COE E OVETT, I DUE RE INGLESI DEL MEZZOFONDO

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Coe e Ovett alle Olimpiadi di Mosca del 1980 – da cova-do-urso.blogspot.com

articolo di Giovanni Manenti

La storia dello sport, e delle discipline individuali in particolare, da sempre vive sulle rivalità tra i campioni del momento ed il pubblico si appassiona alle loro memorabili sfide che immagina sempre più avvincenti, sin dai tempi di Coppi e Bartali per andare, in epoca più recente, ai match Alì-Frazier o agli incontri sino all’ultima pallina tra Borg e McEnroe.

Molto spesso, ad infiammare la contesa ed a favorire i mass media che in queste circostanze “vanno a nozze“, la rivalità cresce e si contorna anche per le diversità caratteriali e comportamentali dei due contendenti e, questa, è l’unica cosa che ha contraddistinto una delle più grandi sfide dell’atletica leggera, che ha visto opporsi per circa un decennio sulle distanze del mezzofondo veloce, i due britannici Sebastian Coe e Steve Ovett.

Quanto gentile, elegante, calmo, riflessivo ed istruito (prenderà la Laurea in Scienze Politiche) è “Seb” – il prototipo del “bravo ragazzo“, verrebbe da dire – così istintivo, ribelle, scontroso, stravagante ed anticonformista è Steve, basti solo pensare al fatto che nei “meeting” è solito indossare una canottiera dell’Unione Sovietica (ricordo della sua prima esperienza giovanile all’estero) che via via appare sempre più sdrucita e stinta.

Di sicuro incidono anche le origini dei due rivali, in quanto Coe è della capitale, abituato a “stare tra la gente“, mentre Ovett, nativo della città marittima di Brighton, ha insita la natura tipica della “gente di mare“, che traduce in un carattere chiuso, introverso, talora misterioso, tendente ad isolarsi (tant’è che i suoi passatempi preferiti sono la pittura e la scultura) e che solo in pista riesce a sfogare il proprio desiderio di affermarsi.

E’ sin troppo logico, pertanto, che due caratteri così distanti non possano “amarsi“, pur avendo entrambi delle immense qualità atletiche ed il modo migliore che scelgono per “sopportarsi” è quello di evitare il più possibile di sfidarsi tra di loro, nonostante forse non si ricordino neppure di aver disputato, non ancora maggiorenni, una gara di cross country sulle 4 miglia, forse per l’eccessiva distanza all’arrivo, dove Ovett si classifica secondo e Coe appena decim0.

Di un anno maggiore di età, essendo nato il 9 ottobre 1955 rispetto al 29 settembre 1956 del connazionale, Ovett si avvia all’atletica sin da giovanissimo, dopo aver abbandonato il football perché, a suo dire, “non aveva senso dover spartire le vittorie coi propri compagni“, mettendosi subito in evidenza vincendo gli 800 metri ai Campionati Europei juniores 1973.

L’anno seguente, a 19 anni ancora da compiere, Ovett si presenta al suo primo appuntamento internazionale di rilievo, correndo la finale degli 800 metri agli Europei di Roma 1974 e cogliendo uno splendido argento in 1’45″76 in una gara dominata dal giovane talento jugoslavo Luciano Susanij con il crono di 1’44″07.

Alle qualità fisiche e tecniche occorre però abbinare anche una conveniente tattica di gara ed Ovett lo comprende a proprie spese nella finale olimpica di Montreal 1976 quando viaggia ad un ritmo troppo lento nel corso del primo giro che lo porta ad essere troppo distante da Juantorena quando “El Caballo” inizia la sua devastante progressione che lo porta alla medaglia d’oro con annesso record mondiale, giungendo non meglio che quinto con la sola platonica soddisfazione di precedere Susanj che lo aveva battuto a Roma.

Ma per Ovett e per il suo “egocentrismoserve un rivale con cui confrontarsi quasi quotidianamente, sia pur a distanza, e la buona sorte glielo consegna sotto forma del connazionale Sebastian Coe, il quale è allenato dal padre Peter che contesta i metodi di allenamento del coach neozelandese Arthur Lydiard, che privilegiano la tenuta sulla distanza più che lo spunto veloce che, viceversa, sembra essere la carta vincente di Sebastian.

