QUANDO MONZON TOLSE LA CORONA A BENVENUTI

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Una fase del match – da tuttitemi.altervista.org

In buona sostanza quando “El flaco” strappò la corona a Nino, non si trattò altro che la cronaca di una morte annunciata. Sì, perché il 7 novembre 1970, al Palasport di Roma, Monzon demolì Benvenuti a chiusura di una sfida impari, che non ebbe storia, ed entrò di diritto tra i grandi del pugilato.

Carlos Monzon, ventottenne argentino di San Javier, ha storia problematica alla spalle. E’ uomo che viene dalla strada, che è sopravvissuto da bambino ad una crisi di tifo che pareva destinarlo alla tomba, che rubava galline per sopravvivere, che si avvicinò alla boxe solo con l’illusione di un guadagno facile, che girava per il paese in cerca di sfide che gli permettessero di far cassetta, che si fece conoscere al Luna Park di Buenos Aires – una sorta di tempio sacro del pugilato argentino -, che cominciò a seppellire di pugni avversari di nome, che si associò al manager Amilcar Brusa che fece le sue fortune, che si guadagnò infine la possibilità di combattere per il titolo iridato dei pesi medi.

E’ longilineo e magro, Monzon, dal volto perennemente corrucciato forse per gli stenti in giovane età; il destro è poderoso e conta sull’allungo che gli deriva dalle braccia lunghe, non ha tecnica scintillante, neppure concede troppo allo spettacolo ma l’efficacia è innegabile ed incassa senza cedimenti i colpi che gli avversari provano ad impartirgli. Queste sono le credenziali dell’argentino, sconosciuto al di fuori del suolo patrio, tanto che Bruno Amaduzzi, manager dell’italiano, ha buoni motivi di credere che Benvenuti conserverà il titolo di campione senza troppi patemi.

Più di ventimila appassionati siedono sugli spalti del Palazzetto dello Sport. Benvenuti si presenta in vestaglia bianca, osannato come un eroe, pronto alla quinta difesa della corona e con un ingaggio di oltre centomila dollari. Monzon, senza giornalisti al seguito e con la miseria di quindicimila dollari in tasca, ha rilasciato dichiarazioni spregiudicate che sembrano suonare di ammonimento per il pugile triestino.

Ne ha ben donde, “el flaco“. Pronti, via e una selva di colpi si abbatte sul malcapitato detentore del titolo, che accusa il disavanzo di qualche centimetro d’altezza ma soprattutto paga dazio alla potenza in allungo di Monzon. Le riprese si susseguono nell’incalzare dell’argentino, esuberante e ben preparato, in controtendenza a quel che appare Benvenuti, già privo di energie dopo il quinto round. Già al settimo round un destro alla mascella di Monzon fa barcollare l’italiano, si attende la reazione e si spera che alla distanza classe ed esperienza possano venir fuori. Ma non è così. Il ring capitolino è teatro della caduta di un dio, Benvenuti giunge a capitolazione alla dodicesima ripresa quando un altro destro alla mascella lo manda al tappetto. Il conteggio è definitivo, la cintura cambia padrone.

Ed è un padrone che ne sarà degno, Carlos Monzon l’argentino, che sconfisse un eroe ormai al tramonto.

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