CARL LEWIS, “IL FIGLIO DEL VENTO” CHE EGUAGLIO’ OWENS

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Carl Lewis alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 – da forumvacanzeinamerica.it

articolo di Giovanni Manenti

La storia dello sport in generale, e quella delle discipline individuali in particolare, si è sempre alimentata delle sfide tra i suoi più illustri protagonisti, che possiamo però suddividere in due grandi categorie: la prima, quella che più appassiona “fans” e “mass media” è costituita dalla rivalità tra atleti della medesima epoca, da Coppi e Bartali a Merckx e Gimondi, da Alì e Frazier a Borg e McEnroe e così via, ma ve ne è un’altra non meno priva di fascino, vale a dire quando un campione insegue un’impresa del passato, particolarmente eclatante da ritenere difficile possa essere eguagliata …

Ed è proprio questa sfida al passato che deve essere nata nella mente di un ragazzino nero dell’Alabama, quando, a sette anni appena compiuti, ammira alla Tv le gesta della fortissima selezione statunitense ai Giochi di Città del Messico 1968.

Non sappiamo se i suoi genitori – il padre, William, ex giocatore di football al College, e la madre Evelyn, specialista negli 80 ostacoli tanto da essere selezionata per i “Pan American Games” del 1951 – gli abbiano spiegato i motivi e le ragioni della clamorosa protesta dei velocisti Smith e Carlos alla premiazione dei 200 metri, ma sicuramente papà William avrà commentato assieme al figlio Frederick Carlton “Carl” Lewis – poiché è di lui che stiamo parlando – il “balzo nel 2000” di Bob Beamon con il suo stratosferico record mondiale di m.8,90 nella finale del salto in lungo.

Già, perché è proprio da allora che Carl resta affascinato da quella specialità, a cui contribuisce anche il padre che, in quanto amico personale di Jesse Owens, racconta spesso al figlio la leggendaria impresa di colui “che fece infuriare il Fuhrer“, vincendo quattro medaglie d’oro ai Giochi di Berlino del 1936 e, visto che ai Giochi del Messico un altro fenomenale atleta a stelle-e-strisce, il discobolo Al Oerter, diviene il primo uomo a vincere l’oro in quattro edizioni consecutive dei Giochi in una singola specialità, ecco che al giovane Lewis si prospettano tre sfide mica da ridere, vale a dire eguagliare il record di Owens nell’affermarsi in quattro diverse gare in una stessa edizione dei Giochi, emulare Oerter facendo sua la prova del salto in lungo in quattro Olimpiadi consecutive ed, infine, superare il primato di 8,90 di Bob Beamon.

Due le vincerà, della terza sfida, superare il record di Beamon, vi abbiamo già dato ampio resoconto nell’articolo intitolato “Powell e Lewis, il salto …lunghissimo dei Mondiali del 1991“, in cui verrà beffato dal connazionale Mike Powell dopo aver disputato la sua miglior gara di sempre e con una media di misure nei cinque salti validi eseguiti che non avrà mai più eguali nella storia della specialità, ma oggi ci focalizziamo sul tentativo, poi riuscito, di emulare Owens alle Olimpiadi di Los Angeles 1984.

Scarso rilievo ha, nel valutare la sua impresa, l’assenza degli atleti del “blocco sovietico” a causa del noto “contro boicottaggio olimpico“, dato che l’anno precedente, in occasione della prima edizione dei Campionati Mondiali ad Helsinki 1983 (e, dunque, con tutte le Nazioni ed atleti partecipanti) Lewis aveva fatto la prova generale vincendo le tre gare a cui era iscritto, vale a dire i 100 metri, in 10″07 davanti ai connazionali Calvin Smith (poi oro sui 200 a cui Lewis non partecipa), salto in lungo, con m.8,55 precedendo gli altri due americani Jason Grimes e Mike Conley ed, ovviamente, la staffetta 4×100 con il nuovo record mondiale di 37″86.

Ma, ovviamente, per potersi confrontare con l’ombra di Owens al “Memorial Coliseum” di Los Angeles, occorre anche superare uno scoglio non da poco, e cioè i famigerati “Olympic Trials” che, proprio per acclimatare gli atleti che poi saranno selezionati, quell’anno si svolgono nella metropoli californiana dal 16 al 24 di giugno.

