BABE DIDRIKSON, LA CAMPIONESSA POLIVALENTE DEI GIOCHI DEL 1932

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Babe Didrikson nel lancio del giavellotto alle Olimpiadi del 1932 – da sportsthenandnow.com

articolo di Giovanni Manenti

Raramente, nella storia dello sport, ci si imbatte in un atleta – sia in campo maschile che femminile – che dia prova di una tale versatilità come ha fatto la “leggendaria” americana Mildred “Babe” Didrikson, non a caso eletta in patria come atleta donna della prima metà del secolo scorso, mentre tra gli uomini detto titolo venne assegnato al “re delle prove multiple” di origini indiane, Jim Thorpe.

Nata a Port Arthur, in Texas, il 26 giugno 1911 da una famiglia di immigrati norvegesi (il cui corretto cognome era difatti Didriksen con desinenza tipicamente scandinava, ma venne “americanizzato” dall’Ufficio Immigrazione), quale sesta di sette fratelli, i cui primi tre erano nati in Europa, Mildred si trasferisce all’età di quattro anni con la famiglia – il padre Ole, marinaio e poi carpentiere negli “States“, la madre Hanne Marie, eccellente pattinatrice e sciatrice come si conviene ad una nordica – a Beaumont, sempre in Texas, dove inizia la pratica sportiva.

Attratta dai giochi dei coetanei di sesso maschile, Mildred – la quale, già affermata, ad un cronista che le chiede: “C’è qualcosa a cui non abbia mai giocato…???” risponde con un malizioso “Sì, alle bambole…” – dimostra una naturale predisposizione per molteplici sport, iniziando dal tipico baseball in cui, in un incontro a livello giovanile, mette a segno ben 5 “home run” che le valgono il nomignolo di “Babein omaggio al famoso giocatore dell’epoca, Babe Ruth, anche se molti ritengono l’aneddoto riferirsi viceversa a come la madre la chiamasse “Bebe” sin dai tempi della prima infanzia.

Ma è un altro sport, all’epoca agli albori, ad attirare le attenzioni di Mildred, vale a dire il basket, entrando a far parte, appena diplomatasi alla High School, dei “Golden Cyclones“, la squadra aziendale della “Employers Casualty Insurance Association“, che per non farle perdere lo status di dilettante, la assume come stenografa a 75$ al mese, ma soprattutto la impiega nel ruolo di pivot che consente alla formazione di partecipare per tre anni consecutivi alla finale nazionale – ed altrettanti riconoscimenti alla Didrikson quale “miglior giocatrice della Lega” – riuscendo a conquistare un titolo.

Curiosamente, la specialità che la consegna alla gloria olimpica è quella da lei praticata per un minor lasso di tempo, vale a dire l’atletica leggera, disciplina che affascina la Didrikson per l’opportunità che fornisce di potersi esprimere in gare di corsa, lancio e salto, e pensare che deve ciò alla riferita “Employers Casualty” che proprio per venirle incontro apre anche una sezione dedicata alla “regina dei Giochi“.

Da personaggio talmente polivalente, Mildred non tradisce certo le attese e, nel biennio 1930-1931, vince quattro titoli nazionali, 80 ostacoli, lancio del giavellotto, salto in lungo ed un – per noi oggi assurdo – lancio della palla da baseball in cui, grazie ai suoi trascorsi giovanili ed al fatto che la specialità è stata da tempo soppressa, detiene la miglior prestazione mondiale con 90,22 metri…!!!

I tempi sono maturi per un’impresa che non ha eguali nello sport americano – e, probabilmente, anche mondiale – quando il 4 luglio 1932 la Didrikson si presenta, quale unica atleta iscritta della “Employers Casualty“, ai Campionati AAU (Amateur Athletic Union) valevoli anche come “Olympic Trials” per gli imminenti Giochi di Los Angeles, partecipando in una sola giornata a ben 8 delle 10 specialità in programma, vincendone ben 6 (oltre al citato lancio della palla da baseball, i più ortodossi 80 ostacoli, getto del peso, lancio del giavellotto, salto in lungo e salto in alto, quest’ultimo a pari merito con Jean Shiley), circostanza che consente alla sua società di vincere anche la prova a squadre, nonostante avesse una sola atleta iscritta…!!!

