LUIGI BECCALI, IL “NINI” D’ORO DEI 1.500 METRI

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Luigi Beccali a Los Angeles 1932 – da corriere.it

articolo di Giovanni Manenti

Indubbiamente favoriti da un pressoché nullo coinvolgimento del proprio Paese nella “Grande Guerra“, nelle tre successive edizioni dei Giochi Olimpici si ebbe a registrare un dominio pressoché assoluto degli atleti finlandesi nelle gare di mezzofondo veloce e prolungato e fondo, talché facevano più scalpore le rare sconfitte – la più clamorosa delle quali quella patita dal “leggendario” Paavo Nurmi sui 5.000 metri alle Olimpiadi di Anversa 1920 ad opera del francese Joseph Guillemot – che non i numerosi successi dello squadrone finnico che sia a Parigi 1924 che ad Amsterdam 1928 aveva fatto “en plein” sui m.1.500, 5.000, 10.000 e 3.000 siepi, con l’unica concessione relativa alla maratona di Amsterdam, vinta dal franco-algerino El Ouafi.

Una sfida ben più ardua li attendeva però nel 1932 quando i Giochi si svolgono oltre Oceano, a Los Angeles negli Stati Uniti, dato il ritiro “volontario” dalle gare di Ville Ritola e quello “forzato” di Paavo Nurmi, accusato di professionismo, tutte circostanze che davano fiducia sia agli atleti di casa che a quelli del “Vecchio Continente“, tra i quali, nella prova del mezzofondo veloce sui 1.500 metri, uno dei più accreditati era il francese Jules Ladoumègue, già argento ad Amsterdam sulla distanza, a soli 6/10 di margine dal vincitore, il finlandese Harri Larva.

Alto m.1,71 per 59 kg., Ladoumègue era noto, come molti altri mezzofondisti del resto, più per le sue qualità di “recordman” che non per i piazzamenti in occasioni ufficiali a causa della sua eccessiva emotività che non gli consentiva di superare la pressione costituita dall’importanza dell’evento, ma comunque si presentava come uno dei favoriti alla rassegna olimpica, avendo dalla sua i primati mondiali sia dei m.1.500 piani (3’49″2 nel 1930) che del miglio (4’09″2 nel 1931).

Purtroppo, sulle ambizioni olimpiche del francese si doveva abbattere – come piuttosto sovente all’epoca – la “mannaia” del professionismo, perdendo lo “status” di dilettante a seguito di una complicata vertenza con la Federazione Francese di Atletica Leggera che lo aveva accusato di aver corso dietro compenso in alcune competizioni nel nord del paese.

Non è logicamente possibile sapere come si sarebbe svolta la prova sui 1.500 metri ai Giochi di Los Angeles con Ladoumègue presente, quel che è certo è che ad approfittarne fu, soprattutto, un italiano milanese di origine, Luigi “Nini” Beccali, di dimensioni abbastanza minute (era alto m.1,69), ma piuttosto compatte, dati i suoi 63 chilogrammi.

Beccali, nato nel novembre 1907, in età giovanile si divide tra la corsa ed il ciclismo, cui approda dopo un esordio disastroso in una gara sui 5.000 metri, pur se condizionato da una caduta; per fortuna sua e dell’Italia sportiva, anche le due ruote non gli riservano grandi soddisfazioni e così torna, è il caso di dire, “sui suoi passi” e viene tesserato dalla Pro Patria di Milano in cui viene preso in consegna dal Prof. Dino Nai, competente ed appassionato istruttore che intravede sin da subito in “Nini” le stimmate del campione.

Quanto questo sodalizio tra atleta e coach dovesse rivelarsi fondamentale lo si intuisce già nel 1928, quando Beccali è il primo italiano a scendere sotto il muro dei 4 minuti sui 1.500 metri, chiudendo in 3’59″6 dietro al solito Ladoumègue una corsa a Parigi in preparazione delle Olimpiadi di Amsterdam, dove “Nini” paga lo scotto dell’inesperienza venendo eliminato in batteria.

Merito di Nai è quello di convincere Beccali a far tesoro di quella deludente esperienza, spronandolo a dare il massimo in allenamento e a preparare scrupolosamente anche la tattica di gara (atteggiamento piuttosto insolito all’epoca), che i due, è proprio il caso di dirlo, “studiavano a tavolino” nelle serate trascorse in un bar di via Galileo Galilei a Milano durante l’inverno del 1931.

Probabilmente a “Nini” tutto quel “lavaggio del cervello” avrà dato anche fastidio, nel senso di ridurre ulteriormente i tempi di riposo, dato che, oltre agli allenamenti, continuava a lavorare come tecnico e disegnatore presso un Ente Pubblico, ma i risultati ottenuti in pista lo incoraggiavano a fidarsi ciecamente del suo “mentore“, avendo nel frattempo abbassato il suo primato italiano di oltre 7”, portandolo a 3’52″2 il 15 maggio 1932 a Milano e che costituiva il miglior crono mondiale dell’anno, facendo così di Beccali uno dei favoriti per il podio olimpico.

