DAWN FRASER, LA CAMPIONESSA RIBELLE

da
Dawn Fraser – da abc.net.eu

articolo di Giovanni Manenti

Se vi chiedessero chiedere quando e grazie a chi il nuoto mondiale femminile ha cambiato il proprio volto ed è entrato definitivamente nell’età moderna, vi è una sola univoca replica: l’anno è il 1956 e colei che si deve ringraziare è un’australiana dal talento immenso, ma anche dal carattere tutt’altro che remissivo, che risponde al nome di Dawn Fraser, universalmente riconosciuta come la più grande stile liberista di ogni epoca e la prima nuotatrice capace di vincere tre medaglie d’oro nella stessa specialità in tre edizioni consecutive dei Giochi Olimpici.

Ultima di una “nidiata” di otto fratelli, il cui padre, Kenneth Fraser, era un carpentiere di origini scozzesi sbracato in Australia per partecipare ad un torneo di calcio e che, invece, si innamorò sia dei luoghi che di una giovane abitante tanto da trasferirvisi, Dawn, afflitta in età adolescenziale da una forma asmatica, ma con l’indubbio vantaggio di essere dotata di un battito cardiaco incredibilmente lento, venne notata dall’allenatore e scopritore di talenti Harry Gallagher per quello che sarà l’incontro più importante della sua vita, divenendo professionista già all’età di 14 anni.

Quanto il nuoto femminile fosse in ritardo rispetto ad altri sport lo si comprende pensando che, al momento in cui la Fraser stabilisce con 1’04″5 il primo dei suoi innumerevoli record mondiali sui 100 metri stile libero, il 21 febbraio 1956 ai Campionati Australiani di Sidney, il record precedente apparteneva all’olandese Willy den Ouden, ottenuto ben 20 (!!) anni prima.

Come per incanto, aver “rimosso” un primato così vetusto fece sì che, nell’arco di soli otto mesi, il record venisse migliorato per ben cinque volte (due dall’olandese Cockie Gastelaars, ancora dalla Fraser e, a poco più di un mese dall’inizio delle Olimpiadi di Melbourne, dalla connazionale Lorraine Crapp), scendendo sino al crono di 1’02″4.

E’ pertanto immaginabile l’attesa per la sfida tra le due australiane prevista nella finale olimpica dei 100 stile libero in programma l’1 dicembre 1956, tanto più che il giorno prima – in una edizione dei Giochi che vedrà il dominio assoluto della squadra “Aussie” rispetto agli “eterni” rivali americani – nella prova maschile gli atleti di casa avevano monopolizzato il podio con una tripletta sinora riuscita solo agli Usa nel 1920 e 1924 e, considerata l’assenza della citata Gastelaars per il boicottaggio dell’Olanda, l’impresa non era impossibile date le buone prove fornite dalla Leech nelle qualificazioni.

La gara dimostra sin da subito la netta superiorità delle due “amiche/rivali” che si staccano dal resto del lotto già dopo 25 metri, con la Fraser che vira per prima ai 50 metri ma che, nonostante incrementi il ritmo delle sue bracciate, non riesce a scrollarsi di dosso la primatista mondiale, andando quasi insieme a toccare, con un largo margine sulle avversarie, potendo permettersi di assistere alla lotta per il bronzo, appannaggio della terza componente la squadra “Aussie“, la Faith Leech per un podio interamente australiano.

Il responso cronometrico è fantastico, con la Fraser prima con il nuovo record mondiale di 1’02″0, precedendo di 3/10 la Crapp cui non è bastato migliorare il proprio primato per aggiudicarsi l’oro e la Leech terza staccata di oltre tre secondi che, per una gara sui 100 metri, rappresentano un distacco abissale.

Inutile aggiungere che le tre nuotatrici, con il contributo della Sandra Morgan, cinque giorni dopo faranno loro la staffetta 4×100 stile libero, “frantumando” il record mondiale di oltre due secondi e mezzo, per la gioia del “coachHarry Gallagher che, oltre alla Fraser, aveva visto trionfare sulla medesima distanza in campo maschile anche l’altro suo “pupillo” Jon Henrick.

Ma se a Melbourne, a dispetto della giovane età, Dawn poteva essere stata aiutata dal fattore ambientale e dalla circostanza di non essere la principale favorita della specialità, quattro anni dopo ai Giochi di Roma del 1960 tutti gli occhi sono puntati su di lei, essendo rimasta imbattuta per tutto il quadriennio ed avendo “limato” il proprio primato mondiale sulla distanza altre quattro volte sino a “rasentare” il muro del minuto agli “Olympic Trials” di Sydney quando, il 23 febbraio 1960, nuota le 110yds (pari a m.100,58) in 1’00″2, facendo intuire che il “fatidico limite” ha oramai i giorni contati.

