ARCARI E LA VITTORIA MONDIALE CON ADIGUE

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Arcari e Adigue alla fine del match – da sportenote.com

Il 31 gennaio 1970, al Palazzo dello Sport di Roma, va in scena il campionato mondiale dei pesi superleggeri WBC tra il filippino Pedro Adigue, campione in carica, e il laziale Bruno Arcari, sfidante: segnatevi data e luogo, perché sta per cominciare la carriera ad altissimo livello del più grande pugile della storia italiana. Seppur il meno popolare tra gli appassionati e forse il meno considerato dalla stampa.

Pedro Adigue ha 26 anni e si presenta all’appuntamento con un record di 29 vittorie (di cui 11 prima del limite), 9 sconfitte e 5 pari. Professionista dall’inizio del 1962, Adigue ha conquistato il titolo vacante dei superleggeri WBC battendo a Manila lo statunitense Adolph Pruitt ai punti il 18 dicembre 1968. Ha perso poi la rivincita contro Pruitt prima del limite a Honolulu, senza però titolo in palio, pertanto il combattimento di Roma equivale alla prima difesa mondiale del campione filippino che qualche mese prima ha battuto per K.O. al 1° round il giapponese Koichi Wajima, che in seguito sarà a lungo campione del mondo fra i superwelter.

Bruno Arcari è nato il 1 gennaio 1942 ad Atina, in provincia di Frosinone, ed ha quindi 26 anni. Genovese d’adozione, è guidato dal manager Rocco Agostino e boxa di mancino, il che è spesso sinonimo di talento cristallino. Due volte campione italiano fra i dilettanti nel 1962 e 1963 nei superleggeri, è la punta di diamante della squadra azzurra alle Olimpiadi di Tokyo del 1964, ma nella categoria leggeri viene eliminato al debutto dal keniano Oundo a causa di una ferita. La fragilità delle arcate sopraccigliari è sempre stata un limite per Arcari e gli è costata la sconfitta al debutto professionistico contro Franco Colella e in seguito anche contro Massimo Consolati. Sarebbero rimaste queste le sue uniche sconfitte fra i professionisti. Diventato campione italiano dei superleggeri battendo per squalifica lo stesso Consolati, difende la cintura per tre volte e coglie anche il titolo europeo mettendo k.o. alla dodicesima ripresa nella sua Vienna il favorito ed imbattuto in 25 incontri Johann Orsolics. Dopo essersi confermato nel continente per quattro volte ecco aprirsi, e in Italia grazie a Rino Tommasi che ne cura l’organizzazione, la possibilità di combattere per il titolo mondiale.

Pur nei panni dello sfidante, Arcari ha parzialmente i favori del pronostico, anche se come è logico che sia Adigue è temuto e guardato con una certa preoccupazione, rivelatasi poi fondata durante il match. Il detentore del titolo, infatti, è un pugile abituato a lottare su ring infuocati dove spesso le regole del pugilato vengono disdette e ha nel destro la sua arma migliore, il che per mancino come Arcari può risultare essere un problema di non poco conto. Tecnicamente Adigue non è un fenomeno, anzi, il suo stile è forse primordiale, tanto che lo chiamano the rugged, il ruvido, ma è in grado di produrre una pressione difficile da sopportare. Arcari gli è senz’altro superiore come classe e tecnica pugilistica ma all’epoca, pur vantando già grandi vittorie, non ha ancora affrontato un rivale così smaliziato, duro, pericoloso e magari anche talvolta scorretto. C’è poi la solita incognita delle ferite contro un avversario che spesso usa la testa per aprirsi un varco nella difesa del pugile che ha davanti.

L’intensità del match fra Adigue e Arcari è l’emblema della durezza della noble art, tanto più che si combatte su una distanza che non ammette replica, le 15 riprese. Dopo una fase iniziale di studio in cui Arcari bada soprattutto a difendersi dal destro dell’avversario, che spesso mira al corpo, schivando con leggeri spostamenti o bloccaggi, a metà secondo round Adigue va a vuoto con un destro e il rientro di Arcari è perfetto. Il match cresce di intensità, i due pugili  sono ben messi sul ring, con Arcari più mobile sul tronco ma proprio alla fine di un terzo round che era stato a lui favorevole incappa in un gancio destro alla mascella, terrificante, di Adigue. E’ probabilmente il pugno più pesante che Arcari incasserà in tutta la sua leggendaria carriera di boxeur vincente, barcolla paurosamente, ma riesce a spostarsi e pur subendo porta a termine faticosamente la ripresa, a questo punto perduta, senza ulteriori grossi danni. Già dal quarto round Arcari comunque recupera vigore ed è pronto ad approfittare di ogni volta che Adigue va a vuoto.  Il match è difficile, fatto di pochi colpi puliti e tanta lotta senza quartiere. Adigue si concentra nel lavorare soprattutto al corpo, Arcari è a sua volta abile a non farsi chiudere negli angoli ma soffre l’aggressività del rivale, che va facendosi tuttavia sempre più scomposta. Il filippino si rende conto che sul piano tecnico non c’è confronto e punta tutto sulla battaglia corpo a corpo, Arcari dovrebbe evitarla cercando di colpirlo d’incontro ma ci riesce raramente anche perché il filippino, richiamato più volte dall’arbitro ma mai ufficialmente, usa sempre più spesso la testa. E’ dell’ottavo round un bellissimo sinistro al volto da parte di Arcari, che poco dopo concede la replica. A conclusione del nono round Arcari sanguina già ad entrambe le arcate sopraccigliari, frutto del lavoro di testa del filippino. Il match non è certo di qualità tecnica assoluta, ed ha qualche guizzo solo le volte che Arcari riusce ad evitare di farsi stringere alle corde e può così portare colpi volanti d’incontro, spesso con sequenze ripetute. Nelle ultime riprese il match sembra essere decisamente appannaggio del pugile italiano ma Adigue non si arrende non mollando la presa; il suggello a una grande e difficile vittoria di Arcari viene infine da un ultimo round in cui il pugile azzurro riusce a muovere le mani velocemente e a punire l’avversario per la sua insistenza. Adigue barcolla, i due contendenti sono stanchissimi e la campana giunge infine a concludere la loro fatica. L’arbitro inglese Waltham, ex pugile, alza il braccio di Arcari che con verdetto unanime conquista il titolo dopo un match di allucinante durezza.

Il match di Roma è solo l’inizio della meravigliosa parabola mondiale di Bruno Arcari che avrebbe mantenuto il titolo per oltre 4 anni prima di abbandonarlo per passare fra i pesi welter quando ormai la sua carriera volgera a termine. Saranno nove le difese vittoriose. Appesi i guantoni al chiodo, Arcari sarà ricordato come uno dei più grandi pugili italiani di sempre e non sono pochi coloro che ritengono sia stato il migliore in assoluto. Purtroppo ha combattuto solo una volta in America nel sottoclu della bella fra Nino Benvenuti ed Emile Griffith nel nuovo Madison Square Garden inaugurato proprio quel 4 marzo del 1968. Gli sono mancati gli scontri con i contraltari della WBA, soprattutto Loche e Cervantes più che Frazier, per essere riconosciuto anche oltreoceano per il campione che è stato.

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