L’AMMIRAGLIO NELSON, VINCENTE IN FORMULA 1

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Piquet nel 1981 su Brabham – da f1fanatic.co.uk

Brillante, affascinante, istrionico, soprattutto velocissimo: era lui, l’ammiraglio brasiliano che vinse tre mondiali di Formula 1, al secolo Nelson Piquet.

Carioca di Rio de Janeiro, classe 1952, Piquet si affaccia al mondo motoristico che conta partecipando prima al campionato europeo di Formula 3, per poi passare alla pari competizione inglese, vincendo tredici gran premi che gli valgono un buon biglietto da visita per la Formula 1.

Debutta con la Ensign al Gran Premo di Germania a Hockenheim nel 1978 dove è costretto al ritiro dopo il ventunesimo posto in qualifica e si accasa per le successive tre prove con la McLaren con cui ottiene un nono posto a Monza nel giorno della morte di Petterson. Ma per lui l’occasione è favorevole, si accorda con Bernie Ecclestone per correre l’ultima gara con la Brabham per la quale si garantisce un posto come secondo pilota per la stagione successiva, compagno di scuderia di Niki Lauda.

La Brabham non è altamente competitiva nel 1979, Piquet è solo quarto in Olanda a Zandvoort, ma per gli ultimi due gran premi in Canada e a Watkins Glen la macchina infine monta motore Ford Cosworth e Piquet ottiene la prima fila, segna il giro veloce in gara ma non arriva al traguardo per un problema alle sospensioni.

Il pilota brasiliano è veloce, calcolatore ma non troppo, azzardoso ma non troppo… insomma, un bel mix di classe, capacità di collaudo, adattabilità ai tracciati e gestione delle tensioni in corsa. Nel 1980 è pronto per competere per il titolo, il suo avversario diretto è Alan Jones con la Williams e la lotta è serrata fino all’ultima prova. Piquet vince il suo primo gran premio a Long Beach, rinnova l’appuntamento con il successo a Zandvoort e Monza, ma gli è fatale la prova di Montreal, dove giunge da capoclassifica con un punto di vantaggio su Jones: il motore della sua Brabham però lo appieda al ventitreesimo giro, Jones vince la gara e il titolo per il brasiliano sfuma.

Ma l’appuntamento con la gloria è solo rimandato alla stagione successiva, il 1981, ed è ancora la Williams, stavolta quella dell’argentino Carlos Reutmann, l’avversaria più irriducibile. Piquet vince in Argentina con una monoposto bassa al punto da essere comparabile ad una wing-car e ad Imola, ma dopo il gran premio d’Inghilterra a Silverstone si trova attardato in classifica di 17 punti. La rincorsa al titolo comincia con la vittoria in Germania, il terzo posto in Austria e il secondo in Olanda, con la Williams che erroneamente punta su Jones “dimenticando” di agevolare Reutmann. Si giunge così all’ultima gara di Las Vegas, che si disputa nel parcheggio del Caesars Palace il 17 ottobre 1981, con Piquet che insegue ad un punto e Laffite con la Ligier terzo incomodo. Reutmann conquista la pole-position, Piquet si avvia col quarto tempo ma lo sviluppo della gara è incerto. Reutmann ha problemi alle gomme e naviga nelle retrovie dopo una partenza disastrosa, Piquet entra in zona punti e resistendo nel finale agli attacchi di Laffite e Watson chiude in quinta posizione raccogliendo i due punti che gli consentono di scavalcare in classifica Reutmann, solo ottavo, e diventare per la prima volta campione del mondo di Formula 1, come solo l’altro brasiliano Fittipaldi era stato capace di fare, tre volte, e come in seguito riuscirà anche ad Ayrton Senna.

Piquet è ormai stella di prima grandezza, il suo paese lo acclama come un eroe e i rotocalchi vanno a nozze per la sua fama di tombeur de femmes. La Brabham nel 1982 alterna il nuovo motore BMW, poco affidabile, al Ford Cosworth, Piquet vince in Canada ma è annata di transizione e raccoglie un modesto undicesimo posto in classifica piloti.

