UN VOLO DI COLOMBE PER L’ORO DI BERRUTI ALLE OLIMPIADI DI ROMA 1960

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La vittoria di Livio Berruti – da giovannacacciuto.wordpress.com

articolo di Giovanni Manenti

Dopo lo “smacco” subito due giorni prima sui 100 metri, i velocisti Usa covano la rivincita sulla doppia distanza, forti del fatto di poter contare, nel “terzetto” iscritto alla gara, su due co-primatisti mondiali come Ray Norton (il grande deluso dei 100 metri ) e Stone Johnson che il 2 luglio, a Palo Alto, avevano eguagliato in 20″5 il tempo ottenuto un mese prima dall’inglese Radford, già bronzo sui 100 metri.

Ma, ancora una volta, non avevano fatto i conti con un atleta europeo, stavolta proveniente dal Paese ospitante i Giochi, vale a dire il ventunenne Livio Berruti, che si era messo in evidenza l’anno prima in un “esagonale” a Duisburg dove aveva sconfitto sia Hary sui 100 che il temibile francese di colore Seye sui 200 e superato a Malmoe, ancora sui 200, proprio l’americano Norton.

Non un cliente, dunque, da sottovalutare, il giovane studente torinese, che si era riservato sui 200 metri per poter sfruttare al meglio (tutto l’opposto del suo successore Pietro Mennea) le sue doti di “perfetto curvista“, di cui dette ampio sfoggio nel suo “giorno dei giorni” datato 3 settembre 1960.

Nel primo pomeriggio era atteso dalla seconda semifinale, la più dura delle due (dopo che Seye si era agevolmente imposto nella prima in 20″8), dovendosi confrontare con i citati tre co-primatisti del mondo, gara che avrebbe fatalmente determinato – all’epoca le finali erano, e per l’ultima volta, a soli sei partecipanti – che, per poter accedere alla finale prevista alle ore 18, Berruti avrebbe dovuto battere almeno uno di loro.

Berruti risponde nel migliore dei modi, mettendo in riga gli avversari con una superba prestazione al ritmo di record mondiale eguagliato in 20″5 regolando nell’ordine Norton, Johnson e Radford, con la conseguente esclusione della medaglia di bronzo sui 100 dall’atto conclusivo della competizione.

Logico immaginare quale fosse l’attesa dei presenti allo Stadio Olimpico per la finale che poneva Berruti in una veste di favorito che avrebbe potuto anche “pesare” sulla sua mente, sentendosi addosso la responsabilità di non deludere gli sportivi italiani per la conquista di una medaglia mai sino ad ora ottenuta nella velocità nella storia dei Giochi (essendo addirittura il primo azzurro a disputare una finale) e lo stesso atleta ebbe in seguito a dichiarare di aver trascorso le due ore di intervallo tra semifinale e finale nel tentativo di “calmarsi il più possibile“.

Il miglior tempo ottenuto nelle semifinali consegna a Berruti la quinta corsia (essendo sei i finalisti sulle otto corsie disponibili, essi si schierano dalla seconda alla settima lasciando libere le due corsie esterne) con Johnson alla sua sinistra in quarta e gli altri due americani Norton e Carney all’esterno, rispettivamente in sesta e settima corsia.

E quando i sei atleti scattano dai posti di blocco si intuisce subito quale possa essere l’esito della gara, con Berruti che esce dalla curva in netto vantaggio e, accompagnato da un beneagurante volo di colombe (come ben documentato dallo splendido film realizzato sui Giochi di Roma), trionfa ancora in 20″5 riuscendo a contenere sul filo di lana il ritorno di Carney, sulla carta il meno accreditato degli americani, e del franco-senegalese Seye, argento e bronzo rispettivamente in 20″6 e 20″7, mentre Norton deve per la seconda volta in due giorni vedere la schiena dei propri avversari, classificandosi ancora al sesto ed ultimo posto.

Due record mondiali eguagliati nell’arco di sole due ore rappresentano un’impresa difficilmente ripetibile per Berruti, considerando poi che il riscontro cronometrico automatico aveva stabilito come la finale fosse stata corsa più velocemente di 3/100 (20″62 rispetto al 20″65 della semifinale) per una “doppietta europea” che interrompeva una egemonia “a stelle e strisce” che durava dai Giochi Olimpici di Los Angeles 1932 e che si ripeterà solo a Monaco 1972 grazie al russo Valery Borzov e a Mosca 1980 (ma in quel caso gli americani sono assenti) con il britannico Alan Wells e il “nostro” Pietro Mennea.

Le “cronache rosa” del tempo – si era nell’epoca della “Dolce Vita” e di “Vacanze Romane” – parlarono di un “flirt” tra il nostro velocista e la “gazzella nera” Wilma Rudolph, vincitrice di tre medaglie d’oro nelle prove femminili, ma in realtà non si andò oltre una semplice affettuosa amicizia tra due degli indiscussi protagonisti di quell’edizione dei Giochi; certo però che se si fossero sposati ed avessero avuto dei figli, ci sta che l’atletica azzurra forse forse…

 

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