ALEKSANDR KARELIN, L’ORSO SIBERIANO CHE A SIDNEY MANCO’ L’INGRESSO NEL PANTHEON OLIMPICO

KARELIN
Aleksandr Karelin alle Olimpiadi di Atlanta 1996 – da cleveland.com

articolo di Massimo Bencivenga

Ricordate la portabandiera italiana alle Olimpiadi di Londra di quattro anni fa? Era Valentina Vezzali, in corsa per arrivare, con quattro ori, laddove s’erano issati solo Carl Lewis e Al Oerter. Pompammo un po’ tutti la cosa che alla fine era impossibile individuare il gufo che la fece perdere. Forse quattro ori avrebbe potuto portarli a casa il grande Felix Savon, se Cuba non avesse boicottato i giochi di Seul 1988. Savon vinse nel 2000 il terzo oro nel pugilato dando una lezione a un americano di cui onestamente non ricordo né mi va di cercarlo. Fatto sta che, fossi stato uno dei giudici, avrei sospeso il match per “Manifesta Inferiorità“. Proprio così: in maiuscolo. Già, perché ci crediate o meno, ci sono delle discipline che prevedono la sospensione per manifesta inferiorità.

Tra queste c’è la lotta greco-romana, che non di rado ha anche dato, negli anni addietro, qualche bella soddisfazione agli atleti dello stivale. Chi non ricorda “Pollicino Vincenzo Maenza?

Bene, ritornando ai quattro ori, chissà chi gufò contro l’orso a Sydney 2000? Perché a Sydney, Aleksandr Aleksandrovich Karelin, conosciuto in patria come “L’orso russo“, “Alessandro il Grande” e “L’esperimentofallì l’impresa con la Storia. Anche lui mancò il quarto oro dopo quelli di Seul, Barcellona e Atlanta. Di più, l’incontro di finale con l’americano Rulon Gardner che avrebbe dovuto proiettarlo nell’Olimpo dei grandissimi (in realtà c’è lo stesso in quel consesso) fu l’unico incontro perso dal 1987. Insomma, come potete ben capire, per successi e durata del dominio, stiamo parlando di uno straordinario. Così straordinario che per anni è stato corteggiato dai manager delle altre discipline da combattimento, marziali e non. Il non marziale è essenzialmente dovuto al corteggiamento delle organizzazioni di wrestling.

Oltre agli ori olimpici seppe inanellare qualcosa come 9 campionati mondiali e 12 europei. Era grosso sì, ma in possesso anche di un’ottima tecnica di base, al punto che ancora si parla della “Karelin Lif” (Reverse Body Lift), il ribaltamento dell’avversario. Ma né il fisico (erano grossi anche gli altri) né la tecnica avrebbero potuto garantire il suo impressionante score. Al fisico e alla tecnica Karelin aggiungeva una concentrazione feroce in gara e allenamenti massacranti; a riprova, una volta di più, che il talento è nulla senza il sudore.

La ricordo quella gara persa con Gardner. E ricordo che, benché convinto che avrebbe potuto ribaltare la contesa, – perse di misura cosa credete?- per la prima volta ebbi l’impressione che fosse svuotato mentalmente; per la prima volta non vidi nei suoi occhi il lampo ferino del predatore.

Che poi, un combattimento-esibizione, ma neanche poi tanto, Karelin lo fece: contro Akira Maeda. Karelin sconfisse il leggendario wrestler giapponese.

Perché la classe non è acqua, e neanche quella gli faceva difetto.

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