CARLOS E SMITH, UN PUGNO NERO NEL CIELO DEL MESSICO

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Smith e Carlos sul podio – da fuoriposto.com

articolo di Giovanni Manenti

L’entrata dei Giochi Olimpici nell’era moderna attraverso la loro copertura mediatica a livello universale, ne fanno una “cassa di risonanza” pressoché unica durante i 15 giorni dedicati alle gare, con l’attenzione del mondo rivolta ai luoghi dove essi si svolgono.

Quale miglior occasione, dunque, per rivolgersi all’opinione pubblica mondiale – presente con i più importanti “media” (giornali, radio e televisioni di ogni parte del globo terrestre) – e renderla partecipe di particolari situazioni di disagio politico e sociale, pur se dette problematiche dovrebbero restar fuori dallo “spirito olimpico“, simbolo di unione e fratellanza tra i popoli.

Ma, già dall’edizione di Città del Messico 1968, si intuisce che non è possibile “estrapolare” singoli eventi sportivi da un contesto sociale in piena tensione e che, oltre a convivere nel clima da “Guerra Fredda” tra le due superpotenze Usa ed Urss, vede proprio nel 1968 il mondo doversi confrontare con la “Primavera di Praga“, la carestia e conseguente guerra civile in Biafra, il duro “Regime di Aparthaid” in Rhodesia e Sudafrica e la rivoluzione studentesca del “Maggio Francese“, movimento che si espande a macchia d’olio in tutti i paesi e che rischia di non far disputare le Olimpiadi quando, ad appena dieci giorni dal loro inizio, una pacifica manifestazione di protesta di studenti in “Piazza delle Tre Culture” contro le spese sostenute dal Governo per l’allestimento dei Giochi, venne sedata nel sangue.

Anche negli Stati Uniti le tensioni sociali sono all’ordine del giorno per le rivendicazioni contro le discriminazioni razziali da parte degli afro-americani e che, nel corso di questo tragico 1968, hanno portato all’assassinio ad aprile del “leader nero” Marthin Luther King e, due mesi dopo, del candidato alla Presidenza Usa Robert Kennedy.

Il “Black Power” (“Potere Nero“), slogan coniato dal citato reverendo King, che contesta l’utilizzo di atleti di colore solo in occasione di manifestazioni sportive per portare medaglie alla nazione, senza alcun rispetto per le problematiche sociali dei milioni di afro-americani presenti nel Paese, trova a Città del Messico la sua più alta forma di protesta per cui detti Giochi vengono universalmente ricordati, attraverso l’atteggiamento tenuto da due dei più celebri assi dello sprint a”stelle e strisce”, vale a dire Tommie Smith e John Carlos, entrambi studenti al medesimo San Josè State College ed altresì membri del Olympic Project for Human Rights (OPHR), un gruppo di atleti organizzati per protestare contro il trattamento dei neri negli Stati Uniti.

Dei due, curiosamente nati il 5 (Carlos) ed il 6 (Smith) giugno, anche se quest’ultimo di un anno più anziano, il più accreditato è Tommie “Jet” Smith, che si presenta ai Giochi da primatista mondiale sia sui 200 (crono di 20″ netti stabilito nel 1966) che sui 400 metri con il tempo di 44″5 ottenuto il 20 maggio 1967 in una delle sue rare esibizioni sulla distanza, battendo nella circostanza Lee Evans, che poi sarà protagonista da par suo proprio a Città del Messico.

Carlos, però, è avversario di tutto rispetto, avendo preceduto Smith agli Olympic Trials di Echo Summit quando il 12 settembre 1968 era stato il primo uomo a correre i 200 metri in meno di 20 secondi, chiudendo addirittura in 19″7 (19″92 automatico), solo per non vedersi riconosciuto il proprio record per utilizzo di scarpette non regolamentari.

L’appuntamento olimpico vede Smith abbassare per tre volte il record olimpico correndo in 20″3, 20″2 e 20″1 i tre turni eliminatori, pur se nella prima delle due semifinali lo stesso Carlos copre la distanza nel medesimo tempo dell’amico/rivale di 20″1 e, ad insidiare quello che si immagina essere il logico duello nella finale prevista alle 17,50 del 16 ottobre, si profila un bianco australiano di nome Peter Norman, che chiude a ridosso di Carlos in 20″2 la sua semifinale.