Ed i fatti dimostrano che la ragione sta dalla parte del genitore, con Coe che coglie il suo primo alloro internazionale vincendo i Campionati Europei Indoor a San Sebastian nel 1977 concludendo in 1’46″54 una finale degli 800 metri interamente corsa in testa, e migliorando nel corso della stagione i suoi tempi sulla distanza facendo suo il record britannico in 1’44″95 così come sul miglio portandolo a 3’57″7, mentre Ovett, dal canto suo, dà una superba immagine delle sue qualità distruggendo il resto del lotto (tra cui il campione olimpico di Montreal, il neozelandese John Walker) sui 1500 metri alla prima edizione della Coppa del Mondo a Duesseldorf 1977, vinti con il crono di 3’34″45 correndo gli ultimi 200 in 25″1 ed i 100 in 11″8.

I tempi sono oramai maturi affinché i due possano sfidarsi e l’occasione propizia è costituita dagli Europei di Praga 1978 dove sono entrambi iscritti sugli 800 metri, mentre il solo Ovett “doppia” sui 1500, appuntamento al quale Coe si presenta dopo aver ulteriormente migliorato il record nazionale portandolo ad 1’44″26 a soli 15 giorni dall’inizio degli Europei, facendone il logico favorito sulla distanza.

Dopo aver vinto le rispettive semifinali, nella finale del 31 agosto Coe prende decisamente la testa della corsa, coprendo il primo giro in un sensazionale 49″32 che poi paga alla distanza, venendo affiancato e quindi superato da Ovett all’uscita dall’ultima curva, solo per vedersi poi anch’esso scavalcato dal tedesco est Olaf Beyer che va a vincere nel suo miglior crono in carriera di 1’43″84 con Ovett cui, oltre l’argento, resta la soddisfazione di aver tolto a Coe, solo bronzo, il record nazionale in 1’44″09 anch’esso suo miglior tempo di sempre sulla distanza.

E mentre Ovett va a prendersi con relativa facilità l’oro sui 1500 in 3’35″59, i media britannici – notoriamente sempre a caccia di scoop e gossip – iniziano a “fantasticare” sulla rivalità tra i due atleti, ipotizzando un litigio tra loro a fine gara sugli 800, che lo stesso Coe, notoriamente più propenso a concedersi alla stampa, minimizza e chiarisce asserendo che “dopo l’arrivo Steve mi ha messo una mano sulla spalla dicendomi qualcosa. I media pensarono che stessimo litigando, mentre più semplicemente le sue parole furono: “ma chi c***o è quello…???”, riferendosi al vincitore Olaf Beyer ...”. Un atteggiamento non molto “British“, verrebbe da aggiungere, ma perfettamente in sintonia con il personaggio.

Oramai la sfida era comunque lanciata e, ben consapevoli, che il palcoscenico sarebbe stavolta stato universale, vale a dire i Giochi di Mosca 1980, nell’anno preolimpico i due si guardarono bene dall’affrontarsi e, pur rimanendo entrambi imbattuti, il 1979 rappresenta la stagione del definitivo decollo di Coe a livello internazionale, compiendo l’impresa di migliorare nell’arco di soli 40 giorni i primati mondiali sugli 800 metri (1’42″4 ad Oslo il 5 luglio), miglio (3’49″0 ancora ad Oslo 12 giorni più tardi) ed infine sui 1500 metri (3’32″1 a Zurigo il 15 agosto).

Accortosi del pericolo, Ovett risponde da par suo a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi moscovite, dapprima migliorando l’1 luglio ad Oslo il record sul miglio portandolo a 3’48″8 e poi, due settimane dopo, eguagliando il limite di 3’32″1 sui 1500 metri, aggiungendo così ulteriore sale ad una sfida che, pur con l’assenza per boicottaggio degli atleti keniani, si preannuncia incandescente, con i tecnici che danno comunque Coe come favorito sulla più corta distanza ed Ovett sulla più lunga.

Ma i pronostici, si sa, son fatti per essere smentiti e la prima conferma la sia ha nella finale degli 800 metri, in programma il 26 luglio dopo che nelle tre semifinali i tre vincitori (Ovett nella prima, Coe nella seconda ed il sovietico Kirov nella terza) avevano curiosamente corso in pratica nello stesso tempo (1’46″6 per Ovett e Kirov, 1’46″7 per Coe), quando Coe, “scottato” dalla condotta di gara tenuta agli Europei di Praga, lascia il compito di fare l’andatura a Kirov, contando sul suo spunto finale.

Ovett, tatticamente forse più esperto, si piazza alla spalle del sovietico di origini bielorusse, anticipando l’attacco di Coe e presentandosi in netto vantaggio sul rettilineo finale, distacco che il tardivo sprint del connazionale non riesce a colmare, andandosi a prendere la medaglia d’oro col tempo di 1’45″40 davanti ad un deluso Coe in 1’45″85 ed a Kirov che salva il bronzo concludendo in 1’45″94.

