JACK DEMPSEY, IL MASSACRATORE DI MANASSA

jack.jpg
Jack Dempsey contro Willard – da ringtv.craveonline.com

Non so quante tracce di autentica nobiltà ci fossero nell’arte pugilistica di William Harrison Dempsey, al secolo “Jack“. Ma è fuori discussione che “il massacratore di Manassa” può a pieno titolo considerarsi tra i più grandi boxeur della storia.

L’infanzia di Jack, nato a Manassa, in Colorado, il 24 giugno 1895, nono figlio di madre irlandese con discendenza cherokee e di padre ebreo, è contrassegnata dall’aberrante povertà della famiglia, che lo converte alla religione mormone compiuti gli otto anni. Sono tempi difficili, quelli del primo anteguerra, e la necessità di denaro spinge il ragazzo ad arrangiarsi per sopravvivere. Ne prova di tutte, da lavapiatti a minatore, da portiere d’albergo a raccoglitore di frutta… insomma, c’è da darsi da fare e c’è pure l’opportunità di guadagnare qualche dollaro tirando di pugni nei saloon dove presta servizio. Si fa chiamare Kid Blackie e per chi ha la sventura di incrociarne il temperamento demolitore nel faccia-a-faccia con guanti, sono dolori.

La sua tecnica non è certo raffinata, anzi. Lo stile è rozzo, Jack è pugile che si è fatto le ossa in strada ma la potenza e l’aggressività sono devastanti, volte all’eliminazione fisica dell’avversario. Di più, Dempsey è il pionere dello sviluppo e dell’applicazione al pugilato dei movimenti degli arti inferiori, assolutamente innovativo di un modo di boxare all’epoca prevalentemente basato sulla staticità. Chi lo affronta è disorientato dal suo caracollare per il ring schivando i colpi, avanzando con la testa reclinata orizzontalmente e portando i colpi sfruttando la forza prodotta dalla velocità delle gambe. Il gancio è l’arma preferita per affossare l’avversario, e se non sortisce effetti al primo tentativo, recupera lo slancio indietreggiando prontamente, per poi affondare di nuovo con assalti al volto e al corpo.

Insomma, le vittorie si succedono una dopo l’altra e sotto i suoi colpi cadono un picchiatore del calibro di Jim Flynn, che aveva battuto in precedenza Dempsey per k.o., l’unico in carriera, alla prima ripresa, Gunboat Smith e Carl Morris. L’occasione ormai è propizia, e il 4 luglio 1919 Jack combatte infine per il titolo mondiale dei pesi massimi, opposto al campione Jess Willard, che ha strappato il titolo al leggendario Jack Johnson, primo grande pugile di colore della storia della boxe.

La Bay View Park Arena di Toledo, nello Utah, è teatro di una sfida che Willard approccia con eccessiva baldanza, smargiasso come è solito essere. “Voglio l’immunità nel caso lui muoia”, confessa prima di firmare il contratto; il padre di Jack addirittura scommette la vittoria del rivale del figlio. Errore… entrambi non hanno fatto i conti con l’oste, ma se per Hyrum Dempsey l’aver sbagliato pronostico sarà comunque motivo d’orgoglio, Willard pagherà a caro prezzo l’azzardosa arroganza prima del match. Che in realtà proprio non c’è, Jack concede 15 centimetri e 23 chili al gigantesco avversario che gli è superiore nell’allungo, ma non ha modo di provarne l’efficacia. Dempsey già nel primo round gli spezza la mascella, gli fa saltare i denti e lo mette a terra sette volte, Willard si salva perché prima viene dichiarato battuto, poi rimesso in corsa da un errore del cronometrista, infine riesce a resistere altri due round. Alla quarta ripresa non ce la fa più e l’arbitro, Ollie Pecord, infine annuncia la vittoria di Jack Dempsey per k.o.tecnico.

Dempsey è campione del mondo ed ha inizio la parabola di dominatore della categoria dei pesi massimi, che durerà fino al 1926. Difende la corona contro Billy Miske e Bill Brennan, poi contro il francese Georges Carpentier, eroe della Prima Guerra Mondiale, sconfitto al quarto round. E’ la volta di Tommy Gibbons fallire l’assalto al campione, per infine giungere al match con l’argentino Luis Angel Firpo, “il toro delle Pampas“, che pare sia l’uomo più forte del mondo. Al Polo Grounds di New York l’aria è incandescente il 14 settembre 1923, 85.000 appassionati assistono all’incontro, ops volevo dire alla ripresa più violenta della storia della boxe, il primo round che vede i due contendenti passar più tempo distesi che in piedi. Sette volte va giù il sudamericano figlio di un emigrante italiano, due volte bacia il tappetto anche Dempsey, che vola oltre i cordoni del ring, atterra sul tavolo dei giornalisti, si rialza incredulo e fuori di senno, come fuori di senno è il pugno che manda definitivamente k.o. Firpo un minuto dopo l’inizio del secondo round, spengendo il sogno degli argentini che ascoltano da Buenos Aires la diretta radio dell’incontro.

Altro giro altra corsa, verrebbe da dire. Dempsey è idolo acclamata ben oltre i confini della boxe. Neppure ventenne conosce e sposa Maxine Cates, più vecchia di lui di almeno 15 anni, che suona il piano nei saloon e a tempo perso vende il suo corpo; fiori d’arancio dopodiché con Estelle Taylor, diva del cinema hoolywoodiano; frequenta il set girando numerosi film ed è l’emblema del successo sportivo associato alla vita mondana.

Non pare esserci troppo spazio per la boxe, e difatti Jack non difende il titolo fino all’apparizione di Gene Tunney, 23 settembre 1926, che mette fine al suo regno incontrastato. Al Sesquicentennial Stadium di Filadelfia 120.557 paia di occhi, record per un evento che non sia automobilismo o calcio, sono testimoni della fine di un’era. La boxe tecnica ed elegante di Tunney ha la meglio dell’ordinaria aggressività pugilistica del campione, battuto ai punti al termine di 10 riprese avvincenti, tanto da meritarsi la palma di match dell’anno. Così come è match dell’anno la rivincita che va in scena a Chicago il 22 settembre 1927, esattamente dodici mesi dopo, sfida-fotocopia della precedente che si risolve ai punti per decisione unanime alla decima ripresa e verrà ricordata per il “long count” del settimo round, con lo sfidante che atterra Tunney con un poderoso gancio sinistro alla mascella e i 14 secondi di conteggio surplus che salvano il campione del mondo al suolo, rimessosi in piedi ed infine trionfatore.

La carriera di Jack Dempsey finisce qui. Ma il suo nome, indelebile, è tra quelli che hanno segnato l’epica della boxe: senza tracce di nobiltà, d’accordo, ma con impareggiabile bravura, tanto che a distanza di decenni si attende ancora un discepolo che ne sia all’altezza.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...