GRAZIA, AMORI E DIGNITA’ DI UNA STELLA: VERA CASLAVKSA​

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Vera Caslavska – da en.wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Da sempre cultore e patria della ginnastica a livello mondiale, se in campo maschile l’Unione Sovietica vede la propria supremazia seriamente incrinata dall’incombere dello “squadrone nipponico che, a partire da inizio anni ’60 dominerà la scena Olimpica per due decenni, nel settore femminile il “nemico” se lo alleva in seno, nel senso che le maggiori minacce arrivano da ginnaste di nazioni facenti parte del cosiddetto “blocco sovietico” e, quel che più risalta agli occhi del pubblico interessato, è come le prestazioni di dette atlete siano anche in parte frutto di rivalsa verso l’egemonia ed il controllo esercitato dalla “Grande Madre Russia”.

Un primo esempio lo si ha alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, quando l’ungherese di origini ebree Agnes Keleti, miracolosamente scampata allo sterminio nazista della Seconda Guerra Mondiale che l’aveva privata del padre, perito ad Auschwitz, si aggiudica l’oro nelle specialità del corpo libero, trave e parallele asimmetriche, nonché l’argento nel completo individuale ed a squadre, proprio nel periodo in cui nel suo paese è in corso la Rivoluzione che porta all’intervento militare sovietico, decidendo di chiedere, al termine dei Giochi, “asilo politico” alle autorità australiane unitamente ad altri 44 atleti magiari, rifugiando l’anno seguente in Israele per non far più ritorno in patria.

A Melbourne nasce però una “stella” di prima grandezza, sotto le sembianze dell’ucraina Larisa Latynina, la quale vanta a tutt’oggi il record di medaglie olimpiche (18 di cui 9 d’oro) vinte in campo femminile in tre edizioni dei Giochi, essendo stata superata solo dal nuotatore americano Michael Phelps sia come numero di medaglie complessive che del metallo più pregiato.

Alla sua terza ed ultima partecipazione olimpica a Tokyo 1964, la Latynina – oramai trentenne, un’età elevatissima per la disciplina – pur andando a medaglia in tutte e sei le prove disputate, deve cedere lo scettro del completo individuale all’emergente cecoslovacca Vera Caslavska, di otto anni più giovane, che, oltre all’oro anche nelle specialità singole del volteggio e della trave, per poco non conduce le sue compagne alla vittoria nel completo a squadre, che resta appannaggio delle Sovietiche per l’inezia di 91/100 di punto.

Con la Latynina ritiratasi dalle scene, la Caslavska ha campo libero, come conferma ai Mondiali del 1966 a Dortmund, dove fa suo l’oro nel completo individuale e a squadre e al volteggio, cui unisce l’argento alla trave e al corpo libero, mentre ancor meglio riesce a fare l’anno successivo agli Europei di Amsterdam (che all’epoca valevano quanto un Mondiale dato il modesto valore delle squadre Usa ed asiatiche) dove, oltre a bissare l’ineguagliabile record di far suo l’oro sia nel completo individuale che in tutte e quattro le singole specialità già ottenuto a Sofia due anni prima, “strappa” ai giudici due “10” in altrettante esibizioni libere agli attrezzi.

Ma, come dodici anni prima nel caso della Keleti, “fosche nubi” si addensano sul cielo di Praga da quando, con la salita al potere di Alexandr Dubcek ai primi di gennaio del 1968, era in corso una politica riformista nell’ambito del processo di “destalinizzazione” del paese che lo stesso presidente ceco amava definire come “il socialismo dal volto umano” e che trova la sua identificazione nel “manifesto delle 2000 parole” che la stessa Caslavska firma unitamente ad altri intellettuali ed anche sportivi, tra cui l’ex campione Olimpico Emil Zatopek.

Tale presa di posizione rischia di compromettere la sua partecipazione ai Giochi visto che, mentre si stava allenando con il resto della squadra in Moravia, a seguito dell’intervento militare sovietico a “rimettere ordine” nel paese, viene avvisata da amici che corre il rischio di venire arrestata, circostanza che la pone nelle condizioni di doversi rifugiare a Sumperk, un paesino vicino ad Ostrava dove continua ad allenarsi come può, con il dubbio che le sia consentito di partire per il Messico.

