ROY EMERSON, IL TENNISTA DA GRANDE SLAM

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Roy Emerson – da tennisworldusa.org

L’avremmo anche potuto soprannominare “l’uomo dai denti d’oro“… perché in effetti ne aveva così tanti che la sua bocca emetteva raggi luminosi ogni qualvolta rideva per una vittoria, o magari faceva smorfia per aver sbagliato una facile voleé.

C’è dell’alltro ovviamente, ad esempio il palmares di Roy Emerson nelle prove del Grande Slam rimane ineguagliato, sommando globalmente 28 titoli, di cui 12 in prove di singolare, a lungo traguardo di referenza per i grandi maestri della racchetta. Ma è un palmares degno del più grande “amatore” di tutti i tempi, essendo la maggior parte di questi successi acquisiti in un periodo in cui professionisti ed amatori appartenevano a due pianeti ben distinti. Se la maggior parte degli australiani dell’epoca, infatti, optarono per i riconoscimenti economici del professionismo, Emerson andò controcorrente, preferendo guadagnare somme comunque cospicue grazie ai salari fittizi e ai denari di sottobanco generosamente elargiti dalla sua Federazione. Poté così continuare a giocare in Coppa Davis e far collezione di titoli del Grande Slam.

Figlio di un fattore del Queensland, il piccolo Roy si affaccia alla vita il 3 novembre 1936, lontano dal mondo civilizzato. Sviluppa da piccolo la forza del polso trainando le vacche la mattina e giocando al pomeriggio a tennis con le sorelle nel campetto di famiglia. Ben presto diventa lo spauracchio della zona, vincendo a ripetizione le gare riservate per fascia d’età, e a 15 anni il ragazzo, a cui non fa certo difetto la deteminazione e l’audacia, sa già che dello sport con  racchetta e palline ne farà un mestiere. Il padre lo porta a Brisbane e qui Roy incrocia l’uomo che ha fatto le fortune del tennis australiano, Harry Hopman, che trascorsi due anni, nel 1954, lo associa agli altri campioncini in erba per la prima trasferta all’estero, Rosewall, Hoad, Fraser, Cooper e Anderson.

In verità il talento di Emerson è meno prodigioso di quello dei suoi compagni d’avventura, e pur con le esperienze maturate nel pellegrinaggio agonistico in giro per il mondo, Roy fatica a farsi strada. Tuttavia abnegazione e spirito di sacrificio pagano alla distanza, e nel tempo qualche buon risultato arriva comunque. Emerson si associa a Neale Fraser per le gare di doppio e i due si impongono nel 1959 a Wimbledon, anno in cui Emerson è pure semifinalista in singolare battuto da Olmedo, e Open Usa e nel 1960 al Roland-Garros e ancora negli Stati Uniti. Si guadagna anche le prime convocazioni in Coppa Davis e nel 1961, stavolta con Laver, vince ancora a Parigi e di nuovo con Fraser a Wimbledon.

Ma ormai il ghiaccio è rotto, Emerson è in rampa di lancio e anche la carriera individuale arriva ad una svolta. Ed è vincente. Roy trionfa nello Slam australiano nel 1961, e anche se gli addetti ai lavori attribuiscono questa prima vittoria più agli infortuni di suoi rivali, Laver al polso e Fraser al ginocchio, che alle sue qualità, tuttavia dimostra che a 25 anni infine ha superato l’asticella ed è entrato a far parte dell’elite. Batte ancora Laver in finale a Forest Hills, in tre set, ed è promosso titolare per la sfida decisiva di Coppa Davis contro l’Italia, poi sconfitta con un netto 5-0.

Nel 1962 Emerson è senza discussione alcuna il numero due del mondo, alle spalle dell’amico e rivale Rod Laver che realizza il primo Grande Slam della sua carriera. Emerson perde tre finali, Australia, Parigi e US Open, ma è ben lungi dal venir ridicolizzato dal “rosso“: al Roland-Garros, avanti due set a uno, sfiora la vittoria in quattro set prima di cedere, stremato, 6-2 al quinto, mentre a Wimbledon solo un infortunio lo costringe a lasciar via libera a Martin Mulligan ai quarti di finale.

