ALADAR GEREVICH, L’ATTILA DELLA SCHERMA DALLA SCIABOLA D’ORO

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Aladar Gerevich – da 24.hu

articolo di Gabriele Fredianelli

Non si può non partire dai record per uno come Aladár Gerevich. Sette ori olimpici, nell’arco di quasi 30 anni, da Los Angeles 1932 a Roma 1960, di cui sei consecutivi nella sciabola a squadre. Mai nessuno, in nessuna disciplina, ha vinto per sei volte di fila la stessa prova, pur perdendo due Olimpiadi per colpa della guerra. Dieci medaglie complessive (compresa una nel fioretto, nel 1952) cui si aggiungono l’esagerazione di 13 ori mondiali, tra 1931 e 1958. Ai Giochi, nella scherma, nessuno ha vinto mai tanti ori quanto lui. E di medaglie totali solo il nostro Edoardo Mangiarotti ne ha conquistate di più (tredici contro dieci, in una classifica che lo vede unico non italiano nelle prime cinque posizioni).

Gerevich nacque nel 1910 nella provincia ungherese, in un paese chiamato Jászberény che la leggenda vuole fosse la patria di Attila, il leggendario re degli Unni. E anche lui un re lo fu davvero. I capelli neri stirati all’indietro fin ad età avanzata, gli occhi scuri e intensi, lo sguardo puntato sul bersaglio avversario. Pochi personaggi hanno segnato come lui la storia di una disciplina. Di quella sciabola che furono proprio gli italiani ad insegnare ai magiari, a cominciare da Italo Santelli che, partito per Budapest a fine Ottocento, vi aprì una sala e divenne quasi un eroe nazionale, tanto da vedersi dedicata anche una frittata con salsiccia, pancetta e pomodoro.

L’Ungheria nella sciabola ha segnato una vera e propria dittatura per lunghissimi decenni ai Giochi Olimpici. A squadre si contano sette successi di fila tra 1928 e 1960, indifferenti alla guerra vera prima e a quella fredda poi: ben nove nelle prime undici occasioni, partendo dal 1908 a Londra (mentre l’Italia raccoglieva nel frattempo due ori e cinque argenti). Nell’individuale, qualcosa di ancora più incredibile: nove ori consecutivi, con otto atleti diversi, tra 1924 e il 1964: Sándor Pósta, Ödön von Tersztyánszky, György Piller-Jekelfalussy, Endre Kabos, Aladár Gerevich, Pál Kovács, Rudolf Kárpáti (unica doppietta), Tibor Pézsa. Senza aggiungere che soltanto il nostro fuoriclasse Nedo Nadi, nel 1920 ad Anversa, aveva interrotto per un anno il dominio iniziato nelle due precedenti edizioni dei Giochi (1908 e 1912) da Jeno Fuchs.

Gerevich fu il trait d’union tra la sciabola delle origini e quella moderna, da poco più che ventenne a maturo cinquantenne. Il suo più fedele compagno fu Pál Kovács, altro uomo da record, cinque volte oro olimpico al suo fianco, mancato solo nel 1932. I primi quattro ori arrivarono tutti battendo l’Italia in finale: da quella di Gaudini, Marzi e Pignotti a quella di Nostini e Darè, passando per quella di Masciotta, Montano e Tanzini.

Il suo affondo, una vera e propria spaccata, era micidiale. Lo chiamarono il “Puskas della scherma”, Gerevich. Per le tante vittorie e per la classe cristallina tanto vicina a quella del connazionale, più giovane di lui di un decennio e mezzo, ma coi tratti del volto simili e lo stesso fisico non troppo alto ma massiccio e imponente.

Morì a Budapest nel 1991. Ma tutta la sua famiglia fu straordinaria, sportivamente parlando. Di quelle genealogie che la scherma spesso regala, dai Nadi ai Montano e ai Mangiarotti, passando per i Ragno padre e figlia. La moglie Erna Bogen-Bogáti, nata in Polonia ma ungherese di nazionalità, fu bronzo nel fioretto 1932 con le magiare. E il padre di lei, e quindi suocero di Aladar, l’austriaco Albert Bogen, era stato argento di sciabola a Stoccolma 1912. Il figlio Pál vinse due bronzi a squadre, nel 1972 e 1980, sempre nella sciabola, oltre a cinque titoli mondiali. Pál sposò poi la pallavolista Gyöngyi Bardi, due volte quarta ai Giochi, unica della stirpe rimasta fuori dal podio. Il medagliere di famiglia è ricco dunque di 14 pezzi di metallo, nell’arco di 68 anni. Una dinastia senza fine o quasi.

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