All’uscita dai blocchi Carlos, in quarta corsia, è il più veloce, compie una curva pressoché perfetta e si presenta all’ingresso in rettilineo con circa un metro e mezzo di vantaggio su Smith che, però, correndo a fianco del compagno in terza corsia, chiarisce subito il motivo del suo nomignolo di “Jet” impegnandosi in una accelerazione strepitosa che lo porta a superare Carlos con ancora 60 metri da percorrere, circostanza che lo porta, sullo slancio, ad alzare le braccia in segno di vittoria circa 10 metri dal filo di lana, in parte compromettendo un risultato cronometrico comunque di assoluto valore, pari a 19″83 che, oltre a migliorare il proprio record mondiale, fa di Smith il primo atleta a superare ufficialmente la barriera dei 20″ netti.

Fulminato” dallo sprint del compagno, Carlos commette il fatale errore di voltarsi a sinistra verso la corsia occupata da Smith senza rendersi conto di come alla sua destra stia rinvenendo Norman che lo precede di un niente, soffiandogli l’argento per appena 4/100 (20″06 a 20″10) con un primato australiano che resiste ancor oggi.

Ma se l’impresa sportiva ed il relativo primato mondiale di Smith – che resisterà per 11 anni per essere battuto, sulla medesima pista, dal nostro Pietro Mennea in occasione delle Universiadi del 1979 – sarebbero potuti essere archiviati tra i molteplici record “frantumati” grazie all’altura, il vento e le nuove piste e pedane in tartan in cui si svolgono le gare, ciò che consegna Tommie Smith ed il suo compagno John Carlos al ricordo imperituro nella storia dei Giochi, è il comportamento tenuto in occasione della cerimonia di premiazione.

I due atleti, come detto membri di un gruppo per la difesa dei diritti umani, prima della cerimonia informano Norman, il terzo a salire sul podio, delle loro intenzioni e più tardi Carlos ebbe a riferire di temere una reazione negativa da parte dell’australiano che, viceversa, si dimostra solidale con loro; anzi, dimostra il suo pieno appoggio all’iniziativa spillandosi sulla tuta il distintivo del “OPHR” ed essendo altresì lui a suggerire a Smith di cedere a Carlos uno dei suoi due guanti neri (avendoli lui lasciati al Villaggio Olimpico, motivo per cui Smith alza il pugno destro e Carlos il sinistro).

Saliti sul podio senza scarpe ed indossando calze nere a simboleggiare lo sfruttamento dei neri in America, i due americani ricevono con deferenza le medaglie che vengono loro poste al collo, ma, al momento dell’esecuzione dell’inno nazionale, si rivolgono a capo chino verso la bandiera “a stelle e strisce” alzando il pugno chiuso guantato in nero, simbolo del “Black Power“.

Il clamore del gesto ha un’eco mondiale, visto il contesto in cui viene compiuto, e come sempre accade in simili situazioni, vi è chi lo deplora e chi lo ammira, ma in un panorama olimpico che vuole ancora cercare di “isolarsi” dalle problematiche politiche e sociali esterne all’ambito sportivo, ad avere la meglio è il Presidente del CIO, Avery Brundage, che pretende ed ottiene l’immediato allontanamento dal Villaggio Olimpico dei due atleti americani, i quali vedono con il loro atteggiamento concludersi l’attività atletica ricevendo persino minacce di morte, poi man mano scemate con il passare del tempo.

Non meno difficile fu il prosieguo della carriera di Norman, “osteggiato” dai componenti la delegazione australiana in quanto “reo” di aver dato il proprio appoggio alla protesta e, pur continuando a correre sino al 1972, successivi problemi di salute, dovuti anche ad una forma di depressione, lo conducono anzitempo alla morte, il 3 ottobre 2006, all’età di 64 anni, vittima di un attacco di cuore.

A dimostrazione di come lo “spirito olimpico” dimostri tutta la sua forza anche nella riconoscenza, sia Smith che Carlos presenziano ai funerali, leggendo l’elogio funebre dello sfortunato avversario e contribuendo a portarne a spalla il feretro all’uscita dalla chiesa, nel mentre la Federazione Usa di atletica leggera proclama il 9 ottobre (giorno dei suoi funerali) il “Peter Norman Day” e solo sei anni dopo il Parlamento australiano approva una mozione con cui, nel riconoscerne il valore come atleta, ne elogia il coraggio e l’impegno avuto nell’appoggiare la protesta di Smith e Carlos, porgendogli scuse postume per il trattamento ricevuto al ritorno in patria dai Giochi di Città del Messico e per non avergli consentito di partecipare, ancorché ne avesse i requisiti, alle Olimpiadi di Monaco 1972.

Come suol dirsi, “meglio tardi che mai”…

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