INGEMAR STENMARK, LO SVEDESE DI GHIACCIO

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Ingemar Stenmark in azione – da acarya.it

Quando a metà anni 70 le imprese di Thoeni, Gros e Plank avviarono la meravigliosa epopea della “Valanga azzurra”, un fuoriclasse che veniva dalla sperduta cittadina scandinava di Tarnaby si prese il lusso di suscitare l’ammirazione anche di quegli stessi avversari che puntualmente bastonava sulle piste di mezzo mondo: il suo nome era Ingemar Stenmark, lo chiamarono “lo svedese di ghiaccio“, ed è stato, senza rischio di venir smentiti, lo sciatore più grande di sempre.

Confronti tra campionissimi di epoche diverse lasciano sempre ampio spazio all’incertezza ed aprono dibattiti destinati  a non aver risposta, ma il giudizio sull’immenso “Ingo” è pressoché unanime. Scoprimmo Stenmark una mattina di marzo 1975 quando la cara, vecchia Rai – inderogabilmente con la forza delle immagini in bianco-e-nero – trasmise il famoso parallelo di Val Gardena che assegnava la Coppa del Mondo. Fuori dal giochi il terzo incomodo, Franz Klammer, la sfida finale vide al cancelletto di partenza Gustavo Thoeni sul pendio di destra e sul pendio di sinistra Ingemar Stenmark, astro nascente di diciannove anni che si affacciava da poco al grande palcoscenico dello sport delle nevi ma portava, indiscutibili, le stimmate del predestinato. Ingemar si sdraiò di fianco e lo scivolone consegnò la sfera di cristallo al silenzioso azzurro di Trafoi, ma il futuro apparteneva allo svedese e i tre anni successivi lo videro dominare in classifica generale.

Stenmark non aveva rivali tra i pali stretti dello slalom, così come tra le porte larghe dello slalom gigante. Proprio nella disciplina più tecnica mise in mostra una conduzione di curva innovativa e ineguagliata, che aprì la strada alla modernità e ispirerà il suo allievo prediletto, Alberto Tomba. A fine carriera vanterà 86 vittorie in Coppa del Mondo, un record difficilmente superabile, distribuite in 46 giganti e 40 slalom.

La Federazione internazionale escogitò un regolamento cervellotico per arginare lo strapotere dello scandinavo che rischiava di far perdere di interesse alla Coppa del Mondo, e così la coppa generale passò in altre, meno nobili mani (non me ne vogliano Peter Luescher e Andreas Wenzel). Ingemar, nemico giurato della polivalenza, non sconfessò se stesso e tranne una fugace apparizione a Kitzbuhel, mai la discesa libera lo vide al cancelletto di partenza, anche in questo predecessore di Alberto Tomba. Nella stagione 1978/1979 vinse 10 giganti su 10 e dominò ai Mondiali di Garmisch col doppio oro, così come alle Olimpiadi di Lake Placid del 1980. Le assurde regole del professionismo di allora lo tennero fuori dalla kermesse olimpica di Sarajevo 1984, continuò a dettar legge in Coppa e chiuse una carriera leggendaria nel 1989 con l’ultima vittoria a 33 anni, passando il testimone all’erede che come lui dominerà la scena degli slalom e rifiuterà di cedere ai ricatti di una Federazione troppo ottusa per accogliere il nuovo che avanza.

Uscì di scena senza pretendere troppe luci della ribalta, schivo così come schivo è il personaggio: semplicemente il più grande.

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