Ma l’anno dopo, abbandonato il modello wing-car, la nuova Brabham BT52 ha motore turbo ed è pronta per lottare ai massimi livelli. Piquet vince subito all’apertura del campionato in Brasile, è secondo in Francia e a Montecarlo e da leader della classifica torna a puntare al titolo mondiale. La fase intermedia della stagione è contrassegnata da un paio di ritiri e due piazzamenti sul podio in Inghilterra e in Austria e così, come due anni prima, il brasiliano si trova a ricucire un ampio margine, quattordici punti di distacco: la lepre stavolta è Prost alla guida della Renault. Il margine si riduce a meno cinque con la vittoria a Monza, che diventa meno due con il bis a Brands Hatch… ed ancora una volta, esattamente come nel 1981, la soluzione finale è rimandata all’atto decisivo, il gran premio del Sudafrica a Kyalami il 15 ottobre 1983. Tambay con la Ferrari ha il miglior tempo in prova davanti alle due Brabham di Piquet e Patrese, Prost è quinto e deve rincorrere. Il francese non è assistito dalla sorte ed è costretto al ritiro al trentaquattresimo giro, Piquet ha il mondiale in pugno e fa gara di conserva, chiude terzo alle spalle del compagno di scuderia Patrese e di De Cesaris su Alfa Romeo e con i quattro punti scavalca Prost in classifica e per la seconda volta è campione del mondo.

Le stagioni 1984 e 1985 sono avare di soddisfazioni per il pilota carioca, che pur velocissimo – ben nove pole-position nel 1984 – vince solo tre gran premi in Canada, Stati Uniti e Francia e colleziona ben 18 ritiri su 32 gare.

E’ tempo di interrompere il sodalizio vincente cha ha visto Piquet legato a Gordon Murray e nel 1986 Nelson è ingaggiato dalla rivale di un tempo, la Williams, che gli offre un contratto ben più cospicuo. Mansell è suo compagno di scuderia e la prima stagione, avvincente, si decide in volata. Piquet vince la prima gara davanti al pubblico di casa, trionfa anche in Germania, Ungheria e a Monza e all’ultima prova è terzo in classifica, a meno sette da Mansell e con un punto di ritardo da Prost, mentre comincia a farsi strada il talento di Ayrton Senna. In Australia, il 26 ottobre 1986, Piquet vorrebbe far tris ma è infine il francese a vincere gara e titolo, con Mansell a cui scoppia una gomma in pieno rettilineo e Nelson, secondo al traguardo, che chiude terzo in classifica generale.

Anno 1987, è tempo per Piquet di entrare definitivamente nel novero dei più grandi campioni di sempre del volante, ergo è necessario il terzo titolo mondiale. La stagione è fantastica, la migliore per il pilota brasiliano nonostante un incidente a San Marino; guida una macchina motorizzata Honda affidabile e competitiva e il compagno Mansell è l’avversario più ostico, tanto da ridurre la lotta per il titolo ad una questione privata in casa Williams. Piquet vince tre gare, ancora Germania, Ungheria e Monza come l’anno precedente, è ben sette volte secondo ed una volta terzo e in Giappone, il 1 novembre 1987, approfitta dell’assenza del britannico vittima di un incidente e con due gare d’anticipo si veste nuovamente dei colori dell’iride.

La parabola vincente di Piquet, ormai trentacinquenne, termina qui. Nel 1988, carico di gloria e trofei e scaduto il contratto biennale con Williams, sale sulla Lotus prendendo il posto proprio di Senna, erede designato come grande brasiliano in Formula 1. Col team di Colin Chapman occupa tre volte il gradino più basso del podio ma la vettura non è performante e la china discendente sembra ormai irreversibile.

Macchè, nel 1990 Piquet regala l’ultima sorpresa alla guida della Benetton, con la zampata degna del campione: in due anni vince tre gran premi, Giappone e Australia nel 1990 e Canada l’anno dopo, guadagna la terza posizione in classifica nel campionato mondiale del 1990 e battezza il nuovo fenomeno, Michael Schumacher, che Flavio Briatore gli mette a fianco nell’ultima parte di stagione.

E’ tempo di dire basta. L’ammiraglio, al secolo Nelson Piquet, saluta e si ritira, tre titoli di campione del mondo e la presunzione, non proprio velleitaria, di considerarsi tra le leggende della Formula 1.

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