NUOVA ZELANDA-INGHILTERRA 1995, IL MATCH EPICO DI JONAH LOMU

 

JONAH LOMU
Una meta di Jonah Lomu – da telegraph.co.uk

C’è un velo di malinconia, nel tornare a quel match che Jonah Lomu marcò con i tratti del fenomeno. E’ il 18 giugno 1995, siamo a Città del Capo, in Sudafrica, per la terza edizione della Coppa del Mondo, e il Newlands Stadium è teatro della sfida di semifinale tra Nuova Zelanda e Inghilterra. Sta per accadere qualcosa di prodigioso, una prestazione tanto memorabile da rimanere impressa nella memoria di chi segue la palla ovale e i suoi campioni. E Lomu, ora che non è più tra noi, è nondimeno da annoverarsi tra i più grandi di sempre.

130 secondi di gioco, e Lomu, l’arma devastatoria della squadra di coach Laurie Mains, già riduce all’impotenza i sudditi di Sua Maestà britannica, affondando come lama nel burro nella zona destra dello schieramento avversario. E’ solo l’inizio di un pomeriggio da cani per l’Inghilterra e per il povero Tony Underwood, spazzati via come pivelli da quest’armadio di 196 centimetri per 119 chili, appena ventenne, veloce come un giaguaro, agile come una pantera, potente come una tigre.

Proprio il più giovane dei fratelli Underwood, Tony, ha l’ingrato compito di provare ad arginare lo strapotere del figlio di un predicatore laico di Tonga. Non solo lui, ad onor del vero, è destinato a trascorrere ottanta minuti infernali, gli stessi Will Carling, Mike Catt, Tim Rodber, Dewi Morris e Dean Richards subiranno la legge dell'”uomo con gli stivali“, che abbatte come una furia scatenata tutto quel che si frappone tra lui e la linea di meta, refrattario ad ogni tentativo di placcaggio.

Lomu ha già dato segnali di strapotere fisico nei match precedenti. Ad esempio con l’Irlanda, travolta all’esordio 43-19 con due mete di Jonah, così come la Scozia, avversaria ai quarti di finale e superata 48-30, con la terza meta nel torneo del campione in maglia nera. L’Inghilterra approccia la semifinale con all’attivo tre successi nel girone con Argentina, Italia e Samoa, non del tutto convincenti ad onor del vero, ma la vittoria con l’Australia ai quarti, 25-22, la dice lunga sulla competitività degli inglesi e sulla loro ambizione di guadagnare l’accesso alla finalissima. Lomu, appunto, permettendo.

Dopo l’aberrante approccio al match, l’Inghilterra, tramortita, concede ancora una meta a Kronfeld, addirittura un clamoroso drop di Zinzan Brooke da quasi metacampo e al minuto 20 il tabellone dice: Nuova Zelanda 18 – Inghilterra 0, anche perché nel frattempo il piede delicato di Andrew Mehrtens ha colpito con precisione chirurgica.

Proprio Mehrtens è l’eccellente mediano di apertura del gioco degli All Blacks, che oltre a Lomu hanno in Josh Kronfeld un terza linea di levatura mondiale e in Glen Osborne all’ala un altro pericoloso incursore. La Nuova Zelanda regala spettacolo mentre agli inglesi, inebetiti da cotanta superiorità, non riesce neanche la più elementare sortita in avanti.

Ma è il momento che Lomu salga ancora alla ribalta, e al minuto 23 galoppa di nuovo veloce, sicuro e impettito in seno ad una difesa inglese che nulla può, scartando Andrew per depositare comodamente oltre la linea e in mezzo ai pali la palla del 23-0. Agli inglesi può bastare così, tanto che all’intervallo i tre punti di un calcio piazzato dello stesso Andrew suonano quasi beffardi, 25-3 e un responso inequivocabile che non ammette replica alcuna.

Graeme Bachop e Walter Little sono gli altri due cardini su cui la Nuova Zelanda imposta la sua disarmante superiorità, neanche il tempo di rientrare in campo che si ricomincia esattamente da dove si era lasciato: calcio in avanti di Mehrtens, apertura veloce di Kronfeld e Lomu, che arriva in corsa, abbatte Carling e schiaccia in meta dopo soli 60 secondi dalla ripresa del gioco. Prendendo in prestito una vecchia frase ad effetto del mai dimenticato Nando Martellini… “e sono tre!“.

Quando al minuto 11 Bachop, a chiusura di una splendida azione alla mano, a sua volta deposita in meta fissando il punteggio sul 35-3, la sfida va in archivio e non rimane il tempo che per l’accademia e la ricerca disperata dell’Inghilterra di provare a limitare il passivo.

Gli All Blacks rivolgono la mente a quel che sarà sei giorni dopo, ovvero la finalissima con i padroni di casa del Sudafrica (la Nuova Zelanda verrà sconfitta 15-12 in un match senza mete) che nell’altra semifinale sono venuti a capo della strenua resistenza francese, 19-15 ed una sola meta di Kruger. L’Inghilterra ha via libera per mettere a segno quattro mete, due con Rory Underwood e due con capitan Carling che ne ha abbastanza di venir travolto da Lomu. Ma Jonah vuol imprimere il suo marchio definitivo al match, e al minuto 70 mette in moto le lunghe leve, salta gli avversari come birilli, copre sessanta metri di campo con palla in mano e con apparente semplicità appoggia l’ovale oltre la linea di meta. Game over.

Finisce 45-29, perché il rilassamento degli All Blacks nel finale è totale e consente a giocatori del calibro di Dewi Morris e Rory Underwood di mostrarsi per quel che sono, ovvero degli eccellenti giocatori… ma quel che conta è che una stella di nome Jonah Lomu è apparsa nel cielo del rugby. Abbagliante come una folgore.

Il tabellino del match:

NUOVA ZELANDA: Osborne; Wilson, Bunce, Little, Lomu; Mehrtens, Bachop; Dowd, Fitzpatrick (cap), Brown, Jones, R.Brooke, Brewer, Kronfeld, Z.Brooke.
Sostituzioni: Larsen per Z.Brooke al 64′.

Mete: Lomu (4), Kronfeld, Bachop.
Trasformazioni: Mehrtens (3).
Calci piazzati: Mehrtens.
Drop: Z.Brooke, Mehrtens.

INGHILTERRA: Catt; T.Underwood, Carling (cap), Guscott, R.Underwood; Andrew, Morris; Leonard, Moore, Ubogu, Johnson, Bayfield, Rodber, Clarke, Richards.

Mete: R.Underwood (2), Carling (2).
Trasformazioni: Andrew (3).
Calci piazzati: Andrew.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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