FINALE NCAA 1979, L’INIZIO DELLA RIVALITA’ TRA MAGIC E BIRD

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Magic Johnson e Larry Bird – da anewhopewebzine.it

articolo di Giovanni Manenti

Penso sia veramente difficile, per i lettori più giovani, poter credere che l’attuale, sfavillante e miliardario universo del basket professionistico americano, il cui torneo NBA è uno degli eventi con la maggior copertura televisiva a livello mondiale – con stelle del calibro di LeBron James, Stephen Curry, Tim Duncan, Kevin Durrant and so on – fosse sull’orlo del fallimento a fine anni ’70.

Ed invece è proprio così, lo sport che aveva visto l’epopea dei Boston Celtics di Red Auerbach guidati da Bill Russell e Bob Cousy, le gesta di formidabili giocatori quali Wilt Chamberlain e Jerry West, si stava letteralmente aggrappando all’unica vera star rimasta, quel Lew Alcindor, già vincitore dell’anello con i Milwaukee Bucks nel 1971, stagione al termine della quale, abbracciando la fede musulmana, cambia il proprio nome in Kareem Abdul-Jabbar, ma che, avendo superato la trentina, era da molti indicato come avviato sul triste “viale del tramonto“.

Ciò di cui hanno bisogno Kareem ed i suoi Lakers, nonché la Lega intera – nel cui “management” inizia a farsi largo un personaggio che ne cambierà la storia, l’avvocato David Stern, responsabile dell’Ufficio Legale della NBA dal 1978, poi Vice Presidente Esecutivo due anni dopo e quindi “Commissioner” dal 1984 – è di una ventata di gioventù, di sano entusiasmo e di rivalità per ridare slancio ad una disciplina afflitta da problematiche sia di immagine, a seguito del dilagante uso di droga da parte dei giocatori, che economiche, dato lo scarso interesse del pubblico cui si aggiunge una carente copertura televisiva da parte del Network CBS, che addirittura giunge a trasmettere una finale in differita, avvenimento impensabile ai giorni nostri.

Fortuna vuole che la stagione NCAA (il “College Basketball“) 1979 stia per offrire alla NBA gli ingredienti giusti per una ripresa in grande stile, sotto forma dell’immenso talento, ma anche della personalità completamente diversa tra di loro, dei due giocatori che, per il decennio successivo, caratterizzeranno, con la loro acerrima rivalità, il grande palcoscenico del basket professionistico americano.

Stiamo ovviamente parlando di Larry Bird ed Earvin “Magic” Johnson, i quali con il loro ingresso nella NBA faranno le fortune, oltre che della Lega stessa, anche dei rispettivi club – Boston Celtics per Bird e Los Angeles Lakers per “Magic” – rinverdendo la rivalità tra le due franchigie che aveva monopolizzato gli anni ’60, con i Celtics vincitori per sei volte in finale contro i Lakers, nonostante la presenza, tra questi ultimi, di campioni di valore assoluto come Jerry West, Elgin Baylor e Gail Goodrich cui, nella parte finale della decade, si aggiunse anche Wilt Chamberlain, strappato ai Philadelphia 76ers.

Nato nell’Indiana, a West Baden, nel dicembre 1956, e cresciuto nella vicina French Lick – una cittadina di meno di 2000 abitanti – Larry Bird ha nel basket la sua unica valvola di sfogo per sopperire ad una travagliata vita familiare, con i genitori separati mentre lui era al liceo ed il padre suicida un anno dopo, circostanze che ne forgiano un carattere chiuso ed introverso, ma fortemente determinato ad emergere, cui non contribuisce certo anche un matrimonio già fallito alle spalle, dal quale ha avuto in dote una figlia, Corrie.

