BERNARD KING, IL RE DI NEW YORK

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Bernard King – da cdn.fansided.com

Prima di essere inserito nel 2013 nella Hall of Fame di Springfield, Bernard King aveva conosciuto una carriera comunque fuori dal comune nella lega d’Oltreatlantico. La sua specialità era segnare canestri, in qualsiasi modo e in qualsiasi occasione, tuttavia, il suo gioco non certo ordinario per l’epoca gli ha nondimeno giocato qualche brutto scherzo.

Considerato uno dei più grandi attaccanti degli anni ’80, King era uscito dalla University of Tennessee. Nei tre anni trascorsi con i “Volontari“, la fantastica ala afro-americano era riuscita ad imporsi, nonostante tutta la pressione che gravava sulle sue spalle. Con una mentalità vincente, il fratello di Albert King – che sarebbe passato in Italia per una fugace esperienza a Milano –  aveva un gioco decisamente accattivante e sui campi da basket di Brooklyn, dove era nato il 4 dicembre 1956, si prendeva spesso il piacere di umiliare tutti i suoi detrattori. Superfluo ricordare che nei playgrounds qualsiasi errore era proibito… “quando ci giocavo il gioco era duro e fisico, molto più di oggi. Non si aveva diritto all’errore, altrimenti il mondo ci avrebbe linciati“, così diceva King.

In NCAA, King batte tutti i record della sua università. Dotato di un fisico robusto, non aveva certo timore di andare a competere con giocatori più forte di lui nell’area piccola. Era già pronto a raggiungere l’NBA, tuttavia lasciare gli studi universitari prima del quarto anno non era così ben visto come al giorno d’oggi. King preferì comunque fare il salto per altre ragioni. In effetti, preoccupazioni extra-sportive rischiavano già allora di minare la sua carriera professionistica, in particolare la sua dipendenza dall’alcool.

Scelto dai New York Nets nel 1977, in difficoltà dopo la partenza di Julius Erving, Bernard King arriva in una lega che sta profondamente cambiando. E’ chiamato a prendere le redini della squadra e il compito si presenta particolarmente difficile.

Nella seconda metà degli anni ’70, il basket negli Stati Uniti è infatti in piena ricostruzione. Le due leghe dominanti sono in competizione tra loro per creare il miglior campionato di basket degli Stati Uniti, ma contro ogni previsione, i due giganti decidono di avvicinarsi. Alcune franchigie storiche della ABA (American Basketball Association) aderiscono alla NBA (National Basketball Association), e questo evento provocherà un cataclisma negli Stati Unti. King sbarca in una vecchia franchigia dell’era storica della ABA, due volte campione nel 1974 e 1976, ma che ha tutto da dimostrare nella NBA. La squadra ha base nella Grande Mela ma decide di spostarsi a Newark e viene ribattezzata New Jersey Nets. Così, Bernard King avvia la sua carriera professionistica in un ambiente che non è proprio dei migliori. In una compagine senza capo nè coda, fallirà di poco il titolo di rookie dell’anno. Nella sua prima stagione, l’ala piccola di 2m02 segna 24.2 punti a partita e cattura 9.5 rimbalzi. L’anno successivo prosegue la sua scalata su una base di 22 punti e 8.5 rimbalzi di media.

Nonostante queste statistiche che ne fanno già un eccellente giocatore, King gioca solo due stagioni con i Nets. In seguito viene trasferito agli Utah Jazz a Salt Lake City dove viene però sospeso per una storia di abuso sessuale, una lunga serie di eccessi e una dipendenza da alcool sempre onnipresente… disputa solo 19 partite e il giocatore non è già più in odore di santità. Utah sceglie di mandarlo nella  Oakland Bay e ai San Francisco Warriors Bernard King si rende conto che la sua dipendenza dall’alcool lo sta uccidendo lentamente. Anche se la zona non è certo nota per esser luogo tranquillo (impera traffico di droga e violenza), l’ex giocatore dei Jazz riesce comunque a liberarsi dalla dipendenza per la sorpresa di molti. La sua rinascita improvvisa gli vale il titolo di Comeback Player of the Year, che premia i giocatori che dopo il baratro riescono a tornare al vertice.

In due stagioni, King si cuce addosso l’etichetta di giocatore su cui è impossibile difendere e i suoi avversari cominciano a temerlo. Non pensa alla pressione né alle tentazioni del male, solo a metter palla a canestro e vincere le partite. Con un talento offensivo completo, in combinazione con un fisico da superatleta, King assurge a nuova vita e ora fa paura a tutti.

Tuttavia, essere il padrone della Oakland Bay non è più sufficiente, King decide allora di fare le valigie in direzione della Grande Mela, sponda New York Knicks, mentre l’enigmatico Michael Ray Richardson – che farà le fortune della Virtus Bologna – completa il percorso inverso. Così dopo un passaggio positivo a San Francisco e il ritorno nella sua città, l’ex-giocatore dei Warriors adesso è un uomo cambiato. Ci è voluto del tempo per maturare ed affrontare i capricci della vita di New York., ma ora i suoi vecchi demoni sembrano averlo lasciato. Pensa e vive solo per il basket, la sua etica del lavoro è impressionante, tutti i giorni è il primo a giungere in palestra per una serie di tiri ed è pure un assiduo frequentatore della sala-massaggi.

Pieno di fiducia, sa meglio di chiunque altro che è temuto da tutta la Lega. Come già detto, è inarrestabile in ogni settore del campo. Che sia in penetrazione, nel perimetro dell’area o nella conclusione dietro l’arco, a King riesce praticamente tutto quel che prova, o quasi. Con i Knicks, è diventato il campione per eccellenza. Solo lui sa qual è la formula magica per diventare il padrone indiscusso del Madison Square Garden. Oramai, ha raggiunto la sua dimensione.

