PAOLO DE CHIESA, IL CAMPIONE TRA I PALI A CUI MANCA LA VITTORIA

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De Chiesa alle Olimpiadi di Sarajevo 1984 – da stripes.com

Al di là del fatto di ritenerlo di gran lunga la miglior voce tecnica che ci sia in Rai, e già questo è un vanto, nondimeno Paolo De Chiesa ha la mia ammirazione incondizionata. Sì, perché lungo tutto l’arco di una gran bella carriera ha combattuto una battaglia impari con la dea bendata, che se è vero che aiuta gli audaci, nel suo caso ha fatto un’eccezione vietando al nostro la vittoria in Coppa del Mondo.

Se ci permettiamo di indagare il palmares dello sciatore piemontese, nato a Saluzzo in provincia di Cuneo il 14 marzo 1956, annotiamo infatti una collezione di piazzamenti sul podio senza il conforto di un successo come solo un altro protagonista del Circo Bianco degli anni Ottanta ha saputo fare, l’asburgico Hubert Strolz. Un primato, mi ci gioco un penny, che il buon De Chiesa avrebbe volentieri barattato pur di dissetarsi al calice della vittoria.

Un giovanissimo Paolo, poco più che maggiorenne, viene aggregato alla Valanga Azzurra da Mario Cotelli, che di quel manipolo di campioni che segnerà la storia dello sci alpino di quegli anni è camaleontico direttore tecnico. Il ragazzo ha talento sicuro, tant’è che nei test che anticipano l’inizio della Coppa del Mondo ha dato la paga ai senatori, Gros e Thoeni su tutti. L’esordio è di buon auspicio, con un nono posto il 5 dicembre 1974 tra le porte larghe del gigante di Val d’Isere e il secondo posto nello slalom di Madonna di Campiglio, il 17 dicembre, alle spalle di Stenmark nel giorno della prima delle 86 vittorie del fuoriclasse svedese; il podio è confermato a gennaio nel classico appuntamento di Wengen e nel tempio sacro di Kitzbuhel, terzo gradino in entrambi i casi, sempre dietro Gros e Stenmark che si avvicendano ai primi due posti.

Mostri sacri si aggirano in quegli anni per le piste più prestigiose del circuito di Coppa del Mondo. Ci sono gli altri azzurri, Thoeni, Gros e l’amico fraterno Radici, nonché la fugace apparizione del povero Leonardo David; c’è ovviamente l’impareggiabile “Ingo“; ci sono Neureuther e Hinterseer; si affacciano alla ribalta i gemelli Mahre; e stanno per arrivare Girardelli e Zurbriggen. E poi Wenzel, Frommelt, Krizaj, Nillson, Petrovic… ergo, la concorrenza è talmente qualificata che De Chiesa è sì protagonista col piglio dell’attaccante e l’efficacia della serpentina, ma trova puntualmente qualcuno che lo batte.

Nel frattempo il piemontese ha abbandonato il gigante, complice uno stiramento inguinale riportato in allenamento che gli ha causato una pubalgia che ne limita il rendimento nella disciplina più tecnica dello sci alpino; e la dedizione ai pali stretti dello slalom a questo punto diventa totale. De Chiesa subisce un primo smacco non venendo selezionato per le Olimpiadi di Innsbruck del 1976, cosa che si ripete due anni dopo per i Mondiali di Garmisch: l’esclusione di Cotelli, in quell’occasione, sarà dura da digerire e solo il tempo lenirà la ferita.

Proprio nel 1978 De Chiesa è vittima di un gravissimo incidente da arma da fuoco, rischia la vita e perde un anno di attività, tornando in tempo per partecipare alle Olimpiadi di Lake Placid, dove deraglia già nella prima manche dello slalom. Recuperare la posizione nel primo gruppo di merito e riguadagnare i vertici della specialità non sono imprese da poco, la stagione 1981/1982 è quella della riaffermazione con tre podi, il primo a Madonna di Campiglio a certificare la rinascita dopo il baratro, gli altri a Kitzbuhel e Garmisch a dar conferma della ritrovata competitività. Ma la dea bendata, già proprio lei, non è benevola con Paolo che ai Mondiali di quell’anno a Schladming, terzo dopo la prima manche, perde la medaglia per l’inezia di 5 centesimi, quarto posto come ve ne saranno diversi altri lungo tutto l’arco della carriera.

Che prosegue con buon profitto fino al 1986. Incassando l’ennesima delusione olimpica, a Sarajevo 1984, dove De Chiesa è secondo all’intermedio della prima manche ma non taglia il traguardo, e un anonimo sesto posto ai Mondiali di Bormio del 1985; accumula altre tre piazze d’onore in Coppa del Mondo a Markstein, Parpan e Sestriere, dove il 10 dicembre 1984 ottiene il dodicesimo ed ultimo podio della carriera, ironia della sorte battuto da Zurbriggen all’unico successo tra le porte strette dello slalom.

Chiude a fine stagione passando il testimone ad un ragazzo di città che di strada ne farà tanta, davvero tanta. Tomba, l’extraterrestre, ma De Chiesa, e lo affermo con una punta di presunzione, è nella speciale graduatoria dei miei preferiti perché ha lottato, e mai si è arreso, al cospetto di coloro che erano più grandi di lui. Onore al merito.

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