BAHAMONTES, “L’AQUILA DI TOLEDO” CHE VOLAVA IN MONTAGNA

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Bahamontes al Tour de France 1959 – da midilibre.fr

Richard Virenque non  mi arriva neppure alle caviglie…” affermò Federico Bahamontes ad un giornalista del quotidiano francese L’Equipe – un sorta di vangelo, di là dalle Alpi – all’atto di venir proclamato miglior scalatore della storia del Tour de France. Virenque per sette volte ha conquistato la maglia a pois che contraddistingue il re della montagna alla Grande Boucle, contro le sei dell’iberico che fu chiamato “l’aquila di Toledo” in virtù delle sue doti quando la strda si impennava sotto le ruote… aggiungendo che “non me ne voglia Richard, ma se lui è uno scalatore, io sono Napoleone. Dov’è oggi la battaglia, il combattimento, lo scontro faccia a faccia? Prima degli ultimi chilometri restano tutti assieme, sembra quasi una processione della Settimana Santa!

Ecco, signori, questo era Federico Martin Bahamontes, fenomeno in bici così come lingua biforcuta tra le più taglienti. Nato il 9 luglio 1928 a Santo Domingo Caudilla, alle porte appunto di Toledo, il campione spagnolo fin da ragazzo evidenzia una spiccata personalità, così come la passione per le due ruote è innata. In verità i genitori non apprezzano la propensione alla pratica ciclistica del giovane Federico, la madre ritiene “che sia un mestiere molto difficile” e terrebbe troppo spesso lontano il figlio dalla sua famiglia.

Macché, nonostante Bahamontes ottenga buoni voti a scuola, la strada è già segnata ed ha le sembianze di una bicicletta. Lo spagnolo passa professionista nel 1954, e pur non avendo la potenza di un Fausto Coppi, col quale correrà nell’ultimo anno dell'”airone” alla Tricofilina, elegge la montagna a suo terreno preferito. Lì, quando il manubrio punta decisamente verso l’alto, Bahamontes è il più forte di tutti, reale appunto come un aquila, che gli vale l’appellativo con cui è universalmente conosciuto. Se i suoi rivali sbuffano e maledicono le vette, lui le adora e le considera, non a torto, territorio riservato di caccia.

La leggenda nondimeno lo investe di un carattere singolare seppur difficile, ad esempio quando attese i rivali in ritardo ad un gran premio della montagna degustando un gelato alla crema. Più tardi Bahamontes preciserà di “aver avuto un guaio meccanico e in attesa della vettura del mio direttore sportivo ho riempito la mia borraccia con della crema“. La versione romanzata dei giornalisti belgi al seguito della corsa rimane al gancio, è proprio il caso di dirlo, delle sue imprese sportive.

Proprio all’esordio al Tour del France, nel 1954, concluso in 25^posizione, Bahamontes trionfa per la prima volta nel Gran Premio della Montagna, e dopo un quarto posto nel 1956 e la piazza d’onore alla Vuelta dell’anno successivo alle spalle di Jesus Loroño, concede il bis nella speciale graduatoria nel 1958, anno di grazia al Tour de France dell’altro mammasantissima della montagna, il lussemburghese Charly Gaul, “l’angelo della montagna“.

Dotatissimo, certo, ma pure con un motore cardiaco che gli permette di recuperare velocemente dagli sforzi, Bahamontes è pronto infine a vincere pure lui il Tour? L’ultima maglia gialla può andare a vestire le spalle di questo camoscio delle salite, che detesta le discese per via di un incidente in gioventù, e che altrettanto poco a suo agio pedala in pianura?

In effetti nel 1959 la stampa non lo accredita certo tra i favoriti sulle strade di Francia. Ma Federico ha progettato nei minimi dettagli un piano sorprendente, per scombussolare le carte in mano ai francesi, che hanno l’ambizione di dominare la corsa, così come di impedire a Gaul di realizzare la doppietta. Le previsioni meteo, per quel mese di luglio 1959, annunciano temperature infuocate, cosa che lo stesso Gaul non digerisce proprio. E quel “furbetto” di Federico confida che Jacques Anquetil non si metterà certo al servizio del giovane Roger Riviere, il nuovo che avanza, e viceversa, così come Louison Bobet, che non si rassegna al tempo che passa, si occuperà dei suoi interessi senza degnare di uno sguardo i due connazionali, rampanti ma separati da un’accesa rivalità. Insomma, in casa Francia la convivenza tra i tre galletti è complicata, ancor più quando Riviere domina la cronometro di Nantes battendo un furente Anquetil sul suo territorio preferito.

Ma c’è un transalpino inatteso, Henry Anglade, che corre per la squadra del Centro-Sud, campione nazionale francese, che pare poter fare da incomodo tra la coppia Riviere/Anquetil e Bahamontes, mentre Gaul non è parente del bel campione che ha trionfato l’anno prima. Nella tappa con arrivo a La Rochelle Anglade ha azzeccato la fuga giusta e ha guadagnato cinque minuti sui favoriti, diventando così un pretendente autorevole alla vittoria finale. Federico, dal canto suo, è rimasto hai margini della corsa, faticando come sua abitudine a cronometro e in pianura, per di più affrontando i Pirenei senza quella baldanzosa inventiva e il desiderio di far saltare il banco che gli è solita quando c’è da salire in quota.

Ma lo spagnolo ha centellinato energie preziose per mettere in atto l’imboscata che dovrà garantirgli di recuperare il ritardo il classifica. Ha segnato sulla sua agenda due tappe-chiave, la cronometro in salita al Puy de Dome, e la tappa alpina tra Grenoble e St.Vincent, il 14 luglio, giorno che i francesi vorrebbero festeggiare doppiamente. E l’impresa a Bahamontes riesce, perfettamente. Vince la prova contro il tempo, veste la maglia gialla a Grenoble nel giorno dell’inutile vittoria di Gaul e a St.Vincent approfitta della tattica ostruzionistica dei due gemelli siamesi, Riviere e Anquetil, per ipotecare la vittoria del Tour de France. Che è cosa fatta quattro giorni dopo, con 4’01” di vantaggio su Anglade e 5’05” su Anquetil che di poco soffia il podio a Riviere.

Bahamontes avrebbe mai trionfato senza la lotta intestina alla squadra francese? Per lo spagnolo non ci sono dubbi: “bisognava essere forti per approfittarne. Non è certo colpa mia se Riviere e Anquetil si detestavano a tal punto da far l’uno perdere l’altro. Conta solo il risultato e ha vinto Federico“.

Il re della montagna fu secondo nel 1963 e terzo ancora nel 1964 e a Toledo l'”aquila” divenne ben presto un dio vivente. Lì, nella sua città, tutti sanno che in verità si chiama Federico Martin Bahamontes, dove Martin è il cognome del padre. Ma la stampa e la leggenda hanno sempre creduto che fosse il suo secondo nome, attribuendogli per l’eternità il cognome della madre, Bahamontes.

Semplicemente, lui era l'”aquila di Toledo“, che volava in montagna.

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