KUBALA E QUELL’AEREO CHE NON PRESE

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Kubala in azione con la maglia del Barcellona – da elfutbol.it

articolo di Massimo Bencivenga

Parliamo di un calciatore, Laszlo Kubala, che ha giocato in tre diverse nazionali, di un asso che incantò Santiago Bernabeu, il presidentissimo del Real Madrid, ma che prima avrebbe potuto giocare in Italia, nel Pro Patria. E che invece finì a vincere a ripetizione nel Barcellona.

E’ la storia di un profugo scappato dall’Ungheria nascosto nel serbatoio di un camion. E’ la storia di uno che non ha mai giocato un minuto a un Mondiale, ma che nondimeno, fece dire alla saeta rubia Di Stefano: “tecnicamente è più puro di Pelè“. E’ la storia di uno che, a volerla raccontare in un romanzo, si verrebbe tacciati di “aver caricato” un po’ troppo il personaggio.

Eppure il personaggio è esistito. E’ stato talmente reale che all’ingresso del Camp Nou, della cattedrale del calcio, trovate una sua statua. Già, perché il Barcellona, la squadra che è stata di Cruijff e di Maradona, di Ronaldo e di El Architecto Suarez, ha deciso che il calciatore del Centenario da immortalare con un’opera d’arte avrebbe dovuto essere quello forse meno noto.

Eppure, che ci crediate o no, almeno la metà delle cose dette sopra hanno corso il serio rischio di non veder la luce. Prima di spiegare il perché, diciamo che se andate a Barcellona e vedete la statua di un tipo rotondetto nell’atto di calciare non potete sbagliare: è la statua di un geniale magiaro. E’ l’omaggio del Barcellona a Laszlo Kubala.

Perché parecchie delle cose avrebbero potuto non verificarsi? Perché Kubala, dopo la fuga dall’Ungheria rifugiò in Italia, raggiunto, dalla Cecoslovacchia, dalla moglie e dal suocero, Ferdinand Daucik, allenatore di calcio. Firmò un contratto con la Pro Patria, ma la Fifa, accogliendo le rimostranze della Federazione Ungherese che lo aveva radiato a vita, lo tenne in sospensione per un po’, prendendo tempo per decidere. Nel mentre, il grande magiaro (che cosa avrebbe mai fatto insieme a Hidegkuti, Puskas e Bozsik nell’Aranycsapat, la squadra d’oro dell’Ungheria, è qualcosa che rimane nella sfera dell’ucronia) si allenava in Italia, cercando di tenere sotto controllo il suo fisico tozzo. Era così, Kubala, simile, come figura a Maradona e Puskas. Simile a loro anche nella capacità di incantare le folle e irretire gli avversari.

Difficile da classificare, con i fuoriclasse non è mai semplice, Kubala giostrava a tutto campo, dispensava assist al bacio, non mancando di segnare come un attaccante, pur senza esserlo. Tanto per dire, nel suo primo anno a Barcellona segnò 26 reti in 19 partite. Ma Barcellona, Di Stefano, Suarez, Helenio Herrera e compagnia bella hanno corso il serio rischio di non vedere un simile prodigio.

Perché? Perché il grande Torino, quello di Valentino Mazzola e Ezio Loik, invitò Kubala per una amichevole di lusso contro il Benfica. Kubala, che era fermo da un po’, accettò la richiesta, ma all’ultimo si chiamò fuori per via della salute del figlio. E fu così che Kubala non prese parte alla spedizione granata che trovò il suo tragico epilogo a Superga.

Ci sono treni che vanno presi al volo. E ci sono aerei che è meglio non prendere.

Il figlio di Kubala, Branko, giocò nelle giovanili del Milan, nella Liga, riuscendo a giocare insieme al papà nell’Espanyol. Era bravino, e morì giovane di leucemia.

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