Il “cowboy” del Midwest viene reclutato nel 1974 dalla celebre Indiana University per giocare con gli “Hoosiers” allenati dal “guru” del College Basketball Bob Knight, ma l’impatto del ragazzo di provincia con l’ambiente di Bloomington è talmente scioccante da farlo abbandonare il “campus” dopo appena un mese per tornarsene alla sua French Lick da cui, anche su pressione della madre Georgia, a cui è particolarmente legato, si iscrive alla più piccola e a misura d’uomo Indiana State University per giocare con i “Sycamores“, promettendo di riuscire comunque a laurearsi.

Di ben altra pasta è fatto Earvin Johnson Jr., di tre anni più giovane di Bird e nativo di Lansing, nel Michigan, che non ha dovuto soffrire delle problematiche familiari di Larry, cresciuto con una grande passione per il basket, e la cui unica seria preoccupazione sino ad allora è stata quella di scegliere tra Michigan e Michigan State quale università, con la preferenza data a quest’ultima una volta che il coach Jud Heathcote gli assicura che lo farà giocare nel ruolo di guardia.

Già, perché Earvin, con la sua innata allegria che contagia chiunque gli giri attorno, il problema dello studio manco se lo pone, avendo già deciso di interrompere gli studi universitari al secondo anno di College per tentare la scalata al mondo professionistico della NBA, unico vero scopo della sua vita.

E, mentre Bird nella sua seconda stagione ad Indiana State mette a referto qualcosa come 32,8 punti a partita, impreziositi da 13,3 rimbalzi e 4,4 assist, e nell’anno seguente – vale a dire quello di esordio di “Magic” con Michigan State – si ripete a livelli eccelsi con una media di 30 punti a partita, 11,5 rimbalzi e 3,9 assist, l’impatto di Johnson con la NCAA si traduce in 17 punti di media a partita, con 7,9 rimbalzi e 7,4 assists, in una stagione che vede gli “Spartans” fallire di un soffio l’accesso alle “Final Four“, sconfitti di misura (52-49) nella finale regionale dell’East Midland dai Kentucky Wildcats che poi si aggiudicheranno il titolo.

La stagione 1978/79 è quella della consacrazione di “Magic”, dato per favorito dagli esperti con i suoi “Spartans” dopo il primo anno di ambientamento nel College Basketball, anche perché Bird potrebbe aver concluso il suo percorso universitario, dato che, venendogli contato anche l’anno ad Indiana, sarebbe eleggibile per il Draft NBA 1978, la cui prima scelta spetta proprio ad Indiana, la squadra del suo Stato.

Solo che Bird, fedele all’impegno assunto con la madre, non ha intenzione di lasciare l’università prima di aver conseguito la promessa laurea, e pertanto, rifiuta l’offerta di Indiana che lo vorrebbe subito a disposizione, così come quella di Portland, cui la franchigia del Midwest, in evidente crisi finanziaria, ha ceduto il relativo diritto, venendo pertanto scelto al sesto giro dai Boston Celtics di Red Auerbach, i quali possono tranquillamente attendere un altro anno per averlo a disposizione.

Larry, che oramai avrete capito, impersonifica la tipica cocciutaggine dei cowboys, mantiene fede alla promessa materna, ma ciò nondimeno conduce i “Sycamoresalla più grande stagione di College Basketball della loro storia, approdando alle “Regional Finals” con un impressionante record di 29 vittorie e nessuna sconfitta, rischiando solo alla 19.ma gara contro New Mexico quando, sotto di 2 a 3″ dal termine, sono salvati da un tiro da metà campo di Bob Heaton (da allora soprannominato “Miracle Man“) per poi avere nettamente la meglio ai supplementari.

Dal canto suo, “Magic” ed i suoi “Spartans” arrivano alle finali regionali con un record peggiore di 26-6, ma i tecnici continuano a darli per favoriti mettendo sul piatto della ilancia il peso specifico delle avversarie di Michigan State, considerato più elevato rispetto a quello della franchigia di Indiana State e, comunque, oramai dalle parole si sta per passare ai fatti.

