LA “DIVINA” LENGLEN, PRIMA STAR DEL TENNIS

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Suzanne Lenglen in azione – da audeladessentiers.wordpress.com

E’ certo un’idea bislacca quella di voler fare della propria, unica figlia una campionessa di tennis! Soprattutto in quest’inizio di XX secolo in cui lo sport con la racchetta è riservato ad un’elite di persone e la competizione è un affare per gentiluomini. Ma Monsieur Charles Lenglen, ricco industriale del nord della Francia, ha idee alternative, ad onor del vero. E che Nostro Signore gliene renda merito.

I Lenglen, in effetti, trascorrono l’inverno villeggiando nella residenza di famiglia a Nizza, a pochi passi dai campi di tennis della Villa Imperiale. E’ forse osservando gli inglesi che qui disputano i tornei di primavera che il papà della piccola Suzanne, appassionato di tennis, matura l’illusione di far della figlia una campionessa. Elabora pertanto metodi d’allenamento rivoluzionari per una bimba di 10 anni: la costringe a giocare un’ora al giorno nella fascia oraria di mezzodì, e si diverte a posizionare un fazzoletto bianco sul campo, che Suzanne deve provare a colpire con la pallina, per una moneta di ricompensa. A completare il tutto, la ragazza prende lezioni di danza tutte le sere, e questo influenzerà di certo il suo stile di gioco.

Nel 1912 Lenglen disputa il suo primo torneo senior, pur essendo lei poco più che una bambina, e qui comincia la sua avventura di tennista imbattibile. Serve dall’alto, scende a rete a giocare di volée e colpisce lo smash balzando ad altezza vertiginosa con una leggerezza che stupisce gli osservatori. A 14 anni, lei che è nata il 24 maggio 1899 a Parigi, è già una vedette a cui è concesso l’onore di esser richiesta come partner di doppio misto dal campione del mondo, il neozelandese Anthony Wilding, pure lui in soggiorno in Costa Azzurra.

Niente più ferma il giovane prodigio, fino al giorno della finale del campionato di Francia del 1914, una sorta di predecessore del Roland-Garros, che Lenglen perde di poco con Marguerite Broquedis, 5-7 6-4 6-3. Tre settimane dopo, Suzanne si riscatta e conquista il campionato mondiale su terra battuta a Saint-Cloud, proprio all’atto di compiere 15 anni! Nel 1919 diventa la migliore anche nel tennis su erba, vincendo per la prima volta il torneo di Wimbledon al termine di una sfida serrata con la detentrice del titolo, la 40enne Dorotea Lambert-Chambers, infine battuta con il punteggio di 10-8 4-6 9-7 e dopo aver salvato due match-ball al terzo set. La Regina Mary, particolarmente impressionata dalla piccola “Suzene“, ne fa la sua giocatrice preferita per tutti gli anni a venire, tanto da organizzare i suoi impegni in funzione dell’orario dei match della tennista francese.

L’inverno 1919/1920 è ancora una stagione felice, per Lenglen. Che con gli amici Pierre Albaran (noto giocatore di bridge) e Alain Gerbaud (il fututo navigatore in solitario), entrambi pure eccellenti giocatori di tennis, respira appieno la gioia di vivere, domina i tornei in Costa Azzurra, riceve nella sua sontuosa villa quell’elite della società che ormai l’ha accolta a pieno titolo e non ha altro desiderio che un bel pieno di mondanità e divertimenti.

Ma l’anno seguente, 1921, le cose cambiano. Nel frattempo, in effetti, Suzanne è diventata una celebrità. Dopo i facili successi a Parigi, a Wimbledon e ai Giochi di Anversa, dove conquista tre medaglie di cui due d’oro, in singolare e in doppio misto, occupa ovunque la scena e gli organizzatori dei tornei di tutta Europa se la contendono. Il tennis è ancora uno sport amatoriale, ma la famiglia Lenglen tende a far cassetta accettando gli inviti più prestigiosi, facendo così gravare sulle spalle di Suzanne sospetti di professionismo non del tutto ingiustificati. Si racconta che gli organizzatori dei tornei scommettessero volentieri 1000 franchi dell’epoca con Monsieur Lenglen che Suzanne non avrebbe partecipato al loro evento. Il papà accettava senza batter ciglio e programmava così l’attività della figlia

Lenglen, orami la star più ricercata, impone al mondo una rivoluzione nello stile e nell’abbigliamento di gioco. La gonnellina tagliata appena sopra il ginocchio, la benda rosa nei capelli, la pelliccia che si mette sulle spalle all’entrata in campo, tutti questi dettagli sono rimasti celebri quanto la sua leggendaria silhouette aggraziata. Di più, si trucca prima di scendere sul rettangolo di gioco, mostrando un vivo desiderio di piacere.

Sotto il fuoco incrociato della stampa, nondimeno, Suzanne vive il dramma di trovarsi stretta in mezzo a molteplici modi di essere, contradditori tra loro e che non arriverà mai a conciliare. Innanzitutto è una stella di prima grandezza e assume il ruolo con disinvoltura, vestita dai migliori stilisti, ama esser fotografata e darsi un tono. Ma è anche una giovane ragazza che resta sotto l’ala protettrice del padre, suo unico allenatore. E’ lui appunto che le programma gli impegni, e la famiglia al completo (madre e cane…) l’accompagnano in tutti i suoi spostamenti. E’ altresì una giovinetta del suo tempo, col cuore in subbuglio, che si innamora di tutti i piacenti ragazzi che giocano a tennis. Gli spagnoli Alonso e Flaquer – soprannominato non a caso l’Ispano-Suzanne… – sono i suoi preferiti. Ahimé, troppo spesso Suzanne torna dal padre in lacrime, dopo aver creduto di aver trovato l’uomo della sua vita.