Sbarcato sul suolo americano, ancora una volta risulta determinante il consiglio di Nai di rinunciare alla prova sugli 800 metri (nonostante nel 1931 avesse conquistato il titolo italiano su entrambe le prove) e concentrare tutte le sue forze sulla quasi doppia distanza, convincendolo a “… mettere tutte le uova in un solo paniere …!!!“, decisione che si rivela saggia a partire dall’esordio del 3 agosto, quando Beccali si qualifica per la finale vincendo in 3’59″6 la sua terza batteria davanti ad uno dei favoriti della vigilia, il finlandese Purje, con il miglior tempo di qualificazione realizzato in 3’55″8 dall’americano Glenn Cunningham, sprecando peraltro eccessive energie in una batteria che lo vede prevalere con oltre 5″ di vantaggio sul secondo, nel mentre seri pretendenti al podio emergono dalla seconda eliminatoria che vede i primi quattro scendere abbondantemente sotto i 4 minuti.

L’indomani, gli occhi dei 65.000 spettatori del “Coliseum” di Los Angeles sono ovviamente puntati sull’atleta di casa Cunningham che, sospinto dal pubblico prende all’inizio il comando della gara, poi rilevato dal canadese di colore Phil Edwards (già bronzo sugli 800 metri due giorni prima) che con una accelerazione improvvisa al terzo giro allunga il gruppo, seguito dal solo Cunningham ed i due sembrano doversi disputare la vittoria quando, a 300 metri dall’arrivo, vantano un vantaggio superiore ai 10 metri sul resto del plotone, dove Beccali ha sinora vissuto di “conserva“.

A dare una mano all’atleta italiano, ci pensa l’inglese John Cornes che, fiutando il pericolo, si incarica di ricucire lo strappo, portando Beccali a ridosso dei due battistrada all’ingresso del rettilineo finale, ancorché in quarta posizione, ma il “rush” finale del milanese è di quelli che non ammettono repliche e con i capelli “impomatati” pettinati all’indietro come si usava all’epoca che sembrano conferirgli una maggiore velocità, si impone nettamente col nuovo record olimpico (ed taliano, ovviamente) di 3’51″2, con Cornes che termina secondo in 3’52″6 ed Edwards deve accontentarsi di un altro bronzo a soli 2/10 di distanza, precedendo uno “scornato” Cunningham, non meglio che quarto, pagando una condotta di gara dissennata, in una prova in cui, comunque, tutti e 10 i concorrenti finiscono sotto i 4 minuti.

La prima medaglia d’oro italiana in una gara di corsa ai Giochi Olimpici non manca certo di essere enfatizzata dal regime dell’epoca – valga per tutti il titolo di un quotidiano “Beccali porta al Trionfo Olimpionico le Aquile Romane di Romolo e Remo …!!!” – con atteggiamenti che non possono che farci sorridere, ma che per nulla scalfiscono lo spessore dell’impresa sportiva di “Nini” che, negli anni a seguire, dimostra di non essere affatto una meteora, eguagliando in 3’49″2 e poi superandolo in 3’49” netti, il record mondiale di Ladoumègue nel giro di otto giorni tra il 9 ed il 17 settembre 1933.

Beccali, il cui citato primato resisterà a livello italiano per ben 23 anni, si impone altresì sulla medesima distanza ai primi Campionati Europei svoltisi a Torino nel 1934, centrando un’accoppiata Olimpiadi/Europei che verrà eguagliata solo 60 anni dopo dallo spagnolo Fermin Cacho (oro sia ai Giochi di Barcellona 1992 che alla rassegna continentale di Helsinki 1994), terminando la sua fantastica carriera con il bronzo olimpico di Berlino 1936 in 3’49″2 stavolta preceduto da Cunningham che, pur correndo in 3’48″4, vede sfuggire nuovamente l’oro per il successo in 3’47″8 a ritmo di nuovo record mondiale, del neozelandese Jack Lovelock che a Los Angeles si era classificato settimo, cui fa seguito un altro piazzamento sul gradino più basso del podio con il terzo posto agli Europei di Parigi 1938 vinti dal britannico Wooderson.

Conclusa l’attività agonistica, Beccali si trasferisce per motivi di lavoro negli Stati Uniti, dove muore a Daytona Beach, nel 1990 a quasi 83 anni, forse un po’ dimenticato in patria, ma il cui nome resta certamente scolpito in eterno a “lettere cubitali” in quello che è il “Grande Romanzo dei Giochi Olimpici…!!!

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