Con il torneo finale da disputarsi nel corso del mese di marzo e, più precisamente, nell’arco di 18 giorni dal 9 al 26 marzo 1979, gli “Spartansmantengono fede ai pronostici spazzando via al secondo turno (essendo esentati dal primo) i “Cardinals” di Lamar con un eloquente 95-64 per poi piegare Lousiana State ed i suoi “Tigers” per 87-71 ed acquisire il diritto a disputare la Finale della “Mideast Region” contro gli altrettanto favoriti “Fighting Irish” del’’Università di Notre Dame, che possono contare nelle loro fila giocatori che avrebbero avuto un futuro successo nella NBA quali Bill Laimbeer, Orlando Wooldridge e Kelly Tripucka

Coach Heathcote chiama a raccolta i suoi, e “Magic” in particolare, per catechizzarli circa l’importanza dell’incontro, in programma il 17 marzo, giorno di San Patrizio (patrono d’Irlanda), che può schiudere agli “Spartans” le porte delle “Final Four“, ed i ragazzi rispondono presente, facendo loro l’incontro con un 80-68 che non ammette repliche, durante il quale tirano con un impressionante 63% dal campo nella ripresa, frutto dei 34 punti e 13 rimbalzi di Greg Kelser, ben coadiuvato da “Magic“, autore da par suo di 19 punti, impreziositi da ben 13 assist.

Nella “Midwest Region“, viceversa, i “Sycamores“, trascinati da un Bird in gran spolvero nonostante giochi già da qualche tempo con il pollice steccato a seguito di un infortunio, ed anch’essi esentati dal primo turno, non hanno problemi ad “asfaltare” i Virginia Tech Hockies per 86-69 e, successivamente, i malcapitati Oklahoma Sooners per 93-72, con il loro biondo capitano a tenere, nei due incontri, una media di 25,5 punti e 14,1 rimbalzi.

Per entrare nella storia, e qualificarsi per la prima (e sarà anche l’ultima) volta alle “Final Four“, a Bird & Co. resta da superare l’ostacolo costituito dai “Razorbacks” dell’università di Arkansas, e, a proposito della credibilità che Indiana State rivestiva tra gli addetti ai lavori, resta celebre l’aneddoto relativo al siparietto tra Bird e Red Auerbach il giorno prima della finale regionale, quando quest’ultimo chiede al suo prossimo pupillo di aggregarsi ai Celtics per il finale di stagione, così da conoscere l’ambiente.

Intendi a fine torneo…???”, chiede Bird, “No, intendo da domani, quando ne verrete sbattuti fuori…“, è la risposta di Auerbach, “Oh, no, non credo proprio… noi batteremo Arkansas“, replica Larry, “Vedremo, ragazzo, vedremo…“, taglia corto il patron dei Celtics.

Forse non c’era bisogno di caricare ulteriormente Bird, ma resta il fatto che il giorno dopo, il “cowboy” ne mette da solo 31 con 10 rimbalzi nel successo per 73-71 dei suoi, anche se il canestro decisivo lo segna, tanto per cambiare, “Miracle Man” (ricordate…??? Quello del match contro New Mexico) Bob Heaton a pochi secondi dal termine per un successo che scatena nella piccola università dell’Indiana la “Sycamores Mania” e rinvia il progetto di Auerbach di tornarsene a Boston con il “suo” Larry.

Oramai, mancava una sola gara per l’incontro tanto atteso, con le “Final Fourin programma a Salt Lake City, nello Utah e che vedevano Michigan State abbinata a Penn University ed Indiana State a De Paul.

Nonostante l’arroganza della stella dei Penn Quackers, Tony Price, che ebbe la malaugurata idea di sfidare apertamente gli “Spartans” definendoli  “in fin dei conti sono solo un gruppo di ragazzi che gioca a basket…“, la risposta sul campo è a dir poco umiliante, con i “Quackersspazzati via con un 101-67 che già a fine primo tempo vedeva “Magic” – autore di una “tripla doppia” con 29 punti, 10 rimbalzi e 10 assist – ed i suoi condurre con un fin troppo eloquente 50-17…!!!