Dopo tre settimane di “esilio”, il Governo, che ben sa che una mancata partecipazione della “stella” della spedizione ceca avrebbe ancor più incentrato l’attenzione dei “media” sulla situazione cecoslovacca, le consente di riunirsi al team e di prendere il volo per Città del Messico, dove la Caslavska fornisce prestazioni che rimarranno per sempre nella storia dei Giochi.

Pur non riuscendo a togliere all’Unione Sovietica l’oro nel completo a squadre per l’inezia di 65/100 di punto (382,85 a 382,20), la “Divina” si conferma nel completo individuale con 78,25 punti, davanti alle russe Voronina e Kuchinskaya e fa altresì sue le medaglie d’oro al volteggio, parallele asimmetriche e corpo libero (in quest’ultimo caso a pari merito con la russa Larissa Petrik), cedendo il gradino più alto del podio alla Kuchinskaya solo nell’esercizio alla trave, in cui peraltro era stata medaglia d’oro quattro anni prima a Tokyo, così divenendo l’unica atleta della storia dei Giochi ad aver vinto la medaglia del metallo più prezioso sia nel concorso completo che in ogni singolo attrezzo.

La “grandezza” e la “dignità” della Caslavska si manifestano in due particolari situazioni che la vedono protagonista, anche se la prima in maniera involontaria, dato che dopo che il suo esercizio libero alla trave era stato valutato dai giudici con un “modesto” 9,60 per dieci minuti buoni il pubblico presente inizia a rumoreggiare, fischiare e cantare “Vera, Vera” sinché i giudici, per consentire la prosecuzione delle gare, non si vedono costretti a rivedere il punteggio, migliorandolo in 9,80 tra gli applausi degli spettatori.

Ben più significativa la seconda allorché, a causa del citato “ex aequo” nell’esercizio al corpo libero con la russa Petrik, entrambe salgono sul gradino più alto del podio, circostanza che determina l’esecuzione dei due inni nazionali e, in occasione di quello sovietico, la Cavslaska reclina il capo e si volta rispetto alla bandiera dell’Urss, quale chiaro segno di dissenso per quel che è avvenuto in Patria, avendo tra l’altro pubblicamente dedicato le sue mdaglie a Dubcek e agli altri leader sconfitti dalla repressione sovietica.

Conscia delle conseguenze dei suoi atteggiamenti, il giorno dopo la fine del suo programma olimpico convoglia a nozze con il connazionale Josef Odlozil, mezzofondista medaglia d’argento a Tokyo sui m.1500 piani, e gli sposi, dopo il rito civile officiato presso l’Ambasciata ceca, devono passare tra un’ala di folla di almeno diecimila persone per poter raggiungere la Chiesa posta in Piazza Xocalo per la cerimonia religiosa.

Vera, al ritorno in Patria dopo il viaggio di nozze a Capri, dovrà fare i conti con la repressione in atto per i suoi comportamenti, venendo emarginata per cinque anni, potendo solo nel 1974 riprendere ad allenare la squadra di ginnastica dello Sparta Praga, ma con il divieto di espatrio per il pericolo di richiedere asilo politico, “veto” che verrà limitato nel 1979 su specifica richiesta del Presidente messicano Portillo affinché possa guidare la nazionale del suo paese, esperienza che dura un paio d’anni.

E, mentre la situazione in patria si normalizza con la nascita della Repubblica ceca, altre tragedie, stavolta di natura familiare, vengono a tormentare la vita di Vera che in poco tempo perde i genitori ed il fratello, separandosi anche, nel 1992, dal marito che, l’anno successivo, viene ucciso dal figlio Martin durante una lite scoppiata ad una festa.

Sembra una storia degna di un romanzo d’appendice ed invece è la pura cronaca della vita di una delle più grandi atlete di ogni epoca, di sicuro l’ultima “ginnasta-donna” dato che dal 1972 in poi, con l’avvento di Olga Korbut, si apre l’epoca delle “Ginnaste-bambine” che la stessa Caslavska ebbe così a definire: “Con l’abbassamento dei limiti d’età, si è tolta alla ginnastica la femminilità. Le donne ora sono rappresentate da bambine, troppo acerbe per esprimere sentimenti estetici profondi. Bisogna essere donna, avere amato e sofferto. Adesso, la tecnica ed il rischio hanno sostituito l’arte …!!”.

Bastano solo queste parole, al di là delle prodezze in pedana, per evidenziare quale sia stata la “grandezza” di Vera…

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