Nell’impianto più famoso degli Stati Uniti, King disegna prestazioni senza precedenti. Il 31 gennaio 1984 diventa il primo giocatore dal 1964 a segnare 50 punti nel corso di due gare consecutive e trascina i suoi Knicks ai play-off. E’ il leader offensivo della sua squadra anche se è spesso considerato troppo individualista dagli addetti ai lavori. Ma non se ne preoccupa di certo e continua con le prodezze offensive di cui solo lui ha il segreto. Non eccelle per le sue qualità difensive, anzi appare goffo in questo mestiere, ma si fa perdonare per il talento offensivo e soprattutto per il suo desiderio di rimanere il padrone del mondo. Dave Debusschere, direttore a quei tempi delle operazioni basket per i Knicks, afferma: “Bernard King è l’umo delle prodezze al tiro e questo, il Madison, lo adora. Non c’è bisogno che difenda in modo corretto“.

La sua carriera sembra in rampa di lancio. Il 25 dicembre 1984, il leader della Grande Mela supera anche la sontuosa soglia dei 60 punti al Madison Square Garden. Il record di punti, guarda che coincidenza, è ottenuto proprio contro i New Jersey Nets, i nemici di sempre. Per l’occasione, King diventa il decimo giocatore NBA a realizzare questa performance realizzativa. Indubbiamente al culmine della sua carriera, il “diavolo Bernard” è ormai considerato il miglior prospetto offensivo nella NBAvincerà a fine stagione la classifica dei cannonieri con l’altisonante media di 32.9 punti a partita -.

Ma la malasorte è in agguato. Nel corso del match con i Kings di Kansas City, il 23 marzo 1985 e già autore di 37 punti, King entra in contrasto con Reggie Theus. Gli viene sanzionato il fallo, ma le conseguenze dell’impatto sono ben più gravi. Il suo ginocchio cede e al giocatore dei Knicks saranno necessari lunghi minuti prima di potersi muovere. Il mondo sembra essersi fermato. La sua carriera è di nuovo messa in discussione. Ironia della sorte, l’infortunio avviene fuori dal suo settore di competenza, ovvero in un’azione difensiva. Il verdetto è impietoso: King rimarrà due anni lontano dal parquet.

Durante la lunga riabilitazione e al momento del ritorno in campo, la Lega è completamente cambiata. Se già la trasformazione era in atto al momento della lesione, lo è ancora due anni più tardi. King ritrova una squadra di New York trasformata. Il leader del Madison Square Garden, a cui i dirigenti della franchigia hanno dato le chiavi, altri non è che Patrick Ewing. L’ex beniamino adesso non ha più l’esplosività e la velocità di un tempo. E’ pur sempre il più efficace al tiro, ma non è sufficiente, viene così “abbandonato” dai Knicks alla vigilia della stagione 87-88.

Deluso dalla sua squadra del cuore, Bernard King decide di ripartire una seconda volta dai Washington Bullets. Il recupero è lento ma inesorabile. Prima dell’ infortunio, King era un maestro del gioco spalle a canestro, arte in cui era devastante e posizione che gli permetteva di girare a sinistra o a destra. Dopo il problema al ginocchio, ha modificato il suo gioco che fa meno perno, ora, su velocità e potenza. Contro ogni previsione, anno dopo anno, la sua media punti torna a crescere.

Quando affronta i suoi Knicks, il 31 gennaio 1991, regala una prova da applausi. Segna 49 punti al Madison, con 20 su 35 al tiro e 11 rimbalzi, e si guadagna l’ovazione del pubblico newyorkese, che non ha dimenticato l’idolo di un tempo ed è ancora affascinato dalle sue prodezze. Proprio nel 1991 si ritrova a lottare con Michael Jordan e Karl Malone per il titolo di capocannoniere di un campionato che lo vedrà chiudere con 28.4 punti di media a partita. Il leader della capitale federale non riuscirà però ad imporsi nella speciale graduatoria, arrivando comunque terzo. Eppure, le soddisfazioni e il successo non lo abbandonano. Rinnova infatti la gioia di partecipare al All Star Game in qualità di titolare, seppur approfittando dell’infortunio di Larry Bird. Per l’occasione, Bernard King diventa il titolare più anziano della gara dell’All Star Game. Per lui non è altro che la ricompensa ad una carriera tumultuosa, tante luci ma anche molte ombre.

La stagione regolare 1990/1991 è anche l’ultimo campionato ad alto livello. Poco dopo l’All Star Game, il re deposto di New York si infortuna nuovamente al ginocchio. Non troverà più l’ispirazione del tempo perduto, il che ne aveva fatto uno dei realizzatori più formidabili dell’NBA. Quando la sua riabilitazione si conclude, Wes Unseld, l’allenatore dei Bullets, non lo ha più in grazia. La leggenda narra che King lo avesse addirittura minacciato con un’arma. Ma attenzione alle leggende, sono spesso infondate. In questo periodo, non vi è dubbio che King avesse semplicemente voltato le spalle alla franchigia del Campidoglio.

L’ex bomber di New York torna esattamente là dove tutto ebbe inizio, ai New Jersey Nets. Dopo 32 scampoli di gioco a Newark, il re si ritira e lascia un vuoto incolmabile nel microcosmo NBA. Per molti, senza il terribile infortunio del 1985, Bernard King sarebbe potuto diventare il miglior marcatore di tutti i tempi e scrivere una pagina epica nella storia della National Basketball Association.

Lo ha fatto comunque, come re di New York.

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