FIORENZO MAGNI, “IL TERZO INCOMODO” CHE DIVENTO’ LEONE

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Fiorenzo Magni al Giro d’Italia del 1956 – da crampisportivi.com

articolo a cura di GPM ciclismo

Nella vita troppo spesso si tende a non dare risalto a una figura che in realtà avrebbe moltissimo da dire. La figura del “terzo incomodo” può esprimere significati diversi: esaltare la grandezza di due duellanti e/o marcare la sfortuna di un uomo ritrovatosi a combattere contro due mostri sacri inavvicinabili da chiunque. Questo è quello che, in parte, è successo con il terzo uomo dell’epoca d’oro del ciclismo italiano, ovvero Fiorenzo Magni. Si è detto “in parte” perchè in realtà la figura di Magni va oltre la sola esaltazione degli “altri due uomini” che, in questo caso, rispondono ai nomi di Fausto Coppi e Gino Bartali.

Fiorenzo Magni non è stato un corridore che ha assistito da spettatore ai duelli leggendari di Coppi e Bartali, bensì si è sempre contraddistinto per un animo guerriero e una personalità forte, grazie alla quale è stato in grado di ritagliarsi un suo spazio personale laddove i due cannibali si spartivano tutto. Magni non è stato solamente il terzo uomo, è stato l’uomo che ha saputo imporsi in corse leggendarie nonostante competesse con due tra i corridori più forti di tutti i tempi.

Coppi, Bartali e poi c’era Magni“. Non era la frase ideale per descrivere la figura di Magni. Il toscanaccio di Vaiano, infatti, un pò per quella sua voglia di non arrendersi mai e di lottare fino alla fine, è riuscito nell’impresa di essere ricordato dalle generazioni future indipendentemente dal fatto di aver corso nell’epoca di Coppi e Bartali. “Coppi, Bartali e Magni“. Una piccola, e per qualcuno inutile, modifica grammaticale può far cambiare nettamente il significato della carriera del “terzo uomo“.

Si sbaglia, tuttavia, a ricordare Magni solamente con tale definizione. Magni era, è e rimarrà per tutti il “Leone delle Fiandre“. Fu, infatti, il padrone assoluto della corsa dei muri: il leggendario Giro delle Fiandre. Magni aveva trovato in quelle piccole rampe verso il cielo il suo paradiso, il suo modo originale di discostarsi dalla definizione di “terzo uomo” per adottare quella di “Leone“. Dal 1949 al 1951 nell’albo d’oro della corsa fiamminga spicca un arcobaleno tricolore nel bel mezzo del rosso, giallo e nero, i colori della bandiera nazionale del Belgio, fino ad allora (ma anche negli anni a venire) patria dei maestri della corsa dei muri. Quella tenacia e quella voglia di lottare fino alla fine tipiche del “Leone delle Fiandre” erano il pane quotidiano per chi voleva trionfare sul pavè e vincerne la paura. Sui muri del Fiandre veniva fuori tutta la forza del leone che era in Fiorenzo; i muri si spianavano dinanzi alla grinta e alla cattiveria agonistica di Magni. Per gli avversari non c’era scampo. Tutti si chinavano al “Leone delle Fiandre” nel suo paradiso.

Il film del “Leone delle Fiandre” non andò in scena solamente nella classica belga, ma anche al Giro d’Italia. Al di là delle tre edizioni vinte da Magni nel 1948, 1951 e 1955, si ricorda in particolare l’edizione della Corsa Rosa del 1956. All’età di 35 anni Magni affrontò il Giro godendo dei favori del pronostico, dato il trionfo dell’anno precedente. Nelle prime tappe, però, una caduta nella discesa di Volterra sembra mettere fuorigioco il “Leone“.

Ma è a quel punto che l’animo guerriero di Fiorenzo viene fuori. In programma c’è la leggendaria tappa del Monte Bondone sotto una bufera di neve. Il “Leone delle Fiandre” è sofferente, la caduta ha comportato la frattura della spalla. Da affrontare c’è una tappa con la strada quasi sempre all’in sù. Magni stacca una camera d’aria e l’attacca da una parte al manubrio della sua bicicletta mentre l’altra parte la tiene tra i denti. In questo modo, riesce ad alleviare in parte il dolore e anche a sforzare meno la spalla fratturata. Magni arrivò terzo in quella tappa da leggenda vinta da Charly Gaul. Terminò quel Giro in seconda posizione dietro al corridore lussemburghese, ma quel piazzamento vale la vittoria più bella a cui un ciclista possa ambire: l’essere arrivato al traguardo contro sè stessi, contro il proprio fisico e contro le sofferenze. Il tubolare morso da Magni rimane una delle immagini simbolo di un ciclismo eroico che sta scomparendo sempre di più. Un eroe prestato allo sport che sul Bondone ha compiuto la sua impresa più bella, un’impresa da vero “Leone“.

Per noi, per tutti, Magni non rimarrà nel nostro cuore e nella nostra mente come il “terzo uomo“, bensì come un leone mai domo, un poeta delle due ruote che sul Bondone ha scritto versi indimenticabili. Perchè nel ciclismo la vittoria non è sempre l’unica cosa che conta.

Vi lasciamo raccontare il Giro 1956 dallo stesso Magni, in un’intervista rilasciata in occasione dei suoi 90 anni:

Al Giro del 1956 sono caduto nella di­scesa di Volterra e mi sono fratturato la clavicola. “Non puoi partire”, mi dice il medico. Io lo lascio parlare e faccio di testa mia: metto la gommapiuma sul manubrio e corro la crono. Poi supero gli Appennini. Ma provando la cronoscalata di San Luca mi accorgo di non riuscire nemmeno a stringere il manubrio dal dolore; allora il mio meccanico, il grande Faliero Masi, decide di tagliare una camera d’aria, me la lega al manubrio e io la tengo con i denti, per non forzare le braccia. Il giorno dopo, nella Modena-Rapallo cado di nuovo e mi rompo anche l’omero. Svengo dal dolore. Sono sulla lettiga quando ri­prendo coscienza e ordino a chi guida l’am­bulanza di fermarsi. Mi butto giù, inseguo il gruppo, lo riprendo e arrivo sul Bondone sotto una tormenta di neve. Per questo gesto Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, che seguivano il Giro, mi ribattezzarono Fiorenzo il Ma­­gnifico“.

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