WIMBLEDON 1983, MCENROE INFRANGE IL SOGNO DI CHRIS LEWIS

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Lewis e McEnroe – da tennisfrontier.com

articolo di Nicola Pucci

Forse faccio un torto a John McEnroe che quel torneo lo vinse a mani basse, e “genius” per questo potrebbe arrabbiarsi pure parecchio vista la proverbiale irascibilità del soggetto, ma l’edizione 1983 di Wimbledon può ricordarsi per aver prodotto sull’erba londinese il finalista di minor blasone dell’era open del tennis.

Chris Lewis, 26enne neozelandese di Auckland, quando il 20 giugno varca i Doherty Gates che danno accesso ai prati più famosi del mondo non sa ancora che sta per vivere due settimane da fiaba. Il ragazzo, che porta fascetta fermacapelli, ha pedigree modesto se è vero che a dispetto dell’attitudine da giocatore di voleé ha vinto i due soli tornei in carriera su terra battuta, Kitzbuhel nel 1978 e Monaco nel 1981. Certo, lo stesso anno ha raggiunto una ben più importante finale a Cincinnati, cedendo 6-3 6-4 a McEnroe, ma la spedizione britannica non sembra potergli riservare particolari soddisfazioni.

Relegato alla pensione Borg, Connors e McEnroe si spartiscono la scena dopo la finale dell’anno precedente che ha sorriso al guerriero e l’anticipo al Queen’s di quel che potrà essere. Il tabellone li premia inevitabilmente con le prime due teste di serie e gli avversari che potrebbero infastidirli si contano sulle dita di una mano. Tra loro Chris Lewis non appare di certo. Lendl, Vilas, Wilander e Clerc hanno poca simpatia per l’erba, Gene Mayer numero 6 è costretto al forfait, Gerulaitis è l’eterno piazzato, Denton, Kriek, Curren e Mayotte sono specialisti del gioco d’attacco ma difficile che possano competere per un titolo così prestigioso.

Già, proprio Kevin Curren, sudafricano dal servizio che paralizza, testa di serie numero 12 che occupa la porzione di tabellone che ha Connors come logico favorito. I due avversari rispettano il pronostico nonostante lo svedese Sundstrom – che battezza in cinque magnifici set la prima volta di un giovanissimo Edberg a cui, per l’occasione, Rino Tommasi predice un successo entro i successivi cinque anni – e le loro strade si incrociano agli ottavi di finale: Jimbo è in giornata nera, legge a fatica il movimento velocissimo di battuta di Curren che in quattro set mette giù 33 aces e lo elimina provocando la sensazione del torneo. E il cammino verso la finale si apre a molti nella parte alta liberata della presenza pure di Vilas e Clerc, sconfitti all’esordio l’uno dalla potenza del nigeriano Odizor, l’altro dal tennis elegante di Claudio Panatta. Ma ne riparleremo tra poco.

Occupiamoci dell’altra metà del tabellone, quella presidiata da McEnroe. L’americano si distrae nel primo set col rumeno Segarcenau al secondo turno, dopodiché va via in scioltezza liquidando Gilbert e Scanlon. Wilander cede al redivivo Tanner, Gerulaitis rimbalza con l’australiano Edmondson e Lendl rimanda le ambizioni di un ragazzo che qualche anno dopo offrirà un’esibizione erbivora indimenticabile, Pat Cash.

Ad altezza quarti di finale ecco dunque Curren, che a suon di aces elimina Mayotte, e un giovanotto rapido e che ha confidenza con la rete, già proprio Chris Lewis, che beneficia dell’ecatombe di favoriti e senza esser testa di serie, anzi addirittura numero 97 del mondo, si guadagnata l’inattesa semifinale eliminando Mel Purcell. Curren ha la finale a portata di racchetta, la sfida è eccitante ma Lewis ha lo spunto decisivo e si impone 8-6 al quinto set diventando il terzo neozelandese della storia a raggiungere una finale in un torneo del Grande Slam, il primo a Wimbledon dai tempi di Anthony Wilding che prima di morire sui campi lordati di sangue della Prima Guerra Mondiale fu quattro volte vincitore a Londra dal 1910 al 1913. Nel frattempo McEnroe sgomina a colpi di genio l’altro Mayer, Sandy, ai quarti e Lendl in semifinale, 7-6 6-4 6-4, per garantirsi la quarta presenza consecutiva sul Centre Court il giorno della finale.

Atto risolutivo che poi altro non è che la storia di una morte annunciata, troppo evidente il divario tra i due contendenti con McEnroe che neppure ha bisogno di illustrare l’infinito repertorio della mano sinistra più delicata della storia del tennis. Una sinfonia di servizi vincenti, colpi di controbalzo, voleé chirurgiche e il periodico 6-2 6-2 6-2 in poco più di 1ora 25minuti di gioco a senso unico infrange il sogno di Chris.

Fu meteora Lewis, in quel principio d’estate 1983, ma sfido chiunque ad esserlo altrettanto nel sacro tempio di Wimbledon.

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