ROSA MOTA, LA MARATONETA DEL SECOLO E’ PORTOGHESE

rosa mota
Rosa Mota alle Olimpiadi di Seul 1988 – da academiasaudacao.blogspot.com

Oggi il suo nome è omaggiato al pari di quello di Eusebio, l’altro grande di Portogallo, e non faremmo torto a nessuno se la eleggessimo a maratoneta più grande di sempre.

Lei è Rosa Mota, “rosinha” per i lusitani, scricciolo di 1metro 57centimetri d’altezza ma classe e temperamento in dosi massicce. Questa è la storia di una ragazzina che soffriva di asma ed anemia, che da adolescente fronteggiava e batteva i maschietti, che divenne ben presto imbattibile in patria su tutte le distanze del mezzofondo, ed ebbe la benevola assistenza della fortuna che le mise sulla strada il dottor Josè Pedrosa, prima medico, poi allenatore, infine compagno di vita.

Corre l’anno 1980 e per Rosa, allora ventiduenne, nata il 29 giugno 1958 dalle parti di Porto, è il momento di cominciare a guardar lontano. Pedrosa ne affina l’allenamento indirizzandola verso le lunghe distanze e agli Europei del 1982 ad Atene è già l’ora di raccogliere frutti importanti. Mota corre i 3.000 metri chiudendo dodicesima, ma tre giorni dopo si allinea alla partenza della prima maratona femminile di una grande manifestazione senza averne mai corse in precedenza. Fa niente, la portoghese sbaraglia il campo battendo Laura Fogli e la norvegese Ingrid Kristiansen e si mette al collo la medaglia d’oro. E’ solo l’inizio di una collezione che a fine carriera sarà ineguagliabile.

La via è tracciata e la maratona in gonnella accoglie una campionessa che cerca conferma l’anno dopo ai primi Mondiali di atletica leggera, Helsinki 1983. Mota nel frattempo ha vinto a Rotterdam correndo quasi quattro minuti più veloce che nell’appuntamento greco, alla kermesse iridata lima altri trenta secondi ma rimane ai piedi del podio, quarta nella prova vinta dall’altra norvegese di livello, Grete Waitz, che è sua rivale anche nella sfida a cinque cerchi di Los Angeles nel 1984. E’ la prima maratona olimpica femminile, il caldo è opprimente, Joan Benoit è l’atleta di casa e tenta l’azzardo da lontano. Le va bene perchè domina la gara e precede nettamente proprio Waitz e Mota che occupano secondo e terzo gradino del podio, Rosa entra nella storia portando in dote al suo paese la prima medaglia olimpica femminile. 

Il tentativo olimpico ha lasciato però l’amaro in bocca alla piccola portoghese che nel corso delle stagioni successive, oltre ad imporsi in prove di prestigio come Boston e Chicago, cresce ancora di competitività ed instaura una dittatura vera e propria. Dopo il terzo posto di Chicago del 1985, con primato personale a 2ore 23minuti 29secondi, realizza un exploit da record vincendo gli Europei del 1986 a Stoccarda ancora davanti all’azzurra Laura Fogli che accusa quattro minuti di disavanzo, i Mondiali di Roma nel 1987 rimanendo sola in testa già al quinto chilometro e lasciando la sovietica Ivanova addirittura a sette minuti, infine la prova olimpica di Seul nel 1988 battendo Martin e Dorre, per chiudere il quadriennio da fenomeno con il tris consecutivo agli Europei di Spalato del 1990 vanamente contrastata fino all’ultimo da Valentina Yegorova.

E’ l’ultima medaglia di una carriera che comincia ad accusare il peso degli anni e i primi acciacchi. Vince a Osaka e Londra ma i Mondiali di Tokyo del 1991, dove si presenta reduce da un intervento chirurgico per una cisti ovarica, sono il canto del cigno. Si ritira oltre metà corsa, così come l’anno dopo, 1992, la sciatica la costringe ad abbandonare la maratona di Londra e annunciare il ritiro prima delle Olimpiadi di Barcellona.

La donna che in Portogallo è l’icona più osannata, l’atleta che aveva rischiato di rimaner fuori dall’Olimpiade del 1988 per un’assurda squalifica ma che fece insorgere un paese intero ed ebbe il sostegno di un comitato olimpico, saluta ed entra nel mito: la maratona del XX secolo porta il nome di Rosa Mota. Ed è un nome immenso.

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