L’IMPRESA DI ABEBE BIKILA A ROMA 1960

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Abebe Bikila trionfa nella maratona a Roma 1960 – da tremilasport.com

articolo a cura di Giovanni Manenti

Alle Olimpiadi di Roma 1960, la prova di maratona aveva già insite nel suo programma due caratteristiche che la rendevano diversa dalle altre sinora disputate nelle precedenti edizioni di Giochi, vale a dire l’orario, fissato al tardo pomeriggio – le 17,30 locali per non far eccessivamente sentire la calura estiva, ancorché fosse il 10 settembre – e, cosa ancor più insolita, con un percorso interamente disegnato al di fuori del campo di atletica, snodandosi attraverso i monumenti della “Città Eterna“, con partenza dal Colle Capitolino ed arrivo sull’Appia Antica, sotto l’Arco di Costantino, circostanza che dava alla gara una suggestione unica e mai più ripetibile.

Da un punto di vista squisitamente tecnico, viceversa, essendosi ritirati Emil Zatopek, Alain Mimoun ed il britannico Jim Peters – dominatori delle gare di mezzofondo e fondo nell’ultimo decennio – i favori del pronostico andavano al sovietico Sergej Popov che due anni prima, agli Europei di Stoccolma, aveva sbaragliato il campo vincendo l’oro stabilendo in 2.15’17” la miglior prestazione mondiale sulla distanza, mentre ancora inesplorato era il panorama africano, tra cui si faceva preferire il marocchino Rhadi Ben Abdesselam, che due giorni prima aveva partecipato alla gara in pista dei m.10.000, classificandosi quattordicesimo.

Quasi nessuno dava credito all’etiope Abebe Bikila, ventisettenne guardia del corpo dell’Imperatore Hailé Selassié, alla sua terza maratona in carriera, anche se dopo un modesto 2.39’50” alla prima uscita, il crono della sua seconda prova sulla distanza – pari a 2.21’23” – avrebbe dovuto “insospettire” gli esperti, in quanto ottenuto ad Addis Abeba, ad oltre 2400 metri di altitudine.

Maggiore attenzione desta Bikila allorquando, nel pomeriggio inoltrato di quel 10 settembre, si presenta alla partenza a piedi nudi, circostanza che ha destato molte “leggende” in merito in quanto vi è chi ha sostenuto che ciò fosse derivato dall’aver rotto le proprie scarpette e che quelle acquistate a Roma gli procurassero vesciche in quanto ha l’alluce troppo lungo, mentre altre fonti attribuiscono l’idea al proprio allenatore – lo svedese di origini finlandesi Onni Niskanen – il quale, resosi conto dell’abitudine a correre scalzo di Bikila, avrebbe rilevato come detta qualità sarebbe stata più utile sul selciato delle strade romane di cui era costituito il relativo percorso.

Vera che sia l’una o l’altra delle citate ipotesi, di sicuro vi è che, nella strategia di gara, Bikila e Niskanen, avendo visionato il percorso, si erano resi conto che a circa un miglio dall’arrivo il tragitto transitava davanti all’Obelisco di Axum, trafugato dalle truppe italiane nella Guerra d’Etiopia e trasportato come trofeo a Roma ed, indipendentemente dalla “carica psicologica” che tale visione può aver arrecato all’atleta etiope, decisero che, essendovi un leggero pendio verso l’arrivo sotto l’Arco di Costantino, sarebbe stato quello il punto ideale per sferrare l’attacco decisivo.

Tale tattica si rivela vincente, con Bikila e l’altro nordafricano Rhadi a prendere decisamente la testa dopo 18 chilometri di corsa, mentre il duo sovietico costituito da Popov e Vorobjov rispettava la tabella di marcia stilata dai loro tecnici, sulla base delle condizioni climatiche e di percorso, ritenendo che il ritmo imposto dai battistrada dovesse poi costare agli stessi un crollo nel finale di gara.

Mai calcolo si rivelò più sbagliato, mentre viceversa perfetta è la strategia di corsa dell’Etiope che, come previsto, attacca ad un miglio dall’arrivo fiaccando la resistenza del marocchino che cede progressivamente ad un chilometro dal traguardo, che vede Bikila trionfare sotto l’Arco di Costantino con un incredibile tempo di 2.15’16″2, mentre Rhadi finisce al secondo posto in un più che dignitoso 2.15’41″6 ed i sovietici, accortisi in ritardo dell’errore di valutazione, incapaci, nonostante la reazione nel finale, di far loro neppure la medaglia di bronzo, appannaggio del neozelandese Magee, terzo in 2.17’18″2.

Bikila, primo medagliato dell’Africa nera nella storia dei Giochi, si confermerà anche quattro anni dopo a Tokyo – stavolta portando calzini e scarpette – per una “doppietta” riuscita solo al Tedesco Est Waldemar Cierpinski nel 1976 ed 1980 (ma con il vantaggio dell’assenza dei paesi africani a Montreal ed il boicottaggio parziale di quelli di Mosca), presentandosi alla partenza a soli sei mesi di distanza da un’operazione di appendicite, riuscendo peraltro a sbaragliare il campo infliggendo pesanti distacchi agli avversari, tra cui il primatista mondiale, l’inglese Heatley, il quale, pur correndo più o meno sui suoi ritmi, vede il suo record “frantumato” da Bikila che percorre la distanza in 2.12’11″2, un tempo, tanto per intendersi, con cui avrebbe vinto ai Giochi di Barcelona 1992 e Atlanta 1996 e lottato per il bronzo ad Atene 2004.

Bikila partecipa alla sua terza ed ultima Olimpiade a Città del Messico nel 1968, ma i suoi tendini oramai logori lo costringono al ritiro non prima di aver sussurrato al connazionale Mamo Wolde…. io non finirò questa corsa, ma tu vincerai …“, cosa che poi puntualmente si avvera.

Ritiratosi con l’ultima delle sue 15 maratone disputate in carriera – di cui 13 concluse e 12 vinte (!!) – l’anno seguente Bikila è vittima di un incidente d’auto che lo costringe alla paralisi (ironia della sorte per un fondista come lui) dal torace in giù, costringendolo sulla sedia a rotelle con cui partecipa comunque nel 1972 alle “Paralimpiadi” di Heidelberg nel tiro con l’arco, spegnendosi nel 1973, all’età di 41 anni, per un’emorragia cerebrale.

Triste, crudele e prematura fine per un atleta che aveva fatto della corsa la sua “ragione di vita” e per la quale era un indubbio predestinato, considerando che il 7 agosto 1932, sua data di nascita – anche se, come quasi sempre accade per i nativi africani, specie in quell’epoca non ve ne sia assoluta certezza –, corrispondeva con la disputa della maratona ai Giochi Olimpici di Los Angeles.

Ma, come recita un vecchio adagio americano, “… perché rovinare una bella storia con la verità …??

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