VALERI BRUMEL, L’UOMO CHE VOLAVA SOPRA L’ASTICELLA

valeri brumel
Valeri Brumel – da kordi.info

Se non sapete dove si trova il villaggio di Tolbuzhino, non affannatevi nella ricerca, vi aiuto io: siamo in Siberia ed il paesello assurge agli onori della cronaca per aver dato i natali ad un fenomeno vero. Non presunto tale.

Valeri Brumel, perchè è di lui che sto raccontando, qui nasce il 14 aprile 1942 e non a caso può esser definito l’uomo che veniva dal freddo. E glaciale, riservato, pure spigoloso lo era fin troppo, ma niente gli impedisce di appartenere al gotha non solo dell’atletica leggera – di cui è ahimè leggenda non più vivente – ma di tutto lo sport mondiale. Ha ballato… pardon, ha saltato in alto per un breve periodo, contro la sua volontà sia chiaro, ma lo ha fatto con tale tecnica, eleganza ed efficacia da meritarsi il titolo di “lord“, etichettato apposta per lui dalla stampa occidentale. E mai nessuno prima, e probabilmente – Sotomayor permettendo – mai nessuno dopo sarà capace di eguagliarlo in quanto a bellezza del gesto.

Brumel adottava, come chiunque all’epoca, la tecnica ventrale, affinata fin da adolescente da Piotr Stein che ne forgia il carattere e ne sviluppa il talento, associato ad un’elevazione portentosa.  I progressi sono costanti e nel biennio 1959-1960, sotto la guida di un guru della disciplina come Vladimir Dyachkov, scavalca la barriera dei due metri entrando a pieno titolo tra i pretendenti ad una medaglia delle imminenti Olimpiadi romane. Nella capitale in effetti Valeri non delude le attese, si presenta da primatista europeo con 2metri 17centimetri ma se riesce a sopravanzare il favorito della prova, l’americano John Thomas primatista del mondo che chiude sul terzo gradino del podio con la misura di 2metri 14centimetri, Brumel si vede soffiare l’oro dal georgiano Shavlakadze, con cui condivide allenatore e misura da primato, 2metri 16centime

tri, ma che lo anticipa per aver completato un percorso senza errori.

L’orgoglio di Valeri è scosso da fremiti di rivalsa, è maggiorenne appena ma già fortissimo nella fase di stacco che poggia sulla gamba sinistra, nello scavalcamento ventrale dell’asticella e nel ricadere a terra. Il futuro gli appartiene e nel trienno che segue, oltre a mettersi al collo la medaglia d’oro agli Europei di Belgrado del 1962 dove vince facile battendo lo svedese Pettersson, colleziona primati del mondo in serie. Si comincia a giugno 1961, a Mosca, con la misura di 2metri 23centimetri, migliorata di un centimetro un mese dopo nel corso della sfida Urss-Usa, che diventa ad agosto 2metri 25centimetri alle Universiadi di Sofia. L’anno dopo, 1962, Brumel sale a 2metri 26centimetri a casa degli americani, a Palo Alto, altro ritocco a Mosca la settimana successiva, 2metri 27centimetri, per giungere all’apice, infine, nel 1963, 2metri 28centimetri sempre a Mosca ed ancora una volta al cospetto degli americani nella sfida tra le due massime potenze planetarie.

I record gli appartengono, dunque, e sembrano destinati a durare. Ma la gloria perpetua, quella che rende immortale l’atleta, può assegnarla solo un titolo olimpico ed è ciò che Brumel va cercando quando si presenta all’appuntamento a cinque cerchi di Tokyo 1964. Rischia l’eliminazione sulla pista bagnata delle qualificazioni, salvandosi al terzo tentativo a 2metri 6centimetri, ma poi è sfida tra le più belle con il meglio dei saltatori dell’epoca. Si rinnova il duello con Thomas e Shavlakadze, ma stavolta il collega di bandiera non va oltre il quinto posto; lo svedese Pettersson rimane ai piedi del podio, l’americano Caruthers ha vinto le selezioni in patria ma delude ed è nono. Rimangono dunque in corsa Thomas e l’altro statunitense, curiosamente John Rambo – guarda un po’ te da chi ha preso ispirazione Stallone! – che si ferma a 2metri 16centimetri, misura che gli vale la medaglia di bronzo. E’ dunque testa a testa tra Brumel e Thomas e dopo una contesa estenuante l’asticella a 2metri 18centimetri premia il sovietico, che ha un errore in meno e corona il sogno olimpico.

La gloria gli appartiene infine, ma è anche il canto del cigno. Un anno dopo Brumel è vittima di un incidente in motocicletta, la gamba destra si spezza così come si spezza la sua carriera, nonostante un’infinita serie di interventi chirurgici che lo rimetteranno in piedi ma gli impediranno di tornare a gareggiare ai massimi livelli.

Così come, tragicamente, quelli ali che lo avevano fatto volare più alto di tutti si chiudono per sempre il 23 gennaio 2003, appena sessantenne. Sperava di veder qualcuno alzarsi oltre i 2metri 50centimetri, quella soglia è ancora lontana e quando ciò avverrà Brumel, ancora una volta, la vedrà dall’alto dei cieli.

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