OTTAVIO BOTTECCHIA, LA LEGGENDA DEL TOUR E IL MISTERO DELLA MORTE

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Ottavio Bottecchia – da marcatrevigiana.it

articolo a cura di GPM Ciclismo

Cussì i pol magnar calcossa”. Queste furono le parole pronunciate da Ottavio Bottecchia dopo la firma del contratto con il quale avrebbe potuto correre il Tour de France. Un corridore che gareggia per fame e non per fama. Un uomo che sveste i panni del campione osannato dalle folle per vestire i panni di una persona cresciuta nella povertà più estrema e nelle difficoltà di una vita tutta in salita.

Bottecchia nacque nel 1894 a San Martino di Colle Umberto in provincia di Treviso; di famiglia molto umile, Ottavio tracorse la sua adolescenza lavorando dapprima come muratore e, successivamente, come carrettiere di legnami. Nel 1915 prese parte alla Prima Guerra Mondiale arruolandosi con i Bersaglieri; fu fatto prigioniero a Caporetto e in altre due circostanze ma riuscì ogni volta a scappare mostrando le sue grandi doti di coraggio e caparbietà. Le sue gesta nella “Grande Guerragli valsero una medaglia di bronzo all’onore. Durante la Guerra Bottecchia contrasse la malaria e, una volta guarito, si sposò ed ebbe una figlia; purtroppo, la bambina morì causa della difterite. Una vita trascorsa, fino a quel momento, come una lunga e dolorosa ascesa verso un traguardo solo immaginato. A volte, però, il destino, maledettamente insaspettato in alcune circostanze, sa restituirti, anche in parte, ciò di cui ti ha privato in precedenza. Bottecchia iniziò ad andare in bicicletta dopo i drammi della Guerra, ignorava che di lì a poco avrebbe scritto il suo nome nel meraviglioso libro della storia del ciclismo.

1924. Dopo essersi messo in luce alla Milano–Sanremo, al Giro e al Tour nella stagione precedente, Bottecchia partecipa alla Grande Boucle, dall’alto della sua spontanea umiltà, non per fama ma per fame. Una fame che qui si trasforma nella fame di vittoria che porta il muratore veneto (così come veniva chiamato in gruppo) a trionfare sulle strade di Francia portando la maglia gialla dalla prima all’ultima tappa, un record assoluto. Nacque il mito di Botesciá, così come lo chiamavano i francesi; Botesciá ovvero il padrone dell’Aubisque e del Tourmalet che distrusse i suoi diretti avversari nelle prestigiose vette pirenaiche. Un vero e proprio mito venuto dal basso, dalla povertà della campagna veneta che, oltre ai dolori e alle sofferenze, aveva dato al grande Bottecchia anche il coraggio e la grinta tipica dei ciclisti nell’epoca del ciclismo eroico; una povertà che aveva regalato a Botesciá la sua proverbiale fame… di vittorie!

Bottecchia fu il primo italiano a vincere il Tour de France. Un’impresa che bissò l’anno successivo. Si afferma, così, la leggenda di Botesciá, l’uomo venuto dalla campagna divenuto padrone del mondo dei pedali, il primo italiano in giallo a Parigi, il precursore del nostro grande ciclismo nel mondo. Dopo la vittoria al Tour 1925 inizia la fase discendente della carriera del mitico Ottavio. Mai in condizione nella stagione 1926, Bottecchia punta tutto sul Tour 1927. Purtroppo a quel Tour non ci arrivò mai.

3 giugno 1927. È una mattina d’estate. Ottavio esce di casa per allenarsi in vista del Tour nonostante avesse accusato nelle ore prima diversi malori dovuti, forse, al caldo torrido di quei giorni. In una stradina di campagna vicino a Peonis (provincia di Pordenone), un contadino notò qualcosa in mezzo alla strada. Pensando fosse un cinghiale, prese il suo fucile e si diresse sul posto. In mezzo a quel sentiero, tuttavia, vi era il corpo di Bottecchia a pochi metri da quella bicicletta che lo aveva accompagnato nelle sue epiche imprese e che ora giace a terra sola, triste, abbandonata. Il contadino trasportò Ottavio all’ospedale di Gemona del Friuli ma non ci fu nulla da fare, Bottecchia morì il 15 giugno 1927.

A distanza di 87 anni dalla vicenda, ancora non si conoscono le dinamiche reali della morte di Bottecchia. Si sa che il corridore non stesse attraversando un periodo di ottima salute in quanto colpito frequentemente da malori. E la versione “ufficiale” sulla morte parla proprio di un malore che avrebbe colto Ottavio mentre si allenava sulle strade friulane e che avrebbe causato la caduta mortale dalla bicicletta. Il lato inquietante della vicenda, tuttavia, è costituito dal fatto che, una settimana prima dell’incidente, il fratello di Bottecchia fu investito e ucciso da un auto pirata. Da qui inzia la lunga lista di ipotesi sulla morte di un campione amato e mai dimenticato.

Un contadino confessò, in punto di morte, di aver ucciso Bottecchia a bastonate dopo aver sorpreso il campione a rubare dell’uva nel suo campo. Un movente, questo, assai fragile in quanto quella della morte di Botescià non era una stagione di raccolto. Si fece anche l’ipotesi che Ottavio, insieme al fratello, fosse finito in un racket di scommesse clandestine e la morte di entrambi sarebbe avvenuta, dunque, per regolare qualche conto nell’ambito di questi loschi affari. Per ultima, nacque l’ipotesi che quello di Bottecchia fu un omicidio politico. Ottavio, insieme a tutta la sua famiglia, si professava un convinto antifascista. Durante la dittatura fascista, Bottecchia era uno degli sportivi più popolari e seguiti del Paese, personaggio, dunque, assai scomodo per il governo fascista.

Quello che è successo davvero è impossibile sapere, resta solo il mito e la leggenda di un campione epico. Un campione di ciclismo e di vita. Un uomo che nella sua vita ha affrontato salite molto più dure di quelle pirenaiche. Le salite della vita che hanno dato a Botescià la grinta, il corraggio e l’umiltà che lo hanno portato nella leggenda di questo sport.

Un campione che abbandona i salotti buoni di un’Italia meschina e bugiarda e diviene il simbolo dell’umiltà, un esempio di come si possa partire dalle difficoltà per diventare grandi. E Botescià divenne un esempio, per tutti. Per Bartali, Coppi, Nencini, Gimondi, Pantani e Nibali (gli altri azzurri sul trono di Francia), per gli amanti del ciclismo e per gli amanti della vita perché quella di Bottecchia è una storia che concilia il ciclismo e lo sport con i veri valori della vita.

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