JIM THORPE E LE MEDAGLIE NEGATE ALLE OLIMPIADI DEL 1912

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Jim Thorpe in azione – da fuoriposto.com

Eroi e vittime, gloria e dannazione, paradiso ed inferno, podio e polvere. In poche parole si riassume non altrimenti la storia olimpica, caleidoscopio che rimanda immagini di momenti sportivi che si coagulano con esperienze di vita fuori dall’ordinario.

Esempio. E’ successo di rado che un medagliato a cinque cerchi abbia dovuto restituire il metallo faticosamente, e quasi sempre meritatamente, conquistato. Qualche volta per truffa, spesso per abuso di sostanze dopanti, in alcuni casi per professionismo occulto. Nondimeno quest’ultima motivazione ha prodotto l’eclatante vicenda di Jim Thorpe, medaglia d’oro con ampio margine nel pentathlon e nel decathlon alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912: dodici mesi dopo le vittorie sul campo, l’americano fu costretto a riconsegnare le due medaglie più pregiate, che sarebbero poi state definitivamente affidate ai figli a distanza di 70 anni e ben 30 dopo la morte dell’atleta.

Jacobus Franciscus Thorpe, detto Jim, nasce nel 1887 (o forse nel 1888, la data è incerta) in una riserva presso il villaggio di Prague, in Oklahoma, ed è figlio di padre meticcio con sangue irlandese nelle vene e di madre indiana, che lo chiama Wha-Tho-Huch, “sentiero lucente“, perché la notte in cui il bimbo emette i primi vagiti un raggio di luna disegna un tracciato sulle assi del pavimento della capanna. Il ragazzo denuncia fin da giovane particolare talento e predisposizione verso più discipline sportive: è abile nel baseball, si disimpegna nel nuoto e nel football americano, ha eccellenti doti in tutte le discipline dell’atletica. E proprio nelle prove multiple comincia ad affermarsi, tanto da meritarsi la qualificazione olimpica non solo nelle due prove, ma anche per salto in alto e salto in lungo, competizioni che chiuderà rispettivamente in quarta – a due centimetri dal podio – e settima posizione. Giunge a Stoccolma dopo un interminabile viaggio in nave dove si allena, poco, e dorme, molto… tuttavia domina il pentathlon davanti al norvegese Ferdinand Bie vincendo quattro prove su cinque e il decathlon, battendo l’eroe locale Hugo Wieslander con il nuovo record del mondo. Festeggia con qualche eccesso tanto da presentarsi in stato di ebbrezza alla consegna della medaglia da parte di re Gustavo che dichiara “Signore, lei è il miglior atleta del mondo“. La risposta? Semplice, come semplice è l’uomo, “Grazie, re“.

Ma la gloria ha vita breve. L’anno dopo un giornale in cerca del colpo a sensazione – si chiama “scoop” – trova l’inghippo: Thorpe ha giocato a baseball per due stagioni, 1909 e 1910, guadagnando qualche denaro e pertanto, in sede olimpica, ha partecipato in qualità di professionista. Il che viola lo spirito a cinque cerchi imposto da De Coubertin, la sua “condicio sine qua non“, ovvero l’obbligatorietà dello status di dilettante. A niente servono le giustificazioni del campione americano, secondo cui aveva percepito il misero reddito per mantenersi al college. Thorpe viene squalificato e le due medaglie d’oro vanno a cingere, a posteriori, il collo dei due scandinavi sconfitti in gara.

Thorpe non sa darsi pace per il maltolto, iniziando una lunga seppur infruttuosa serie di ricorsi. Nel frattempo professionista lo diventa davvero, fuoriclasse del football americano in una nascente NFL che nel 2009 lo eleggerà tra i migliori cento giocatori di ogni epoca, e pure buon giocatore di baseball anche con i New York Giants. Il golf non gli è estraneo, così come l’hockey su ghiaccio, esibendosi persino nei rodei. Insomma, sportivo di altissimo livello a tutto tondo, seppur ossessionato dalla perdita delle due medaglie che ritiene assolutamente di aver legittimato con il suo valore.

L’inizio della parabola discendente della vita va di pari passo con l’incontro con l’alcol, e l’abbrutimento dell’individuo è conseguenza del tutto inevitabile. Fa il guardiano notturno, il muratore, il buttafuori ma non riesce a tenere a lungo un lavoro, riciclarsi lontano dallo sport è impossibile e finisce in un ospedale per poveri a Filadelfia. Viene operato per un tumore alla bocca e la morte lo coglie, forse impreparato, sicuramente povero e malandato, nella roulotte in cui spende l’umile esistenza che il destino gli ha riservato. E’ il marzo del 1953 e un arresto cardiaco mette la parola fine all’uomo Jim Thorpe.

Ma i sei figli, avuti da tre mogli diverse, non si arrendono e nel nome del padre continuano la battaglia per la sua riabilitazione di campione. Che trova soddisfazione infine nel 1982. Il 18 gennaio 1983, in una cerimonia ufficiale tenuta a Los Angeles, l’allora presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Juan Antonio Samaranch, consegna ai figli di Jim le due medaglie d’oro delle Olimpiadi di Stoccolma 1912 e a distanza di più di settanta anni ripristina il nome di Jim Thorpe nell’enciclopedia dei vincitori olimpici.

Giustizia è fatta, ora “sentiero lucente” può riposare in pace.

 

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