Oramai a “Babemanca solo la laurea olimpica e, non potendo all’epoca essere iscritta a più di tre gare, opta per gli 80 ostacoli, il salto in alto ed il lancio del giavellotto che si disputano in un arco di tempo di 8 giorni, dal giavellotto in programma il 31 luglio all’alto previsto per il 7 agosto 1932, un calendario di tutto riposo per una che aveva affrontato ben 8 gare nell’arco di 3 ore e mezza in una sola giornata ai campionati nazionali, pur se con un lotto di avversarie di valore indubbiamente più modesto.

Il lancio del giavellotto rappresenta una “primizia” ai Giochi in campo femminile, disputandosi per la prima volta e la Didrikson deve vedersela con due serie avversarie, vale a dire la tedesca Ellen Braumuller, che per ben tre volte ha migliorato il record mondiale da m.40,27 del 12 luglio 1930 sino ai m.44,64 del 12 giugno ’192 solo per vedersi superata, appena sei giorni dopo, da un lancio a m.46,745 (conversione metrica della misura inglese di 153’4, 153 piedi e 4 pollici) dell’americana Nan Gindele, anch’essa della partita, che si disputa tra le sole 8 atlete iscritte, non essendo previsti lanci di qualificazione.

Ma l’attrezzo lanciato a m. 43,68 al primo tentativo da “Babeè sufficiente per consentirle di far sua la medaglia d’oro, davanti alle due tedesche Braumuller (Aagento con m.43,49) e Tilly Fleischer (bronzo con m.43,00) e con la primatista mondiale Gindele non meglio che quinta con un modestissimo lancio di m.37,95 superata anche dalla giapponese Masako Shimpo, quarta con m.39,07.

Archiviata la prima fatica, la Didrikson può godersi due giorni di riposo prima di tornare in pista il 3 agosto per affrontare le batterie dei m. 80 ostacoli, che vedono iscritte 9 atlete, suddivise in due serie da 5 e 4 partenti rispettivamente, in cui si qualificano per la finale le prime tre arrivate.

Poco più di una formalità, dunque, per la forte e talentuosa Mildred, che come suo solito prende la cosa maledettamente sul serio, in quanto, inserita nella prima serie unitamente alla connazionale Simone Schaller ed alla primatista mondiale in 11″8, la sudafricana Marjorie Clark, se la aggiudica eguagliando il citato record mondiale, stesso tempo con cui viene accreditata la Schaller e la Clark terza ad un solo decimo di distanza, mentre l’altra batteria è agevolmente vinta dalla terza americana, Evelyne Hall con il peggior crono di 12″ netti.

E’ opinione comune che il giorno dopo, 4 agosto, la finale possa riservare ulteriori scintille tra le protagoniste e le attese non restano deluse; schierata in seconda corsia, la Didrikson prende la testa della gara sin dal superamento delle prime barriere, contrastata dalla connazionale Hall in prima corsia, la quale disputa la gara della vita raggiungendola sul filo di lana per un nuovo record mondiale di 11″7 per entrambe, ma con i giudici che assegnano la vittoria alla Didrikson (i maligni sostengono in virtù della sua già nota popolarità), con l’ex primatista Clark cui per ottenere il bronzo è necessario eguagliare il suo vecchio limite di 11″8 per rintuzzare l’attacco della Schaller – che replica anch’essa l’11″8 del giorno prima – ed impedire così una tripletta a “stelle e strisce“.

Con già due medaglie d’oro al collo, la Didrikson si presenta alla prova di salto in alto per tentare l’impresa di essere la prima atleta a conquistare 3 ori in una singola edizione dei Giochi, dovendosi però confrontare con la primatista mondiale, l’olandese Lien Gisolf, argento quattro prima alle Olimpiadi di Amsterdam dietro alla canadese Ethel Catherwood, ritiratasi dalle scene dopo i Giochi del 1928, ed alla quale aveva strappato il record mondiale stabilito proprio in occasione della rassegna olimpica olandese, portandolo dapprima a m.1,605 e quindi ad 1,62 meno di due mesi prima dell’inizio dei Giochi di Los Angeles.

