ARMIN HARY, IL PRIMO ORO OLIMPICO DEI 100 METRI CHE NON PARLA INGLESE

hary
L’arrivo dei 100 metri – da en.wikipedia.org

L’Olimpiade romana del 1960 vive nei ricordi sbiaditi degli appassionati di atletica di una certa età per il trionfo tricolore di Livio Berruti sul mezzo giro di pista; oppure per le gesta a piedi nudi del maratoneta Abebe Bikila; forse anche per le prodezze leggiadre della gazzella nera Wilma Rudolph.

Niente da obiettare, ci mancherebbe, sono nomi che hanno scritto pagine epiche della disciplina a cinque cerchi per eccellenza. Ma vorrei parlarvi di un tedesco di Quierschied, anni ventitre, figlio di un minatore, che a Roma disegnò un capolavoro veloce sui 100 metri, interrompendo un dominio statunitense che durava dal 1932.

Armin Hary, questo il nome del teutonico, ha già pedigree importante quando si presenta nell’urbe per i Giochi della XVII Olimpiade. Due anni prima, agli Europei di Stoccolma, ha colto l’oro dei 100 metri col tempo di 10″3 bissando poi il successo con la staffetta 4×100. Ma è il meeting di Zurigo, corso qualche settimana prima dell’appuntamento di Roma, ad avanzare la candidatura al titolo del giovane tedesco: Hary, noto per la straordinaria rapidità di reazione allo sparo in tempi in cui non è ancora introdotto il limite di 10centesimi, forse anche con l’ausilio di uno starter compiacente, piazza il tempo record di 10″netti, ed arriva all’Olimpiade con un bel carico di speranze.

Gli Stati Uniti, appunto, proprietari della corona olimpica dal 1932, sono i naturali favoriti puntando sul terzetto composto da Ray Norton, vincitore ai Trials e primatista del mondo sui 200 metri, Dave Sime e Frank Budd, che avrà successo pure come giocatore in NFL con i Filadelfia Eagles. Il cubano Figueroa, gli inglesi Radford e Jones e l’altro tedesco Germar, quinto a Melbourne nel 1956, sono pretendenti altrettanto autorevoli di una competizione che non allinea italiani al via.

Hary è secondo in batteria, 10″6 alle spalle del keniano Antao, vince il quarto di finale in 10″2 – nuovo record olimpico – anticipando Sime, risultato ripetuto in semifinale. Proprio l’americano bianco del New Jersey risulta il più competitivo della triade stelle-e-strisce ed è l’avversario che Hary si trova a dover temere maggiormente il giorno della finale, al pari del britannico Radford.

L’attesa è spasmodica, il 1 settembre 1960. Lo Stadio Olimpico è gremito in ogni ordine di posto e dopo due false partenze Hary, come sua abitudine, scatta come un fulmine, facendo gara di testa e resistendo al tentativo di rimonta di Dave Sime. I due rivali tagliano il traguardo con lo stesso tempo 10″2 – cronometraggio manuale, all’epoca – ma il tedesco è avanti di pochi centimetri ed è campione olimpico. Terzo è Radford mentre Norton, deluso, chiude solo sesto.

Qualche giorno dopo Armin Hary si metterà al collo anche l’oro in staffetta, complice la squalifica degli americani, ma si è garantito gloria perpetua per essere il primo velocista che non parla inglese a sedere nell’Olimpo dei vincitori dei 100 metri.

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