E le gare svolte alla piscina del Foro Italico non possono che confermare la supremazia dell’australiana, “infastidita” solo dall’americana Chris Von Salza – che, a propria volta, segnerà la “rinascita” del nuoto Usa al femminile – che in batteria si “permette” di migliorare con 1’01″9 il record olimpico di quattro anni prima della Fraser, che se ne riappropria in semifinale con 1’01″4 per poi andare a vincere con facilità la finale del 29 agosto 1960 in 1’01″2, lasciando ad oltre un secondo e mezzo di distanza la bionda americana che ha comunque modo di rifarsi nella staffetta 4×100, vinta dagli Usa a ritmo di primato mondiale nonostante la Fraser in prima frazione abbia consegnato alle compagne un vantaggio di quasi 2 secondi.

Oltre al fatto di essere stata la prima nuotatrice a confermarsi all’oro olimpico nella medesima specialità dai tempi dell’americana Martha Norelius che fece sua la prova dei 400 stile libero ai Giochi di Parigi 1924 ed Amsterdam 1928, l’edizione romana mette in evidenza il carattere individualista e ribelle di Dawn che, il giorno dopo la vittoria sui 100, dapprima ha una violenta discussione con la compagna Janice Andrew nel corso di una riunione tecnica al mattino e poi, credendo di aver la giornata libera, va a fare “shopping” per le vie di Roma e, rientrata al Villaggio Olimpico per il pranzo a base di spaghetti, rifiuta la richiesta del capo allenatore Roger Pegram di disputare nel pomeriggio la frazione a farfalla nelle qualificazioni della staffetta 4×100 mista, con ciò inimicandosi definitivamente il resto della squadra, che non le rivolge più la parola.

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Dawn Fraser a Tokyo 1964 – da cerchidigloria.it

Di sicuro, la Fraser non fa molto per rendersi simpatica al “gruppo” con i suoi atteggiamenti indisciplinati, ma in vasca non ha rivali e ciò le consente di tenere contegni non consoni, come quando disattende la richiesta della Federazione di non partecipare alla “Cerimonia di Apertura” dei Giochi di Tokyo del 1964, avendo nei due giorni successivi le qualificazioni e la finale dei “suoi” 100 metri stile libero, dove, a dispetto della non più giovane età avendo già compiuto i 27 anni, si presenta ancora una volta da favorita, forte del fatto di essere stata sinora l’unica donna ad aver abbattuto il “muro del minuto“, nuotando ai “Commonwealth Games Trials” di Melbourne le 110yds in 1’00″0 il 23 ottobre 1962 ed in 59″9 il 27 seguente, primato poi ulteriormente abbassato sino a 58″9 il 29 febbraio 1964 in occasione degli “Olympic Trials” svoltisi a Sydney.

L’unico dubbio sull’esito della gara poteva venire circa le effettive condizioni di forma della Fraser che, a distanza di un mese dai citati Trials, aveva avuto un tragico incidente stradale con lei alla guida dell’auto che, uscendo di strada, era costato la vita alla madre di Dawn ed alla stessa atleta una frattura ad una vertebra con conseguente immobilizzazione del collo per sei settimane.

Ma sin dalle qualificazioni è evidente la volontà della Fraser di essere la prima nuotatrice a vincere tre medaglie d’oro in tre Olimpiadi consecutive nella stessa specialità, abbassando il proprio record olimpico sia in batteria (1’00″6) che in semifinale (59″9), con il secondo miglior tempo delle finaliste appannaggio della sedicenne americana Sharon Stouder, ma distante un secondo e mezzo.

All’uscita dai blocchi di partenza non sembrano esservi dubbi sulle possibilità della Fraser di centrare il “tris“, portandosi immediatamente in vantaggio e virando per prima ai 50 metri, ma inaspettatamente l’incoscienza della giovanissima Stouder (a cui Dawn “rende” qualcosa come quasi 12 anni) vede l’atleta Usa praticamente appaiare l’australiana nella vasca di ritorno, con ciò costringendo la Fraser a dare fondo al suo orgoglio ed alle residue energie per entrare nella “storia delle Olimpiadi” con il terzo oro e migliorare per la terza volta in tre prove il record olimpico portandolo a 59″5, con la Stouder medaglia d’argento e che, chiudendo in 59″9, diviene la seconda nuotatrice a scendere sotto il “muro del minuto“.

L’impresa della Fraser non è ancora stata a tutt’oggi superata – essendo stata solo eguagliata dall’ungherese Krisztina Egerszegi sui 200 dorso tra Seul 1988 ed Atlanta 1996 e dallo “squalo di BaltimoraMichael Phelps sui 100 farfalla tra Atene 2004 e Londra 2012 – anche se la conclusione della sua attività agonistica non è delle più gloriose, data la “goliardata” commessa durante i Giochi di Tokyo dove, assieme ad altri atleti, commise il furto di una bandiera olimpica dal Palazzo Imperiale, subendo una squalifica di 10 anni (poi ridotta a quattro) da parte della Federazione australiana, assolutamente sproporzionata rispetto all’atto compiuto ed anche ingiustificata visto che era oramai a fine carriera.

E’ sin troppo facile pensare che le avessero voluto far “scontare” tutte i comportamenti indisciplinati e ribelli tenuti nell’ambito della squadra, fatto evidente che non solo in Italia …. “Tutto si perdona, tranne il successo …!!“.

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