Ed era talmente alta l’attesa per la sfida tra le due incontrastate stars delle finali che, a punteggio oramai acquisito, i fans di Michigan State iniziano a gridare: “Vogliamo Bird!, Vogliamo Bird!“, nella speranza che nella seconda semifinale, Indiana State abbia la meglio sui “De Paul Blue Demons“, che potevano contare su future Stelle NBA come Mark Aguirre e Clyde Bradshaw.

Forse stimolato dalla presenza di “Magic” in tribuna, Bird disputa una gara straordinaria, mettendo a referto ben 35 punti con 16 su 19 dal campo, determinanti per la vittoria di misura dei “Sycamores” per 76-74 e conseguente “pass” per la finale che tutti attendevano.

In un momento di crisi del basket pro, come ricordato, la finale NCAA del 26 marzo 1979 ebbe una copertura televisiva pari al 24,1% di share (in pratica un americano su quattro vide la gara in diretta), con punte sino al 38%, evento unico e mai più ripetuto in seguito per una finale tra squadre di College.

Bird era teso, sapeva della forza dell’avversaria e soprattutto del suo rivale Magic Johnson, il quale, in un allenamento pre-partita, era stato scelto da Heathcoat per “fare il Bird” e dar così modo ai suoi compagni di abituarsi alla marcatura del cecchino dell’Indiana, e, a far peggiorare le cose, ci si mise anche un’avventata decisione di coach Hodges che decide di far marcare Johnson da Miley, un’ala di 2 metri, in luogo del più piccolo Nicke, scelta che si rivela quanto mai sbagliata.

Dopo che Bird, con un tiro dei suoi, dà ai “Sycamoresil primo ed unico (8-7) vantaggio dell’incontro, “Magic” avvia il proprio show personale che porta Michigan State ad un vantaggio di 30-19, che solo il terzo fallo da lui commesso, con conseguente richiamo in panchina, dette modo a Indiana State di ridurre leggermente lo svantaggio a fine primo tempo, chiuso sul 37-28.

Le cose non andavano come sperato, in casa “Sycamores“, il basket tutto pressing e velocità degli “Spartans” li stava annientando e, al ritorno in campo, Michigan State prese di nuovo il largo portandosi sul 44-28 e l’unica, flebile speranza di rimonta per Indiana State si verifica quando il centro avversario Greg Kelser commette il suo quarto fallo per uno “sfondamento” proprio contro Bird.

Bird chiama a raccolta i suoi durante il “time-out” chiamato da coach Hodges, ma nonostante il cambio forzato di Kelser con Terry Donnelly le cose non migliorano, con quest’ultimo autore di un pregevole 5 su 5 dal campo ed in più, come se non bastasse, i “Sycamores” hanno una pessima giornata dalla lunetta, realizzando solo 10 dei 22 tiri liberi tentati, con lo stesso Bird ad andare a segno solo 5 volte su 8 tentativi.

Oramai non c’è più speranza, Michigan State è in controllo del match ed alla sirena Earvin “Magic” Johnson, nominato “Most Oustanding Player” della finale grazie ai suoi 24 punti, 7 rimbalzi e 5 assist, può festeggiare la meritata vittoria per 75-64 ed il primo successo NCAA per il suo college, che verrà replicato solo a 21 anni di distanza, nel 2000.

Bird mantiene comunque la promessa fatta alla madre Georgia di laurearsi e, con tale titolo in tasca, può aggregarsi ai Boston Celtics in attesa di dar vita con “Magic“, nel frattempo accasatosi ai Los Angeles Lakers che avevano il diritto di prima scelta nel Draft 1979, ad una rivalità tra le due franchigie che caratterizzerà gli anni ’80 dando nuova linfa alla Lega Pro, ma con esiti molto più equilibrati di quel 6-0 nelle finali dei “Sixties” tra Celtics e Lakers, ma questa è tutta un’altra storia…

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