ALLE OLIMPIADI DI PARIGI 1924 SI ACCENDE LA STELLA DELL’URUGUAY

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Uruguay in trionfo – da conmebol.com

Se chiediamo in giro quali squadre più di altre hanno segnato la storia del calcio molti ricorderanno la grande Ungheria di Puskas e Hidegkuti che demolì i maestri inglesi a Wembley ma fu protagonista in negativo del miracolo di Berna; probabilmente vi sentirete rispondere che il Brasile di Pelè-Didì-Vavà-Garrincha non aveva rivali nel danzare calcio-samba; altri ancora predicheranno il culto del football universale dell’Olanda targata Crujiff e Neeskens.

Per carità, niente da obiettare, ci mancherebbe, lungi da me commettere reato di lesa maestà. Ma c’è un’altra squadra, vecchiotta ben più di quelle che ho menzionato poc’anzi, che ha incantato il mondo esportando tecnica allo stato puro. Ed è l’Uruguay degli anni Venti, che dominò come forse mai nessuna prima e mai nessuna dopo sarà capace di fare.

L’edizione 1924 dei Giochi olimpici, numero VIII dell’era moderna, ritrova Parigi, come già nel 1900, e per l’occasione il calcio, in progressivo ma veloce sviluppo, accoglie per la prima volta una formazione sudamericana, che si aggiunge alle diciotto squadre europee presenti alla competizione, gli Stati Uniti, la Turchia e l’Egitto. La “celeste” ha in bacheca già quattro vittorie in Copa America, ma risulta sconosciuta ai più e non sono molte le attese intorno ai ragazzi allenati da Ernesto Figoli, altrettanto sconosciuto dei suoi pupilli.

In Uruguay si gioca a football con buon profitto ma i soldi sono pochi e il viaggio in nave verso l’Europa è lungo e costoso. La Federazione aderisce con entusiasmo all’invito del comitato organizzativo delle Olimpiadi, racimola qualche denaro e lo stesso Attilio Narencio, dirigente federale nonché delegato del Nacional che è la società più blasonata del paese, per mantenere fede ad una promessa fatta l’anno precedente ai tempi del campionato sudamericano per nazionali, uomo di parola, ipoteca la casa pur di poter recuperare quanto basta per pagare il viaggio in terza classe tra Montevideo e Vigo. Una volta giunta in Spagna, la selezione uruguaiana gioca vincendo nove partite e con l’incasso può garantirsi il trasferimento a Parigi, in tempo per debuttare nel torneo.

E qui, signori miei, si accende la luce, nasce una stella abbacinante, l’Europa scopre una squadra che gioca un calcio da favola. Ad onor del vero il sorteggio non pare esser benevolo con i sudamericani, subito accoppiati con la Jugoslavia, tra le favorite alla vittoria finale e formazione che nel continente fa la voce grossa. Gli slavi nondimeno non prendono sotto gamba l’impegno, addirittura inviano un paio di osservatori agli allenamenti della “celeste” che tanto per confondere le idee mostrano un campionario – spudoratamente falso – di ingenuità, errori madornali e scarsa capacità tenica da far dire che “fanno tenerezza, questi poveri ragazzi venuti da tanto lontano“.

Figurarsi, il 26 maggio allo Stadio Yves-du-Manoir di Parigi 3.025 spettatori estasiati assistono ad una sinfonia mai vista prima. Da una parte la Jugoslavia che non sa proprio a che santo votarsi, dall’altra un’orchestra di giocolieri che fa girare palla come vuole, affonda quando vuole, segna se vuole. Su tutti un fenomenale ragazzo di colore, José Leandro Andrade, che si muove con la classe del ballerino in un fisico da pantera e che in breve diventerà la “meravilla negra” del calcio mondiale. Ma c’è troppo talento nell’undici che Figoli manda in campo. C’è un portiere, Mazali, che se la cava tra i pali così come è abile nel giocare a basket; c’è un terzino come Nasazzi, leader nato, carisma a piene mani e capitano della squadra, che ancor oggi dalle parti di Montevideo è osannato come un eroe; ci sono due attaccanti come Petrone e Scarone già compagni di club con il Nacional, l’uno che verrà a Firenze e sarà il primo straniero in maglia viola, l’altro che si disimpegnerà altrettanto bene con l’Ambrosiana Inter e il Palermo; c’è Pedro Cea che qualche anno dopo sarà eletto bomber d’eccezione ai primi campionati del Mondo del 1930; c’è Angel Romano, detto “el loco“, il matto, perché ha temperamento bizzarro, ma pure lui ha confidenza con il gol. Finisce 7-0, Vidal segna la prima rete, Petrone e Cea fanno doppietta, Scarone e Romano completano il tabellino.

La strada è tracciata e il calcio, da questo momento, non sarà più lo stesso. L’Uruguay di colpo diventa l’attrazione del torneo, batte gli Stati Uniti 3-0 con un’altra doppietta di Petrone e un sigillo di Scarone, che in coppia rifilano quattro reti alla Francia padrona di casa ai quarti, demolita 5-1, per presentarsi in semifinale al cospetto dell’Olanda, che in precedeanza ha colto tre volte il bronzo in tre partecipazioni olimpiche.

La sfida con gli “orange” è avvincente, alla solidità degli europei si contrappone la tecnica raffinata degli uruguaiani, che nel frattempo si godono non solo gli applausi del mondo che li ha scoperti, ma anche il sapore “belle epoque” della capitale francese, con i suoi locali alla moda, le sue passeggiate lungo la Senna, le sue escursioni serali nei quartieri a luci rosse, si dice anche una presunta love-story tra Andrade e Josephine Baker, danzatrice che fa girar la testa a molti, non ultimo la “meravilla negra“.

Torniamo al calcio giocato, Kees Pijl, che in patria è un’iradiddio con il Feyenoord, sblocca il punteggio e pur una volta l’Uruguay deve sudare le proverbiali sette camicie per venire a capo dell’irriducibile avversario. Fortuna che il potenziale d’attacco della “celeste” è illimitato, Cea pareggia e un calcio di rigore dubbio trasformato da Scarone a nove minuti dalla fine spedisce i sudamericani in finale e lascia l’amaro in bocca, ma proprio tanto, ai delusi olandesi che cederanno il terzo posto alla Svezia.

Il 9 giugno, ore 17, va in onda l’ultimo atto del torneo. La Svizzera, che ai quarti di finale ha fermato la corsa dell’Italia di Vittorio Pozzo, 2-1, è guidata da Max Abegglen, fuoriclasse tra i più accreditati dell’epoca, ma non può far altro che rimanersene ai margini della partita, che si risolve in una meravigliosa esibizione di calcio-spettacolo. 41.000 spettatori sono assiepati sulle tribune dello Stadio olimpico di Colombes, già dopo nove minuti Petrone, cannoniere principe della manifestazione con sette reti, sblocca il punteggio, arrotondato nel secondo tempo da Cea e Romano per il 3-0 che celebra l’Uruguay sul tetto del mondo.

Sarà solo l’inizio di una dittatura calcistica che fino al 1930 non avrà eguali. Che vi avevo detto? L’Uruguay non è da considerarsi tra le più grandi di sempre? Penso proprio di sì.

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