Forse delusi dalla sconfitta del “prediletto” Coe, i media britannici andarono ad argomentare sugli strani segni compiuti con la mano da Ovett dopo la vittoria, ipotizzando un qualcosa di ironico nei confronti del rivale, niente di viceversa “piccante“, intendendo semplicemente Ovett scrivere le lettere ILY (I Love You) quale dedica alla fidanzata Rachel Waller.

Scoop mancato a parte, con il morale alle stelle e le recenti prestazioni cronometriche, Ovett è considerato dagli addetti ai lavori come il logico favorito per bissare l’oro olimpico anche sui 1500 metri, in cui realizza in batteria il miglior tempo della rassegna in 3’36″8, risparmiandosi viceversa in una semifinale vinta agevolmente, mentre la seconda, in cui è impegnato Coe, è logicamente più veloce per i tempi di ripescaggio e viene vinta dal britannico in 3’39″4, stesso tempo del tedesco Jurgen Straub.

E, nella finale dell’1 agosto, le parti stavolta si invertono, grazie anche alla condotta di gara del tedesco Straub che, sapendo di non avere chances di vittoria in volata, prende decisamente la testa della corsa all’ultimo giro, presentandosi all’ultima curva con quattro metri di vantaggio su Coe e sei su Ovett, il quale deve cercare di fronteggiare l’allungo del connazionale che supera Straub a metà del rettilineo finale andando a tagliare il traguardo in 3’38″40 davanti a Straub che conserva la seconda piazza davanti ad un Ovett che, demoralizzato per non essere riuscito a superare il rivale, quasi non lotta neppure per una per lui inutile medaglia d’argento.

La delusione per la mancata doppietta vincente viene solo parzialmente compensata da Ovett quando, a fine agosto a Coblenza, ritocca il limite sui 1500 portandolo a 3’31″36 a dimostrazione di una superiorità sulla distanza in cui ha però fallito proprio nell’occasione più importante.

L’anno post-olimpico vede i due campioni fornire un decisivo apporto al successo dell’Europa nella terza edizione della Coppa del Mondo svoltasi a Roma, con Coe che fa suoi gli 800 metri in 1’46″18 ed Ovett a replicare in 3’34″95 sui 1500 mettendo in fila i migliori esponenti del momento, vale a dire il neozelandese Walker, il tedesco est Beyer (toh, chi si rivede!!!), il kenyano Boit e l’americano Sydney Maree, ma è a livello cronometrico che la sfida infinita vive uno dei suoi momenti più epici.

Difatti, mentre Coe a giugno 1981 corre a Firenze gli 800 metri in uno strabiliate 1’41″73 che resterà record mondiale per ben 16 anni, quel che accade sul miglio nel mese di agosto ha qualcosa di incredibile, nel senso che – senza mai incontrarsi direttamente, “of course” – il 19 a Zurigo Coe migliora in 3’48″53 il mondiale di Ovett che, punto sull’orgoglio, sette giorni dopo, ancora a Coblenza, si riappropria del record correndo in 3’48″40 senza avere però neppure il tempo di gioire che il 28 a Bruxelles Coe abbassa nuovamente il limite a 3’47″33, che reggerà insuperato per un quadriennio.

The neverending story” in pratica finisce qui, poiché infortuni ed acciacchi vari condizionano il futuro dei due assi del mezzofondo, con Ovett che salta l’intera stagione 1982 in cui, agli Europei di Atene, Coe è nuovamente beffato sugli 800 e salta i 1500 essendogli diagnosticata una infezione glandolare che lo condiziona anche nell’anno preolimpico dove Ovett prende viceversa parte alla prima edizione dei Campionati Mondiali di Helsinki 1983 giungendo quarto nei 1500 vinti dal terzo incomodo britannico Steve Cram.

Ci si attende una possibile riedizione delle battaglie sul mezzofondo a Los Angeles 1984, ma Ovett deve alzare bandiera bianca a seguito di attacchi di asma che lo confinano all’ultimo posto nella finale degli 800, dove Coe è ancora una volta medaglia d’argento dietro al brasiliano Cruz, e lo costringono al ritiro sui 1500, ai quali partecipa contro il parere dei medici, in cui Coe si conferma campione olimpico proprio davanti all’astro nascente Steve Cram ed anche di “fairplay“, andandosi a sincerare delle condizioni dell’eterno amico/rivale, cercando di consolarlo con un affettuoso: “Steve, siamo troppo vecchi per scherzare col fuoco“.

Non è lecito sapere se lo “scontroso” Ovett abbia o meno gradito il gesto del compagno, ma di una cosa siamo certi e cioè del fatto che i due abbiano scritto alcune delle pagine più memorabili della storia dell’atletica leggera…!!!

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