WILMA RUDOLPH, LA FIDANZATINA DI ROMA 1960 CHE IMPARO’ A VOLARE

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Wilma Rudolph – da autostraddle.com

articolo di Massimo Bencivenga

Roma avrà o no le Olimpiadi? Non lo so, ma Roma è già stata sede olimpica. Successe nel 1960, con l’Italia che s’affacciava sul boom economico, con un Papa, quel Giovanni XXIII, che non solo scelse il nome Giovanni, che era quasi “maledetto“, ma che avrebbe dovuto essere un pontefice di transizione e invece, in solo cinque anni, marcò quasi un’epoca.

Roma e l’Italia tutta respiravano e trasudavano un entusiasmo contagioso. Roma 1960 furono le prime Olimpiadi veramente globali. Lo Stato mise la marsina e la Rai fu la prima televisione al mondo a trasmettere in diretta i Giochi olimpici per un totale di 120 ore in ben 18 Paesi, approntando una serie di collegamenti via satellite (una tecnologia agli albori) e registrando, sempre per la prima volta, anche su nastro magnetico. Va da sé che una simile esposizione diede il là alla nascita di miti e icone che sarebbero rimaste nella storia dello sport e non solo.

Come la corsa solitaria, e scalza, sotto l’Arco di Costantino di un componente della guardia personale del Negus d’Etiopia. Un semplice sergente che il mondo imparerà a conoscere con il nome di Abebe Bikila. Fu lui la star, ma quelle Olimpiadi ebbero anche una “fidanzatina d’Italia“. Si chiamava Wilma Rudolph, e i media fecero di tutto per pompare una presunta love story con il nostro velocista Livio Berruti. Già, proprio quello che vinse i 200 metri e che in semifinale fu omaggiato dal volo di una colomba nella sua corsia. Ci fu del tenero tra i due? Non lo sappiamo, anche perché lei sembrava tenere a un pugile nero sbruffoncello, uno elegante e pungente. Si chiamava Cassius Clay, ma tutto il mondo lo avrebbe poi conosciuto e venerato come Muhammad Ali.

Ma non era una in cerca di visibilità Rudolph. Non era nata bene, Wilma. Non puoi aver avuto degli ottimi natali se sei la ventesima di una cucciolata (non so come altro definire una figliolanza del genere) di ventidue figli nata, per giunta nera, da qualche parte nel Tennessee che fu la patria del Ku Klux Klan. Non se sei nata da quelle parti nel 1940, quando Martin Luther King si chiamava ancora Michael King Jr. e andava ancora a scuola.

Per giunta, Wilma si prese anche la poliomelite. Per curarla il padre se la metteva in spalla e si sorbiva 80 miglia per andare all’ospedale riservato ai neri. Ai tempi era così, i diritti civili restavano sulla carta.

I dottori sentenziarono: “Se pure riuscirà a camminare, lo farà male.” Cominciò a camminare benino, con l’aiuto di protesi, a 8 anni. Una volta lei disse: “Penso di aver cominciato proprio allora a formarmi uno spirito competitivo… uno spirito che mi avrebbe poi fatto vincere nello sport“. Già, perché Wilma cominciò a basket, ma iddio abbia nella gloria dello sport chi la convinse a passare all’atletica. Il medico aveva ragione.

Wilma non camminava. Wilma volava. A sedici anni, a Melbourne 1956, Olimpiadi in cui era presente con il nome di Carlo Pedersoli il futuro Bud Spencer, prese un bronzo in staffetta. Roma fu la consacrazione.

Nei 100 metri, dopo aver eguagliato il record mondiale correndo la semifinale in 11″3, vinse nettamente la finale in 11 secondi netti, tempo che però non le venne riconosciuto come nuovo limite mondiale per via di un forte ed eccessivo vento favorevole. Tre giorni dopo bissò il successo vincendo i 200 metri in 24″0, dopo aver, peraltro, eguagliato il record olimpico correndo in 23″2 nelle batterie eliminatorie. Il terzo oro arrivò, insieme a nuovo record, nella staffetta 4×100 metri.

Divenne la gazzella delle Olimpiadi e la fidanzatina d’Italia.

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