SUGAR RAY ROBINSON, IL PESO MEDIO PIU’GRANDE

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Robinson contro Basilio – da ftw.usatoday.com

Premesso che far classifiche di merito tra campioni di epoche diverse equivale, certo, ad un gioco piacevole ma lascia il tempo che trova. Nondimeno Mohammed Alì, che indiscutibilmente se non è il più grande di sempre poco ci manca, proprio lui piazza Sugar Ray Robinson in cima alla lista dei migliori pugili della storia… ergo, sto per presentarvi un fuoriclasse assoluto della boxe.

Robinson, che all’anagrafe altri non è che Walker Smith jr, nasce il 3 maggio 1920 ad Ailey, piccolo villaggio dello stato della Georgia – anche se nell’autobiografia affermerà di aver visto i natali a Detroit e di esser nato nel 1921 – e fin da ragazzo si avvia alla pratica dell’esercizio pugilistico. Proprio in età adolescenziale, non potendo ancora ottenere la tessera della AAU – Amateur Athletic Union – necessaria per combattere, aggira l’ostacolo esibendo quella dell’amico Ray Robinson, appropriandosi furtivamente del nome che da quel momento lo accompagnerà per sempre e lo renderà celebre. Il talento è clamoroso seppur precoce, l’eleganza e la fluidità del gesto non ha eguali e le movenze da ballerino ne fanno un dilettante pressochè imbattibile, tanto da presentarsi all’appuntamento con la carriera professionistica con un ruolino di marcia di 85 vittorie su 85 incontri.

Se tra le corde del ring Robinson arriva velocemente a completa maturazione ed esprime il massimo di un potenziale da campionissimo, dismessi i guanti rivela un’altrettanta innata propensione nel mettersi nel guai, ben lontano dal rappresentare un modello etico a cui potersi ispirare, ben diversamente da quel che è stato, è e sarà in perpetuo proprio Mohammed Alì. Ma di questo e dell’attitudine alla bella vita sarebbe necessario un capitolo a parte, ne riparleremo in seguito.

La carriera è comunque straordinaria. Lo stile di Robinson è “dolce come lo zucchero” – parole del manager George Gainford che conia l’appellativo di Sugar, anche se circola voce che la frase sia da addebitare ad una spettatrice – e produce frutti importanti iniziando a combattere nella categoria dei pesi welter. Le vittorie si assommano l’una dopo l’altra, Sammy Angott, Marty Servo e Fritzie Zivic sono i primi nomi di blasone a cadere sotto i colpi di Robinson, che trova poi sulla sua strada Jake LaMotta. Il “toro del Bronx” sarà uno dei rivali storici di Robinson, con cui duellerà in combattimenti divenuti leggendari. Nel 1942 Ray vince il primo della serie, perde la rivincita l’anno dopo e per lui è la prima sconfitta in carriera, vince ancora per perdere la quarta sfida, disputata nel periodo militare durante il quale Robinson fa conoscenza con Joe Louis.

La guerra è finita ed è tempo di mettere qualche titolo mondiale in bacheca. Il 20 dicembre 1946 l’avversario è Tommy Bell, per il titolo vacante dei pesi welter, Robinson va giù ma riesce a rialzarsi e conquistare la corona in un match durissimo che si chiude con un verdetto di misura. E’ solo l’inizio di una sequenza iridata che terminerà molti anni dopo, a certificare una longevità agonistica che ha pochi riscontri nella boxe. Fino al 1951 Robinson è l’indiscusso dominatore della categoria, difendendo il titolo dall’assalto di Jimmy Doyle che ci lascerà la vita, Kid Gavilan e Charley Fusari.

Nel frattempo, anno 195o, Robinson sale di categoria passando tra i medi, ufficialmente per la difficoltà a rimanere nei limiti di peso, realisticamente perché gli ingaggi sono decisamente superiori. Incontra di nuovo LaMotta, detentore della corona, e l’ultima sfida tra i due, il 14 febbraio 1951, è universalmente ricordata come “il massacro di San Valentino” per la durezza del combattimento e per l’esplosione di colpi che obbliga LaMotta al k.o.t. alla tredicesima ripresa, prima e unica volta in carriera per il pugile newyorchese. Robinson è campione del mondo dei pesi medi per la prima volta in carriera e per lui si aprono le porte della gloria. Non sarà l’ultima.

A cavallo del ritiro dalle competizioni nel 1952 a seguito della sconfitta per k.o.t. con Joey Maxim per la corona dei mediomassimi nell’insopportabile fornace dello Yankee Stadium e il rientro all’attività nel 1955, Robinson cede il titolo dei medi all’inglese Randy Turpin per riconquistarlo subito dopo per la seconda volta nel 1951, lo vince una terza volta con Bobo Olson nel 1955, lo perde con Gene Fullmer nel 1957 ma è di nuovo campione nella rivincita pochi mesi dopo atterrando l’avversario con un gancio sinistro che gli addetti ai lavori definirono “il colpo perfetto“. E’ poi la volta di Carmen Basilio, che nel settembre del 1957 toglie il trono a Robinson, abile nel riprendersi la corona per la quinta e ultima volta nel marzo dell’anno dopo al termine di una sfida entusiasmante, una delle tante della carriera di Sugar Ray.

Gli anni passano e le meravigliose gambe da ballerino di Robinson cominciano a dar segnali di cedimento. Tocca a Paul Pender, di dieci anni più giovane, davanti agli oltre diecimila spettatori del Boston Garden, porre fine alla parabola di campione del mondo di Robinson, che perde ai punti così come ai punti si vede negare la vittoria nel tentativo di rivalsa. Ci prova di nuovo con Gene Fullmer per la corona dei medi WBO, ma altre due sconfitte lo relegano ai margini della grande boxe. Che saluta definitivamente nel 1965, perdendo un match ai punti con Joey Archer.

Questo è stato Sugar Ray Robinson, pugile tecnicamente completo, armonico e fluido nel portare i colpi, fosse col destro o col sinistro, così come leggiadro e sciolto era nelle movenze ritmate sul ring; l’uomo, poi, è l’emblema del successo sportivo che si sposa con il mondo dello spettacolo. Amava ballare e suonare e faceva entrambe le cose con incredibile perizia, si dilettava con le belle donne ed ebbe tre mogli oltre ad esser ospite fisso delle serate di gala più chiacchierate, azzardava bizzarrie di ogni sorta e quando si spostava per le tournée pugilistiche era  accompagnato da una tribù di allenatori, manager, segretari, autisti, maestri di recitazione, barbieri, suonatori di tromba e pure un nano poliglotta.

Muore nel 1989, in ristrettezze economiche e affetto dal morbo di Alzheimer. Mohammed Alì, che lo ha celebrato e ne ha rilevato il testimone, è vivo ma da anni combatte con il morbo di Parkinson: è proprio vero, si è grandi anche nell’essere umani. Non solo campioni.

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