E sul fatto che la mannaia dei Trials non cessi di abbattersi su atleti di spicco, se ne ha la conferma subito alla prima gara in programma, quella sui 100 metri – la cui finale del 17 giugno è facilmente vinta da Lewis in 10″06 – che vede come vittima illustre nientemeno che Calvin Smith, primatista mondiale con 9″93 e solo quarto in 10″29 e che, pertanto, stacca il biglietto per i Giochi solo quale componente della staffetta 4×100, in una gara in cui partecipano alla finale anche i due veterani Harvey Glance e Mel Lattany, che chiudono mestamente agli ultimi due posti.

Due giorni dopo, il 19 giugno, Lewis impiega solo un salto per qualificarsi nel lungo, con la misura di m.8,71 inarrivabile per gli altri, con Larry Myricks secondo a debita distanza con m.8,25 in una gara che vede classificarsi sesto, con m.7,98, un certo Mike Powell.

L’ultima qualificazione, quella sui 200 metri, è sulla distanza della velocità meno famosa negli Stati Uniti – dove si prediligono i 100 ed i 400 metri – e per questo anche meno praticata dagli atleti, ma ciò non impedisce a Lewis, che l’anno prima aveva corso in 19″75 ad Indianapolis a soli 3/100 dal record mondiale di Mennea, di affermarsi in un più che lusinghiero 19″86.

Espletate le formalità (ma mica poi tanto) relative alla qualificazione ai Giochi, sul “ragazzo del profondo Sud” monta la pressione derivante dai “mass media” americani, sempre pronti a creare nuovi eroi, il cui “battage” di presentazione dei Giochi si incentra sul doppio tentativo di Lewis di emulare la leggendaria impresa di Owens e di superare il record di Beamon nel lungo.

Il calendario delle gare a cui è iscritto Lewis prevede, al 3 agosto i primi due turni eliminatori dei 100 metri, il giorno seguente semifinale e relativa finale, mentre il 5 agosto sono in programma le qualificazioni nel lungo, con il giorno successivo la relativa finale al pomeriggio dopo che al mattino si sono svolte le eliminatorie sui 200 metri, gara che prevede semifinale e finale al pomeriggio dell’8 agosto, per poi completare il quadro con la staffetta 4×100, la cui finale è in scaletta per l’11 agosto.

Nella prova d’esordio, i 100 metri, Lewis dopo aver superato agevolmente i primi due turni, in cui la vittima di turno è l’oro di Montreal 1976 Hasely Crawford, vince la seconda delle due semifinali con il tempo di 10″14 precedendo nettamente il canadese Ben Johnson (10″42) in una gara che vede giungere all’ultimo posto il campione uscente, lo scozzese Allan Wells, mentre l’altra serie è appannaggio del nuovo esponente giamaicano della velocità, Raymond Stewart, che precede di 1/100 (10″26 a 10227) l’americano Sam Graddy.

Il sorteggio delle corsie per la finale non arride ai due vincitori delle semifinali, assegnando a Lewis la settima ed a Stewart l’ottava, mentre il resto del lotto vede sui blocchi due britannici, Reid e McFarlane, due canadesi, Sharpe e Ben Johnson, e gli altri due componenti il “Team Usa“, Brown e Graddy, con quest’ultimo schierato in quinta corsia a fianco di Johnson, in quarta, in quale compie una falsa partenza (all’epoca non si veniva squalificati) con l’intento di mettere pressione ed innervosire gli avversari.

Alla partenza valida, il più lesto a mettersi in moto è Graddy, con Johnson alle calcagna ed i due lottano spalla a spalla per i primi 70 metri dando l’illusione, correndo nelle corsie centrali, di potersi disputare l’oro, ma non avendo fatto i conti con l’irresistibile progressione di Lewis che, dopo averli raggiunti a 20 metri dal filo di lana, va a conquistare il suo primo oro con ampio margine in 9″99 davanti a Graddy che salva l’argento per soli 3/100 (10″19 a 10″22) rispetto a Johnson.

Sbloccatosi con la prima medaglia in tasca, la qualificazione per la finale del lungo che si svolge il giorno dopo è una pura formalità per Lewis cui basta un primo balzo ad un per lui modesto 8,30 per superare il limite di m.7,90 previsto e potersi andare a preparare per il più gravoso impegno della giornata successiva, in cui deve cimentarsi nelle batterie dei 200 al mattino ed affrontare la finale del lungo al pomeriggio.

