggia sigla la rete della vittoria.jpg
La rete decisiva di Ghiggia – da storiedicalcio.altervista.org

Facciamo un salto dalle parti del Maracanà. Ma quello vetusto e sovraffollato del 1950, costruito nell’intento di accogliere gli eroi del calcio, invece teatro di una tragedia che a quelle latitudini ebbe proporzioni bibliche. Tanto che a confronto, quelle greche, retrocedono al rango di spiacevole contrattempo.

Dicevamo: 200.000 invasaticarioca“, che il pomeriggio del 16 luglio si accalcano sugli spalti del mastodonte in pietra, certi che da lì a qualche ora sarà festa grande. I presupposti, in effetti, per il Brasile ci sono tutti. Un Mondiale giocato in casa e che si sta risolvendo in un successo di gioco e pubblico, una Nazionale che vince e convince, l’ultima avversaria prima dell’apoteosi, l’Uruguay, sì forte ma che non pare poter rappresentare un ostacolo invalicabile.

Il Brasile, inderogabilmente in completo bianco che all’epoca è il colore della tenuta da football, ha sorvolato il torneo facendo un sol boccone degli avversari. Se al primo turno aveva battuto proprio al Maracanà il Messico (4-0 all’esordio con doppietta di Ademir e reti di Jair e Baltazar) e la Jugoslavia (2-0, a segno ancora Ademir e Zizinho), pareggiando poi a San Paolo con la Svizzera (2-2, una doppietta di Fatton a vanificare le reti di Alfredo e Baltazar), nel girone finale ha demolito Svezia (7-1 con un poker dell’incontenibile Ademir) e Spagna (6-1) confermandosi un’irresistibile macchina da gol.

Flavio Costa, ex-centrocampista del Flamengo diventato Commisario Tecnico, ha a sua disposizione un’ampia rosa di fuoriclasse, Chico, Zizinho, Jair, Friaca e Ademir su tutti. L’obiettivo di diventare campione del mondo, per il Brasile eliminato al primo turno nel 1930 e nel 1934 e sconfitto dall’Italia in semifinale nel 1938, è assolutamente realistico. Il Campionato Sudamericano dell’anno prima, giocato proprio in Brasile, ha riportato in patria un titolo che mancava dal 1922 e la convinzione di bissare quel successo, a livello planetario, è totale.

Le due vittorie nel girone finale, a cui l’Uruguay ha risposto con un sofferto 2-2 con la Spagna ed una vittoria stentata, 3-2, con la Svezia, in entrambi i casi rimontando uno svantaggio di 2-1 e ringraziando le prodezze di Ghiggia e Miguez, lasciano alla squadra di Costa la possibilità di poter contare su due risultati su tre, pareggio o vittoria. L’Uruguay deve vincere, forzatamante, se vuole il titolo e per farlo la squadra diretta da Lopez Fontana non deve battere solo i favoritissimi padroni di casa, ma deve andare oltre il sogno di una Nazione intera e la presunzione di una stampa già pronta, la mattina stessa della sfida decisiva, ad uscire con titoli inneggianti a caratteri cubitali ai “nostri campioni del mondo“.

Errore. Madornale errore, quando dall’altra parte dello schieramento c’è un capitano come Obdulio Varela, che all’intervallo tuonerà con i compagni con un “quelli là fuori non esistono“, solleticandone l’orgoglio e scatenandone il desiderio di rivalsa; c’è un campione come Juan Alberto Schiaffino che è tra i più grandi ad aver calcato il palcoscenico mondiale e qualche anno dopo delizierà la Milano sponda rossonera; c’è un certo Alcide Ghiggia che pure lui in quanto a classe non è proprio uno sprovveduto e ci sono un portiere come Maspoli e un attaccante come Oscar “Cotorra” Miguez che non sono certo dei pivelli. Insomma. Mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, dovrebbe suggerire ai brasiliani, che invece non sembrano far tesoro della lezione subita a Marsiglia dodici anni prima.

Ore 15 del 16 luglio, dunque. Oltre 173.000 spettatori paganti, forse poco meno di 200.000 sulle tribune, e l’atmosfera di festosa e delirante certezza che non si addice proprio a novanta minuti ancora da disputare. In effetti la sfida è equilibrata. Ademir, bomber del torneo con 8 reti, e Chico che ha messo a segno due doppiette nelle gare precedenti con Svezia e Spagna, sono ben contenuti dalla difesa della “Celeste“, che si arrocca attorno a Varela e regge l’assalto del Brasile. Fino ai primi secondi della ripresa, quando lo stesso Ademir serve Friaca che con un preciso rasoterra batte Maspoli firmando l’1-0. Se la certezza ancor prima era matematica, beh, ora non c’è più nessun ragionevole dubbio su chi siano i campioni del mondo e sugli spalti, in largo anticipo sul fischio di chiusura dell’arbitro Reader, della Federazione Inglese, cominciano i cori inneggianti ai vincitori.

E invece… se Varela suona la carica mettendo in campo tutto quell’ardore e quel carisma di cui Madre Natura lo ha dotato, sull’asse Ghiggia-Schiaffino nasce al 66′ l’azione che porta al pareggio proprio del futuro giocatore del Milan, lesto ad infilare Barbosa. Il Brasile accusa il colpo così come i primi segni di stanchezza, Ghiggia impreversa sulla fascia sinistra e al 79′, al termine di un affondo perentorio e sfruttando il mal posizionamento del portiere Barbosa, mette a segno la rete del sorpasso. 2-1. Definitivo e narcotizzante degli orgasmi brasiliani. Che di colpo si acquietano, trasformando il catino del Maracanà rigurgitante passione sudamericana in qualcosa di molto, troppo simile, ad un luogo di disperazione, cupo e silenzioso laddove poco prima si innalzavano urla e canti di gioia.

Al triplice fischio di chiusura la tragedia si consuma. Senza esclusione di colpi. Se sugli spalti la follia autodistruttiva dilaga e in tanti giungono al gesto estremo, Jules Rimet, per il quale “era tutto previsto tranne il trionfo dell’Uruguay“, furtivamente consegna la Coppa del Mondo a Varela in un clima surreale. Il cataclisma si è abbattuto sul Brasile e le sue genti; ci vorranno otto anni ed un giovanotto di nome Pelè per infine sollevare al cielo quella coppa maledetta.

Lo chiamarano e tutt’oggi è conosciuto come il “Maracanazo“… l’onda lunga di quella disfatta sportiva ancor oggi aleggia sull’impianto più famoso del mondo, anche se nel frattempo, non distante, a Belo Horizonte, un altro dramma, il “Mineirazo“, ha in parte levigato quella ferita, che data 16 luglio 1950. Sai che soddisfazione…

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