ADOLFO PEDERNERA, L’UOMO AL VOLANTE DELLA MAQUINA PLATENSE

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La Màquina Platense – da wikimedia.org

articolo di Massimo Bencivenga

Andiamo a parlare oggi di un campione in parte sconosciuto, o perlomeno sconosciuto a quanti non sono drogati di calcio. Era un calciatore argentino dalla tecnica sopraffina e dal grande temperamento. Si chiamava Adolfo di nome, il cognome era Pedernera, ma per la Saeta Rubia Di Stefano era semplicemente…

Pelè, Maradona od io? Chi è stato il migliore tra noi? Si vede che non avete mai visto giocare Pedernera. Lui è stato un gradino sopra gli altri. Sopra tutti. Sempre. Se oggi, dopo che ho vinto tutto, e ne ho viste di ogni colore, dopo che ho segnato a chiunque ed ho giocato al fianco dei migliori, se chiedete a me che cosa penso quando chiudo gli occhi e sussurro nella mia mente la parola ‘fùtbol’, io vi dirò che la mia testa non risponderà, mentre il mio cuore penserà invece sempre e solo ad una persona: Adolfo Pedernera. Lui per me è stato un maestro. È stato il calcio. Tutto questo, lo devo a lui. Il calcio lo veneri, sempre; perché così non ne incontrerà mai più“.

Parole e musica di Alfredo Di Stefano, il leader del Grande Real Madrid, primo grande giocatore universale e modello calcistico per Johan Cruijff. Ma dove aveva conosciuto Di Stefano questo Adolfo Pedernera? Le leggende hanno di bello che possono generarne altre. La leggenda di Alfredo Di Stefano, di avi italiani, s’innesta su un’altra leggenda: la leggenda della Máquina Platense.

Se in Argentina dice River Plate il pensiero corre, subitaneo e felice, alla celebre Máquina. Cos’era la Máquina Platense? Era una formidabile linea d’attacco, una linea mai più ripetuta, a sentire gli ormai pochi cronisti che la videro in azione nella metà degli anni ’40.
I cinque d’attacco erano, da destra a sinistra, in campo come nella foto: Munoz, Moreno, Labruna e Lostau. Ne ho mancato uno? Già, ho mancato il centrattacco, l’uomo al volante della Máquina: Adolfo Pedernera. La riserva di questi Fab 5 era un giovane Alfredo Di Stefano.

Moreno è considerato quasi alla pari di Maradona tra i grandissimi argentini, mentre Labruna, brutto e sgraziato a vedersi, è il secondo bomber di sempre a quelle latitudini. Eppure l’uomo in più era lui, Pedernera. Aveva una tecnica di base da far paura, era decisivo, capace di giostrare vicino, ma anche lontano dalla porta. Capace di incantare anche un prodigio come Di Stefano, uno che ha giocato assieme o contro a gente come Schiaffino e Kopa, Puskas e Eusebio, Sivori e Suarez, Kubala e Pelè. Eppure, per Di Stefano, come Adolfo non ve n’erano.

Era detto El divino o El Napoleon del calcio; lo chiamavano anche El Maestro, perché non c’era una cosa, una sola, che Pedernera non sapesse fare. Sapeva colpire di precisione o di forza, sapeva essere opportunista o un geniale assistman. Era una enciclopedia calcistica umana.

Pedernera e Di Stefano furono per un po’ compagni al River Plate come detto, ma si ritrovarono come compagni di squadra in Colombia, ai Millionarios di Bogotà, dopo lo sciopero dei calciatori argentini sul finire degli anni ’40 che vide tra i promotori proprio il nostro Pedernera.

Ciò che era estemporaneo nel River, divenne abitudine nei Millionarios: Pedernera e Di Stefano giocarono insieme per quattro anni. La vecchia rivalità, con Pedernera che al River fece mandare in prestito l’astro nascente, divenne amicizia e stima, perché, per dirla alla Pablo Neruda, “Dove non arrivano le parole ad unire le persone, arriverà sempre un pallone“. E tutto si può dire, ma non che Adolfo e Alfredo non parlassero la lingua universale dei campionissimi.

Sapeva anche scherzare Adolfo. Si racconta che una volta, in Colombia, Di Stefano, a valle di una grande azione, timbrò con tiro poderoso la traversa. La palla fu ripresa da un avversario, Di Stefano rincorse la palla, la riconquistò a centrocampo, partì seminando avversari, scambiò con Pedernera e scagliò un’altra folgore, nello stesso posto di prima, solo un po’ più in basso, nella misura giusta per fare gol. Adolfo Pedernera lo prese da parte e, tra il serio e il faceto, gli disse: “Alfredo, questo gioco ci dà da mangiare, cerca di non ridicolizzarlo“.

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