CARRIERA ED EREDITA’ DI HELENIO HERRERA, “IL MAGO”

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Helenio Herrera – da forzaitalianfootball.com

articolo di Massimo Bencivenga

«Avendomi il governo nominato professore-allenatore-generale unico, ero continuamente costretto a dare lezioni e conferenze a preparatori, maestri di scuola e professori di educazione fisica. Grazie ad una portentosa resistenza fisica e ad un ottimo equilibrio nervoso non avevo bisogno, come accade a molti allenatori, di perdere molte ore a dormire al sole. Venni nominato anche segretario della Commissione Tecnica della Federazione francese di football, con giurisdizione su tutti i problemi d’indole tecnica e, come se ciò fosse stato poco, creai il Sindacato Allenatori del quale diven­ni segretario generale con un congruo stipendio per la redazione e pubblicazione d’un bollettino quindicinale. Di mia iniziativa seguii i corsi d’infermiere e massaggiatore-medico facendo pratica in un ospedale parigino ed ottenendo nell’esame finale i voti migliori. Malgrado i successi ottenuti nell’ambito sportivo non abbandonai il mio lavoro. Ero sempre capo sezione nella fabbrica di Saint Gobain ed effettuavo frequenti viaggi ai porti in cui erano situati i cantieri nei quali lavoravano i nostri operai addetti all’isolamento delle tubature e delle caldaie delle navi. Mi dedicavo alla mia professione con l’entusiasmo di sempre e cercavo nuove applicazioni per la lana di vetro per isolare, ad esempio, batterie di autoveicoli, schermi cinematografici, ecc. La molteplicità delle mie occupazioni non influiva negativamente sull’efficacia delle mie diverse attività»

Se l’ingegner Herbert Sir Chapman fu indubbiamente un innovatore e un visionario; e se Árpád Weisz e Béla Guttmann ne fecero una missione; si deve indubbiamente a HH Helenio Habla Habla Herrera l’elevazione dell’allenatore al rango di star. Le parole sopra sono sue, e, tanto per dire, non fu mai nominato, da nessun governo, men che meno quello francese, allenatore, generale bla bla.

Aveva il difetto di spararle grosse il tizio, ma qualche merito lo ha avuto se, a torto o a ragione, lo chiamavano anche il Mago, l’uomo che portò l’Inter sul tetto d’Europa al Prater di Vienna, dinanzi a mostri sacri come Puskas e Di Stefano del Real Madrid.

Non nacque bene, il nostro amico, in Argentina. Era figlio di un emigrante spagnolo in cerca di successo. Come il bambino brasiliano del film “l’allenatore nel pallone” diciamo che il papà girò intorno al successo, poi decise di provare a trovare altrove un posto nel mondo emigrando di nuovo: in Marocco. Qui cominciò a fare sport. Il piccolo, aveva circa otto anni quando si ritrovò in terra d’Africa, cominciò a tirare di boxe. Sì, avete capito bene, Helenio Herrera, molto più che minorenne, venne utilizzato in incontri clandestini organizzati dai marinai di varie nazionalità che s’incrociavano nel crogiulo di razze e rotte che era Casablanca.

Non se la cavava male, in quegli incontri imparò l’importanza della tattica, dello studio attento dell’avversario, ma in quegli incontri fece anche l’incontro con un demone. Il demone esigente e totalizzante del protagonismo, quell’essere al centro della scena e dell’attenzione che caratterizzerà tutta la vita adulta di HH. Fu calciatore mediocre, anche se una volta s’inventò di aver militato nella nazionale francese; s’impiegò in una fabbrica francese, questo è vero, dopo essere passato per vari lavori come rappresentante, del resto, come avrete intuito, parlantina e faccia tosta non gli facevano difetto. L’impiego gli consentì di evitare la guerra, di girare un po’ e di studiare da allenatore. Sia come sia, riuscì, con i suoi modi suadenti, a sedersi sulla panchina dello Stade Français; è più o meno di questi tempi la clamorosa balla che fu lui a suggerire l’acquisto di Larbi Ben Barek, tra i primissimi calciatori africani di primissimo livello. Lui disse di averlo visto giocare da Dio in un campo di prigionia marocchina. Larbi Ben Barek, naturalizzato francese, il Marocco ai tempi era colonia francese, esordì con i galletti transalpini nel 1938 contro gli azzurri a Napoli.

Passò ad allenare in Spagna, dove, dopo una stagione al Valladolid (con salvezza insperata), riuscì nell’impresa di vincere due campionati con l’Atletico di Madrid. La fama di “mago” cominciò con quelle imprese dinanzi a squadre come quelle del Real Madrid e del Barcellona, anche se ai tempi le due compagini non avevano ancora in organico gente come Laszlo Kubala e Alfredo Di Stefano. Passò all’ambizioso Siviglia, ma complici anche gli assi menzionati prima, il campionato spagnolo divenne una lotta a due. Finì male al Siviglia, con Herrera in rotta di collisione con il presidente, che poi morì anche, e la Federazione che lo squalificò per non aver rispettato il contratto.

