LEONHARD STOCK, L’INTRUSO DI LAKE PLACID 1980

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Stock in azione – da olympiahotel.at

Una sorta di lesa maestà. Ma lo sci in Austria è religione, il verdetto della discesa libera vale più della Bibbia, ed allora ben venga la vittoria di Leonhard Stock alle Olimpiadi di Lake Placid.

14 febbraio 1980. La Whiteface Mountain – pista maledetta che l’anno prima volle il sacrificio umano del povero Leonardo David – ospita i draghi della velocità nella prova che apre l’appuntamento a cinque cerchi. Lo svizzero Peter Muller, dominatore delle due ultime stagioni di Coppa del Mondo, veste i panni del favorito, ma dovrà vedersela con il canadese Ken Read, che ha conquistato la gloria di Kitzbuhel e di Wengen ed ha spiccatissimo il senso dello spettacolo, capofila di quei “crazy canucks” che si affidano per l’occasione anche all’audacia di Steve Podborski, Dave Murray e Dave Irwin. Tra i pretendenti alla medaglia c’è l’azzurro Herbert Plank, nel pieno della maturità agonistica e che spesso trova posto sul podio, così come il norvegese Erik Haker, che può vantare solo un successo in Val Gardena ma è abbonato alle prime piazze.

E gli austriaci, vi starete chiedendo? Eccoci al dunque. Klammer, re olimpico quattro anni prima a Innsbruck ma fuori condizione da un paio di stagioni, ha sofferto vicissitudini familiari e pagato dazio al cambio d’attrezzo, e non è dunque della partita. Il Wunderteam bianco-rosso ha nondimeno uno squadrone, col giovane ma già vincente Peter Wirnsberger, il campione del mondo Josef Walcher, il possente Werner Grissmann, l’altra promessa Harti Weirather. Ma… ma la prova del giorno precedente la discesa olimpica, che in casa-Austria vale come selezione, promuove a sorpresa l’uomo che non t’aspetti, Leonhard Stock, non ancora ventiduenne, reduce da un infortunio alla spalla e presente per lo slalom gigante, che fa segnare il tempo migliore. La notte porta consiglio e il trainer Karl Kahr opta per l’esclusione di Walcher: sarà una scelta, seppur azzardosa, che si rivelerà trionfale.

Weirather è il primo a scendere, con pista immacolata nonostante vento e nevischio e numero 1 di pettorale; il tempo al traguardo segna 1minuto 47secondi 70centesimi e gli varrà solo il nono posto finale. Plank poco dopo migliora il cronometro sciando da par suo, 1minuto 46secondi 63centesimi, ma è palese la sensazione che si possa far molto meglio. Non ci riesce Haker, che somma un errore dopo l’altro e finisce ben lontano dai primi, neppure l’altro azzurro Giuliano Giardini avvicina il tempo del compagno di squadra, Tony Burgler è l’altra freccia all’arco svizzero ma non completa il percorso. Ecco dunque Stock, pettorale numero 9, che ha feeling con il manto ghiacciato della neve: pennella le curve nella parte alta ed è veloce nel lungo tratto di scorrimento. La sua prestazione è esente da pecche, non conosce sbavature, l’intermedio lo premia da subito e balza al comando col parziale di 1minuto 45secondi 50centesimi, sopravanzando nettamente Plank.

Casa-Austria ha un sussulto, tanto più che il concorrente successivo, il favorito Muller, resta distante di 1secondo 25centesimi e rimarrà ai piedi del podio. La sfida è aperta, Grissmann fa segnare intermedi da medaglia ma perde terreno prezioso nella parte conclusiva terminando solo settimo, ed allora la vicenda olimpica si risolve con le discese in successione di Wirnsberger, Read e Podborski. L’austriaco disegna una prima parte ricca di incertezze, recupera magistralmente ma è secondo staccato di 62centesimi, la sfortuna si accanisce con Read a cui dopo pochi secondi di gara si apre un attacco costringendolo all’abbandono, Podborski lo rileva sul podio ma è solo terzo, seppur prima medaglia olimpica della storia dello sci alpino al maschile per il Canada. Quel che succede poi non muta volto alla classifica, l’americano Patterson gioca in casa e chiude quinto, proprio davanti a Plank, tra i migliori dieci si inserisce il sovietico Tsyganov, ottavo, ed è pure questa una sorpresa.

L’oro olimpico cinge il collo di Leonhard Stock, l’intruso che nessuno si aspettava, che vince la prima gara in carriera nel giorno più importante. Aspetterà altri nove anni per tornare davanti a tutti. Ma l’Austria, che puntava su altri stalloni, sorride comunque.

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