Chiaramente, i primi due turni eliminatori dei 200 non creano alcun tipo di problemi per Lewis, ma al termine della seconda prova avverte un piccolo fastidio muscolare che ne condiziona la gara pomeridiana del lungo ed il suo rapporto con gli spettatori presenti, che si attendono un attacco al record di Beamon.

Difatti, dopo che al primo tentativo Lewis piazza un 8,54 (curiosamente, la stessa identica misura con cui il tedesco orientale Lutz Dombrowski aveva vinto quattro anni prima a Mosca) che gli garantisce largamente la prima posizione, nonché il fatto di saltare per ultimo nelle tre prove di finale, compie un “nullo” al secondo salto e quindi “passa” tutte le restanti prove, per la delusione del pubblico che non capisce le motivazioni del beniamino di casa, tese viceversa a non pregiudicare la corsa al record di Owens.

Lewis non ha più bisogno di togliersi la tuta, dato che i soli salti più vicini al suo sono quelli dell’australiano Gary Honey e dell’azzurro Giovanni Evangelisti, che raggiungono entrambi m.8,24 solo all’ultima prova, con l’argento che va al rappresentante dell’Oceania per una miglior seconda misura, 8,18 rispetto ad 8,09.

Il giorno di riposo consente a Lewis di presentarsi nella giusta condizione per le semifinali e la finale dei 200 metri dell’8 agosto, nel corso delle quali viene eliminato l’oro di Montreal e bronzo a Mosca, il giamaicano Don Quarrie, solo settimo nella seconda semifinale, vinta da Lewis in un comodo 20″27 e nella quale escono di scena anche gli azzurri Stefano Tilli e Carlo Simionato, mentre il veterano ed oro di Mosca Pietro Mennea, giungendo terzo nella prima semifinale, conquista il diritto a disputare la sua quarta finale olimpica consecutiva.

Due ore e mezza dopo, Lewis si presenta ai blocchi di partenza della finale, consapevole che i principali rivali li ha in casa, principalmente in Kirk Baptiste, di un anno più giovane, che aveva dato sfoggio delle sue potenzialità vincendo autorevolmente la sua semifinale in 20″29.

Con il sorteggio che, manco a farlo apposta, assegna a Lewis ancora la settima corsia, il ventitreenne dell’Alabama non ha difficoltà a colmare il “decalage” che lo separa dal brasiliano Joao Batista da Silva già a metà curva, presentandosi in testa all’ingresso del rettilineo e mantenendola sin sul traguardo nonostante il disperato tentativo di rimonta di Baptiste, comunque secondo in un eccellente 19″96 (sua prima volta sotto i 20″), mentre Lewis fa suo in 19″80 anche il record olimpico, migliorando il 19″83 di Tommie Smith a Città del Messico.

Con già tre medaglie d’oro al collo, a Lewis per completare l’opera non resta che l’unica prova in cui non dipende solo da se stesso, ma anche dai propri compagni di squadra, vale a dire la staffetta 4×100 e non tanto per le loro indubbie qualità, quanto per il rischio derivante da cambi irregolari, peraltro non una novità in casa Usa.

Ma, dopo che Graddy e Brown portano diligentemente a termine il loro compito, affidando il testimone in terza frazione ad un Calvin Smith che disputa la sua unica gara di tutta la rassegna olimpica, si intuisce già che tutti i dubbi vengono fugati, con il velocista del Mississippi che sfoga in una curva perfetta tutta la rabbia per la mancata qualificazione per la prova individuale, consentendo a Lewis di andare a cogliere il suo quarto alloro personale con la “ciliegina sulla torta” dell’unico record mondiale stabilito in atletica, un 37″83 che “lima” di 3/100 il limite stabilito dagli stessi americani ad Helsinki l’anno prima.

Si conclude così la prima “mission” portata a termine da Lewis nella sua lunghissima carriera che si protrarrà sino ad Atlanta 1996, dove riuscirà ad eguagliare anche il primato di Al Oerter relativo a quattro ori in una singola specialità in quattro edizioni consecutive dei Giochi, ma questa è un’altra storia che non mancheremo, statene certi, di raccontarvi.

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