Il nostro amico se ne andò a svernare in Portogallo. Il Barcellona fece pressioni e nel 1958, annullata la squalifica, Helenio Herrera si ritrovò in Catalogna ad allenare il fantastico tris magiaro Kubala-Kocsis-Czibor. Più Evaristo, centravanti più che buono, ma che al cospetto di simili portenti sembrava un umile mestierante. Ma tutto ciò forse non sarebbe bastato ancora per aver ragione del Real Madrid del formidabile tris poliglotta Kopa-Di Stefano-Puskas. No, al Barcellona serviva ancora qualcosa. E quel quid in più si materializzò nelle fattezze di un ragazzino esile di La Coruna. Arriva un momento nel quale un grande allenatore, se è abbastanza fortunato, trova il giocatore in grado di massimizzare la sua idea di gioco. Cosa sarebbe stato Sacchi senza la leadership difensiva di Baresi? E Trapattoni senza la classe di Platini? E Marinus Michels senza Piatagora in scarpe da calcio Cruijff?

Il giocatore clou, quello che fece diventare un già ottimo complesso un vero rullo compressore, si chiamava Luis Suarez. El Architecto, lo definì Di Stefano. E davvero, sin dalla giovane età, Suarez sublimò le sue debordanti qualità tecniche mettendole al servizio della sua raffinata intelligenza tattica e, of course, della squadra. Nelle sue giocate sembrava di rivedere Schiaffino. Dominante in patria, il Barca dovette ingoiare il rospo di vedere per due volte il Real alzare la Coppa dei Campioni; quella del 1960 dopo aver eliminato in semifinale proprio Suarez e compagnia bella. Inutile dire che fu quella la vera finale.

Nel 1960, un altro ambizioso presidente, complici anche i dissidi tra Helenio e Kubala, bussò alla porta di Herrera: Angelo Moratti. Helenio chiese soldi. Tanti. Chiese tempo. Tre anni per vincere lo scudetto. E chiese Suarez. Il galiziano seguì il suo mentore nel 1961, dopo aver perso la finale di Coppa dei Campioni contro il Benfica.

Per due volte, l’Inter, partita bene, crollò in primavera, per effetto forse del ritmo e del pressing che chiedeva Helenio. Celebre il suo “Taca la bala“. Ma la terza volta, nel 1963, fu scudetto. E l’anno dopo, al Prater come detto, fu Europa; quella più nobile. Poi fu anche Mondo. E poi ancora Italia, ancora Europa e ancora Mondo. Con in mezzo però la bruciante sconfitta nell’unica finale scudetto, quella disputata nel 1964, una settimana dopo i fatti del Prater, per mano del Bologna di Bernardini, Haller e Bulgarelli. Poi, nel 1967, nel giro di qualche giorno, la sua Inter si ritrovò a perdere scudetto e la terza Coppa dei Campioni. Fu l’inizio della fine per il Mago, l’uomo che aveva cambiato il calcio in Italia.

Maniacale, attento alla parte atletica, ebbe anche l’intuizione di spostare Picchi come libero (ah, una volta ebbe a dire che il libero l’aveva inventato lui mentre giocava), chiedeva attenzione difensiva spasmodica, con recupero palla veloce, smistamento rapido a Suarez che con i suoi passaggi millimetri e illuminanti metteva in porta Jair e Mazzola. Non era bella da vedere la Grande Inter, ma era efficace. Mortalmente efficace. Allenò anche Spagna e Italia, ma il suo credo aveva bisogno di tempo e non riuscì a incidere più di tanto. Allenò ancora, dopo la tragica settimana del 1967, ma gli anni belli, gli anni da Mago, erano finiti.

Questo personaggio picaresco, che sembra un emulo di Phineas T. Barnum e di Heinrich Schliemann per la combinazione di genio e faccia tosta, aveva capito l’importanza della psicologia nello sport. E martellava i suoi con cartelli appesi negli spogliatoi con frasi del tipo: “Chi gioca individualmente gioca per l’avversario, chi gioca per la squadra gioca per sé!“.

Il calcio moderno è velocità. Gioca velocemente, corri velocemente, pensa velocemente, marca e smarcati velocemente“.

Difesa: non più di 30 Gol. Attacco: più di 100 gol“.

Combattività si, brutalità no!“.

Classe+intelligenza+preparazione atletica=scudetto“.

Lottare o giocare? Lottare e giocare!“.

Tutti dobbiamo avere un po’ di ambizione nella vita: la tua è lo scudetto!“.

Ma la sua eredità più grande è il ruolo che ha svolto nel promuovere la figura dell’allenatore. Se Mourinho e altri guadagnano tanto e sono delle rockstar tanto devono a questo personaggio da romanzo che per primo cominciò con decisione a: pretendere soldi, pretendere tempo, pretendere giocatori, pretendere attenzione dalla stampa

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