Tutte queste sollecitazioni finiscono per avere un effetto devastatorio sul suo sistema nervoso, con il passare degli anni e quando ormai è diventata per tutti l’invincibile, la “Divina” Suzanne Lenglen. Ma Suzanne non ha fortuna: un viso irregolare, un naso imperfetto e un sorriso che dava sempre l’impressione di esser sempre sul punto di piangere… le caricature dell’epoca hanno di che accanirsi con lei!

In realtà Suzanne Lenglen vive un’epoca formidabile, ed è il simbolo dell’emancipazione per una generazione intera di giovani. Riesce ad elevare il tennis femminile a pari livello con quello maschile, sia sotto l’aspetto dello spettacolo che di quello dell’interesse di pubblico. Ma il problema è che non riuscirà mai a trarne reale profitto. Il suo stato di salute non cessa di peggiorare. Nel corso del suo primo ed unico viaggio negli Stati Uniti, nel 1921, è vittima di un violento attacco di pertosse ed è costretta ad abbandonare al primo turno degli US Open nel match contro la detentrice del titolo, Molla Mallory, dopo aver perso il primo set 6-2 ed in preda ad una tosse incontrollabile che quasi la vede scoppiare in lacrime e la sottopone alla derisione del pubblico newyorchese. In definitiva, sarà questa l’unica sconfitta di una carriera leggendaria, con sei titoli di singolare a Wimbledon (1919/1920/1921/1922/1923/1925) e due al Roland-Garros (1925/1926), oltre a sette vittorie in doppio e cinque in doppio misto nei due principali tornei del Grande Slam.

Nel 1924, complice problemi d’asma, non partecipa ai campionati di Francia e, non del tutto ristabilita, rinuncia a disputare la semifinale di Wimbledon. Continua tuttavia a dominare quasi in maniera oltraggiosa tutte le avversarie che si imbattono sul suo percorso di campionessa, pur cominciando ad economizzare il suo stile, giocando sempre più spesso da fondocampo ed evitando le famose acrobazie a rete, esercizio nella quale eccelle come nessun’altra giocatrice. Vittima di crisi d’insonnia, costantemente in viaggio, si riempie di medicinali, resa sempre più fragile dal suo stato di vedette e dall’eterna instabilità sentimentale.

Gli effetti di una vita sempre al limite cominciano a farsi sentire inesorabilmente al momento dell’incrocio con la stella nascente del tennis mondiale, l’americana Helen Wills, che Lenglen affronta a Cannes nel febbraio 1926. Scesa in campo esausta per la notte insonne, dopo aver discusso animatamente con il direttore dell’hotel, reo a suo dire di non averla svegliata, disputa un match senza quell’ardore che le è solito, venendo nondimeno a capo dell’avversaria con il punteggio di 6-3 8-6, giocando di rimessa da fondocampo e facendo valere la precisione dei suoi colpi, senza prendere il benché minimo rischio. Vince ma non convince, oseremmo dire, con Suzanne che a fine partita denuncia una preoccupante crisi di nervi. Non vi è dubbio alcuno che Lenglen non sarebbe stata assolutamente in grado di competere ad armi pari in un eventuale terzo set…

E’ tempo, per la “Divina“, di farsi da parte. Nello stesso anno 1926, l’incidente di Wimbledon accelera una decisione indispensabile per il suo stato di salute. Arrabiata con gli organizzatori per una banale storia di spostamento d’orario di un match, abbandona il torneo “tradendo” la Regina Mary venuta appositamente, come suo solito, per vederla giocare, e torna a Parigi. Accetta di prender parte alla prima tournée da professionista della storia del tennis, per poter infine, come ebbe a dichiarare, “giocare a tennis solo per il mio piacere“…

Lenglen espatria negli Stati Uniti, dove trova finalmente l’amore nella persona di Charles Baldwyn, un ricchissimo ereditiero, già sposato ma in istanza di divorzio. Due anni dopo, però, le cose naufragano, la tournée è un fallimento e Suzanne tientra in Francia con il fidanzato. Disdetta vuole che Baldwyn, in rotta con la famiglia, sia senza risorse e non possa ottenere il divorzio tanto atteso. La separazione con Lenglen è inevitabile e Suzanne, ormai, disillusa, apre una scuola di tennis a Parigi. Continua a frequentare il mondo del tennis, spesso è presente sulle tribune del nuovissimo impianto del Roland-Garros, dove non si è mai esibita, per i grandi incontri di Coppa Davis, per farvi poi un’ultima apparizione nel 1938, il giorno della vittoriosa finale di Donald Budge.

Siamo a metà giugno, due settimane dopo Suzanne è vittima di una leucemia fulminante (o di un’anemia perniciosa, come qualcuno ebbe a sostenere) e il 4 luglio, all’età di 39 anni, muore precocemente. Il suo ricordo resta vivo a Roland-Garros, dove le è dedicata una strada, dove una statuta è posizionata in suo onore e dove il campo centrale bis, eretto nel 1980, porta il suo nome.

Certo, piccoli mausolei che fanno piacere… quel che importa, tuttavia, è che Suzanne Lenglen, che fu “Divina” di fatto e non solo sulla carta, per chi pensa il tennis ha le stimmate della leggenda. Come nessun altra.

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