Altra pericolosa concorrente è la connazionale Jean Shiley – già quarta ad Amsterdam con m.1,51 – con la quale ha diviso la misura di m.1,60 agli Olympic Trials che le ha viste qualificare entrambe per i Giochi con il nuovo record americano; la sensazione tra gli addetti ai lavori è che il 7 agosto, giorno della gara, non essendo anche in questo caso previste qualificazioni stante il ridotto numero (10) di atlete iscritte, si possa assistere ad un ulteriore progresso a livello di primato mondiale.

La conferma a tale previsione non tarda a materializzarsi, consentendo agli spettatori del “Coliseum” di Los Angeles di assistere ad una delle più combattute gare di salto in alto della storia dei Giochi, con cinque ragazze in lotta per le medaglie, tutte entrate in pedana alla misura di 1,50 ed ancora in lizza ad 1,58 pur con due errori ad 1,55 per l’olandese Gisolf, altrettanti, oltre ad un altro errore ad 1,52 per la sudafricana Clark (già bronzo sugli 80 ostacoli), mentre sinora percorso netto hanno compiuto sia la Didrikson che la Shirley, così come la ventenne canadese Eva Dawes, classica sorpresa di giornata.

E mentre la primatista mondiale Gisolf ha un sussulto d’orgoglio superando alla prima prova 1,58, così come proseguono nel loro percorso immune da errori le altre tre citate concorrenti e la Clark necessita di un ulteriore terzo tentativo per “fare la misura“, alla quota di 1,60 sia la Clark che la Gisolf si devono arrendere, mentre la Dawes supera l’asticella al secondo tentativo, assicurandosi quanto meno il bronzo, che poi diventa certezza quando fallisce tutti e tre i tentativi ad 1,62, viceversa superato ancora alla prima prova dal duo americano Shiley/Didrikson che, eguagliato il mondiale della Gisolf, ne vanno ora all’attacco.

E, con l’asticella posta a m.1,65, la stessa viene valicata al primo tentativo dalla Shiley ed al secondo dalla Didrikson – nuovo record mondiale per entrambe – che poi falliscono tutte e tre le prove ad 1,67 circostanza che, con le regole odierne, darebbe la vittoria alla Shiley per il minor numero di errori commessi, ma che, all’epoca, determinava la disputa di uno spareggio.

Ed ecco, come logica conclusione di una gara stupenda, il “coupe de theatre” finale, con la Shiley che stavolta supera la misura di 1,67 imitata subito dopo dalla Didrikson che però, a parere dei giudici, viene accusata di aver valicato l’asticella portando avanti prima la testa e poi il resto del corpo, gesto all’epoca non consentito, e pertanto la vittoria viene assegnata alla Shiley con “Babe” che può consolarsi con un record ad oggi ineguagliato (sia in campo maschile che femminile) di aver conquistato tre medaglie in gare di corsa, salto e lancio.

Termina qui l’esperienza olimpica ed atletica della Didrikson, che intende “capitalizzare” la sua notorietà passando professionista e dedicandosi a varie discipline, tra le quali poi sceglie la più remunerativa, vale a dire il golf, di cui diviene protagonista assoluta aggiudicandosi, tra l’altro, ben tre U.S. Open nel 1948, 1950 e 1954, quest’ultimo nonostante avesse già dovuto subire, l’anno prima, un’operazione chirurgica per rimuovere un tumore al colon.

Nel frattempo convolata a nozze nel 1938 con il lottatore di origine greca George Zaharias, la Didrikson nulla può contro l’unico avversario che non è riuscita a sconfiggere nella sua breve vita e che, ripresentandosi in forma più aggressiva, la porta alla morte il 27 settembre 1956 all’età di soli 45 anni, lasciando dietro di sé una scia di successi e di dicerie sulla sua presunta “mascolinità” che altro non fanno che accrescerne la relativa leggenda.

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