REGGIE LEWIS, EROE DI BOSTON TRADITO DAL CUORE

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Reggie Lewis in azione – da atlantablackstar.com

Reggie Lewis era il giocatore che i Boston Celtics avavo eletto per la loro rifondazione e che avrebbe dovuto assicurare ai “bianco-verdi” la perennità dopo il ritiro del leggendario Larry Bird.

Già, avrebbe… perché poi il destino, a volte crudele con gli eroi dello sport, si è messo di mezzo e per il povero Reggie quello che doveva essere un luminoso avvenire si è ahimé tramutato in un tragico e prematuro appuntamento con la morte.

Nato a Baltimora il 21 novembre 1965, Reggie Lewis studia ed esercita basket alla Northeastern University di Boston. Ala piccola di 201 centimetri, viene scelto al primo giro del Draft del 1987 proprio dai Celtics, che già stanno iniziando a programmare il dopo-Bird, ventiduesimo miglior prospetto di una sessione che ha in David Robinson il numero uno. Anche se il “biondo” è ancora lungi dall’appendere le scarpette al chiodo.

Ad onor del vero la stagione da rookie di Lewis è più panchina che parquet, 4,5 punti in poco più di 8 minuti di utilizzo a partita, ma già la stagione successiva, 1988/1989, Reggie comincia a dar segnali di classe purissima. Passa a 18,5 punti di media, stampandone ben 39 in faccia a “Sir” Charles Barkley, non proprio uno qualunque, il 28 marzo 1989 e chiudendo in seconda posizione nella speciale graduatoria riservata ai giocatori più migliorati dell’anno, alle spalle di quel fenomenale regista-uomo assist-realizzatore che risponde al nome di Kevin Johnson, impegnato a Phoenix.

Lewis è sempre più spesso l’atleta dominante di Boston, realizzando alcuni exploit destinati a rimanere nella storia dell’NBA, come quando si prende l’ardire di strappare ben quattro palloni dalle mani fatate di Sua Maestà Michael Jordan in un Boston-Chicago del 31 marzo 1991, oppure quando manda a referto 42 punti qualche settimana dopo contro Miami, suo massimo in carriera, oppure ancora infilando dal 4 gennaio 1992 al 22 gennaio 1992 una striscia di dieci partite a 27,6 punti di media. Guadagna così la convocazione all’All Star Game 1992 di Orlando, sfida che oscilla sempre tra l’esibizione e il teatro cestistico, che Lewis chiude con 7 punti e 4 rimbalzi.

E’ proprio ai play-off dell’anno dopo, al primo match di primo turno contro Charlotte, che il cuore di Lewis comincia a dar segnali preoccupanti. Reggie collassa sotto gli occhi dei “vecchi” compagni alla Dunbar High School, “Muggsy” Bogues e David Wingate, che lo vedono cadere a terra dopo 6 minuti di gioco e già 10 punti all’attivo. Nonostante l’inquietudine dei medici, Lewis si rimette in piedi tornando in campo e contribuendo con 17 punbti alla vittoria di Boston, 112-101.

Gli esami a cui viene sottoposto il giocatore non evidenziano patologie, rassicurando lo staff di Boston, che nondimeno non impiega più Lewis in una serie che vede infine Charlotte imporsi per 3-1. Ma il dramma è dietro l’angolo. Il 27 luglio 1993, durante una sessione di allenamenti estivi all’Università di Brandeis a Waltham, nel Massachusetts, Lewis crolla nuovamente a terra. Stavolta, purtroppo, per non alzarsi più. Trovato esanime al suolo da due agenti della sicurezza,  Reggie Lewis muore per una cardiomiopatia ipertroficas alla giovane età di neppure 28 anni.

Il suo numero 35, che aveva ammaliato il pianeta NBA ed affascinato gli appassionati di fede “bianco-verde” per classe, energia ed eleganza, viene ritirato al Boston Garden in omaggio a Reggie Lewis. Che nei pochi anni di carriera è comunque riuscito a segnare la storia dei Celtics, lui, unico giocatore della franchigia a realizzare almeno 100 rimbalzi, 100 assist, 100 stoppate, 100 recuperi e 100 palle rubate in un’unica stagione. Numeri da campione. E Reggie campione lo è stato, senza se e senza ma.

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