EUROPEI 1980, GERMANIA ÜBER ALLES

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La Germania Ovest campione d’Europa nel 1980 – da it.wikipedia.org

Undici giorni a pane secco e acqua, con la ciliegina sulla torta proprio in chiusura. Slurp, ecco quel che è stato, deludente a dir poco, il campionato d’Europa del 1980, edizione numero VI, andato in scena in Italia. Ogni dì la speranza del domani, che il match successivo fosse migliore. Fatalmente. Macché, talvolta quel che il piatto offriva era pure peggio.

Che tristezza! Fortuna vuole che la rassegna italiana si sia giocata davanti a tribune desolatamente deserte, risparmiando al grande pubblico l’indecente ancorché inutile abbraccio della Squadra Azzurra al gol di Tardelli contro l’Inghilterra, unica rete dell’Italia in tre partite di girone, così come l’uscita trionfante dal terreno di gioco di Jozef Venglos, allenatore di quella Cecoslovacchia che aveva appena colto il terzo posto finale dopo l’interminabile sessione di tiri dal dischetto, chiusa 9-8 proprio contro i padroni di casa.

Altrettanto fortunatamente il delitto perfetto non si è completato, visto che la Germania Ovest, di gran lunga la squadra più forte del lotto delle otto partecipanti, ha per lo meno vinto il titolo europeo. Allo stesso tempo i teutonici hanno condannato le rivali, compreso il meritevole Belgio, a prender nota che per vincere era innanzitutto necessario giocare a calcio.

Fin dall’avvio, e contrariamente a quanto fatto dalle avversarie, la Germania ha preso i suoi rischi già nel primo match, proprio contro la Cecoslovacchia nella rivincita della finale di quattro anni prima risolta con il penalty-cucchiaio di Panenka, perché voleva vincere. Con tutte le sue forze. Le altre non volevano perdere, e questa è stata la differenza sostanziale tra chi ha primeggiato e chi si è destinato alla sconfitta.

In seguito, nella sfida di cartello contro un’Olanda lenta e in declino, i tedeschi hanno dato una chiara dimostrazione del loro talento, grazie alle devastanti penetrazioni di Kaltz, Stielike e Dietz, le corse eleganti di Schuster, le finezze tecniche di Hansi Muller, e tre superbe reti di Klaus Allofs. 3-0 dopo ottanta minuti, netto e senza appello, prima che un rigore di Rep generosamente accordato dal signor Wurtz riaprisse la contesa e concedesse agli Orange, per l’inviolabile regola del calcio seconda la quale “partita finita quando arbitro fischia“, di salvare l’onore, 3-2.

La finale regala in pasto alla Germania la squadra-sorpresa del torneo, il Belgio guidato dal “santone” Guy Thys. I tedeschi entrano in campo senza troppo preoccuparsi se gli avversari adotteranno la tattica del fuorigioco che così buoni risultati ha prodotto con Inghilterra e Spagna, altresì penalizzato l’Italia nel match decisivo per l’accesso all’ultimo atto. La squadra di Jupp Derwall varia continuamente il gioco, dominando a centrocampo oppure fraseggiando con efficacia, in uno-due così come sulle fasce laterali. La difesa belga, seppur solida e ben registrata, è messa ancora una volta alla prova.

Se con la Cecoslovacchia aveva risolto Rummenigge e con l’Olanda si era scatenato Allofs, stavolta è il turno del gigantesco Hrubesch vestire i panni del salvatore della patria. Al 10′ controlla di petto e spara il fendente che infila Pfaff per la rete dell’1-0; all’88’ sale in cielo per colpire di testa una palla spiovente dal corner ed indirizzare in porta per il 2-1 della vittoria.

Il Belgio, nel frattempo, ha pareggiato al 75′ con un rigore dubbio trasformato da Vandereycken, abile centrocampista a far coppia con il “vecchio” Van Moer, e ha mostrato nel finale di esser capace di inquietare i tedeschi. Per sua disgrazia, ha sbagliato tattica per tutto il tempo precedente: in finale il principio di “primo non prenderle” non paga mai, questo è poco ma sicuro. Peccato che il buon Thys non abbia colto l’occasione al volo.

Così la Germania Ovest, dopo aver attraversato il deserto e un passaggio difficoltoso nelle pampas argentine, ha avuto il merito di rifondare una squadra già competitiva e vincente. La vecchia guardia composta da Kaltz, Stielike e Dietz tiene le leve del comando, Rummenigge e Muller sono diventati adulti e i giovani Schuster, Forster e Allofs hanno apportato una dose massiccia di freschezza e talento.

La finale consolatoria per il terzo posto non entusiasma di certo, anzi. Italia e Cecoslovacchia in uno Stadio San Paolo mezzo vuoto si annullano nelle mediocrità, con i detentori del titolo in vantaggio con un siluro di Jurkemik, poi pareggiato da Graziani prima della decisione alla lotteria dagli undici metri, e che confermano, giocando a bassi ritmi, di essere la miglior espressione del calcio dell’Est. L’Italia, priva dell’inventiva di Antognoni infortunato, e nonostante gli innesti di Collovati e Oriali, non va oltre il quarto posto, pagando dazio all’assenza di Paolo Rossi fermato dallo scandalo del calcio-scommesse e vista la scarsa vena di Causio e Bettega, lontani dal rendimento di eccellenza dei Mondiali di Argentina del 1978. Enzo Bearzot stavolta non riesce a dare la scossa, ma si prenderà una clamorosa rivincita due anni dopo, nella calda estate spagnola del 1982.

In un campionato europeo tradito da alcune stelle di acclamata fama, tra tutti Kevin Keegan, altri giocatori sono infine giunti a celebrità. Ad esempio gli spagnoli Arconada e Zamora, compagni di squadra alla Real Sociedad che avrebbe sbancato la Liga nel 1981, l’uno che rinnova la grande tradizione dei portieri iberici, l’altro che rivela una eccellente visione di gioco; il belga Ceulemans, sogno proibito del Milan qualche anno dopo, dal fisico propompente così come prorompente è il suo incedere sul rettangolo di gioco; la chioma bionda di Schuster pronto a raccogliere l’eredità di Beckenbauer in maglia Germania Ovest e la falcata potente di Briegel, che a Verona ancora ricordano come l’eroe dello scudetto; la classe dell’inglese Wilkins, lui sì che al Milan arriverà a dar chiari segni di magnificienza in cabina di regia.

Bocciatura senza appello per Italia, Olanda ed Inghilterra, mentre la Grecia, all’esordio assoluto in una rassegna internazionale, strappa un sorriso e pure un pareggio di prestigio con la Germania, 0-0. In buona sostanza, Deutschland über alles, tutto il resto è noia.

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