Ma una volta che Laver si è dato al professionismo, per Emerson la strada verso la gloria tennistica è libera da ostacoli. Eccezionali qualità atletiche, velocità negli spostamenti e un repertorio completo, sia nei colpi di volo che nel gioco da fondocampo, lo rendono altamente competitivo su tutte le superfici, in singolare come in doppio, e se predilige l’erba, su cui si giocano tre Slam su quattro, non disdegna certo la terra battuta parigina. Non sarà bellissimo a vedersi, ma è maledettamente efficace, e nel 1963 è pronto a realizzare a sua volta il Grande Slam. Ma la sorpresa è dietro l’angolo, dopo aver vinto Open d’Australia contro Fletcher e Roland-Garros battendo il beniamino di casa Pierre Darmon, inciampa a Wimbledon nel tedesco Bungert che lo elimina in cinque set ai quarti di finale. L’anno dopo, 1964, il percorso è ancor più convincente, ma se si impone ancora in Australia, a Wimbledon e a New York, stavolta è Nicola Pietrangeli a negargli il poker battendolo a Parigi, sempre ad altezza quarti di finali. La stagione è comunque sontuosa, con 26 torni vinti sui 30 disputati e una striscia di 55 vittorie consecutive. Insomma, la palma di numero uno del mondo non gliela toglie proprio nessuno.

Nel 1965 vince per la quarta volta gli Open d’Australia, fa il bis a Wimbledon superando Fred Stolle che nel frattempo è diventato l’avversario più agguerrito ma rifiuta una montagna di denaro per passare professionista… che importa? La Phillip Morris lo foraggia profumatamente – non è il solo, chiedere a Manolo Santana che è al servizio della Marlboro – e può continuare a girare il mondo del tennis degli amatori facendo incetta di vittorie.

E infatto vince ancora. In Australia sale a quota sei, con due successi su un giovane Arthur Ashe, ed allora è già tempo di tirar le somme di una carriera che lentamente ma inesorabilmente entra nella sua fase discendente. Il suo stile di gioco non entusiasma i contemporanei, lo abbiamo detto, in virtù di un incessante serve-and-volley monocorde, a prescindere dal tipo di avversario e dalle sue caratteristiche tecniche, e nonostante la rapidità nel presentarsi a rete. Da fondocampo si fa rispettare, ma non eccelle in pazienza e quasi mai ha l’astuzia di variare tattica… della serie, “o la va o la spacca“. Ma quel che fa la differenza, nel gioco di Emerson, è l‘indomabile carica agonistica, il temperamento di lottatore che non si lamenta, che non accusa flessione fisica, che è pronto a combattere dal primo all’ultimo punto con la ferma convinzione di vincere. Lo stesso Laver afferma che “il mio vecchio amico Emerson è quello che mi ha fatto soffrire più di ogni altro, perché non accettava mai la resa!“. Nel 1966 non vinse a Wimbledon per un banale incidente ancora nel quarto di finale con Davidson, quando si infortunò sbattendo contro il seggiolone dell’arbitro, non disse una parola e concluse fieramente la partita, seppur soccombendo.

L’abilità nel gioco di volo, i suoi riflessi e il senso acrobatico in ogni zona del campo ne hanno fatto uno straordinario interprete del doppio, forse il giocatore più forte della storia. Ha vinto ovunque e con chiunque avesse a fianco, fosse Fraser, Laver, Stolle, Fletcher o Santana. La sua presenza in doppio, a Wimbledon, bastava ad eccitare il pubblico ed era proprio il caso di dire, così come sarebbe accaduto con Mc Enroe vent’anni dopo, “la miglior coppia del mondo? Emerson e… chiunque sia al suo fianco!“.

Nel 1968 il tennis avvia l’era open, e per Emerson, che nel 1967 ha vinto il suo ultimo Slam, al Roland-Garros, è la fine della parabola vincente. A sua volta firma contratti da professionista, oseremmo dire finalmente, torna a giocare con Laver, formando una coppia memorabile, ma in singolare ormai non è più tempo di vacche grasse. Regala ancora qualche prodezza, proprio negli Slam contro Laver, con Newcombe nei quarti di finale a Wimbledon nel 1970 dove esce sconfitto 11-9 al quinto set, infine nel 1971 con l’ultima, bruciante sconfitta a Melbourne con Rosewall.

L’ultima fotografia di una carriera comunque straordinaria è la finale di doppio a Wimbledon nel 1971, quando con l’amico di sempre, Rod Laver, battono Ashe-Ralston in cinque, drammatici set che si chiudono con l’ovazione del pubblico, che se saluta l’immensa classe di Rod, allo stesso tempo tributa un doveroso omaggio a Roy, il doppista più forte della storia. E re in singolare, dodici volte… mica poco.

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