KARL MALONE, IL POSTINO DEL BASKET NBA

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Karl Malone in azione – da basketinside.com

Lo chiamavanoil postino” perchè, di riffa o di raffa, brutto o bello che fosse, portava sempre a compimento il lavoro. E il suo mestiere di cestista, Karl Malone, lo ha fatto mirabilmente, tra i più efficaci di sempre, con l’unico neo di un anello NBA mai messo al dito.

Ma raccontiamola dal principio la storia di questo gigante dalle proporzioni armoniose, pressochè perfette, 2 metri 06 centimetri per 116 chilogrammi di peso, nato a Summerfield il 24 giugno 1963, che in gioventù indossa la casacca della Louisiana Tech University. Il ragazzo denuncia ben presto un talento raro, ala grande che può giocare spalle a canestro ma con un invidiabile tiro dalla media distanza ed una fisicità esplosiva.

L’NBA lo sceglie al primo giro del 1985, numero tredici in mano agli Utah Jazz, in una sessione che elegge – prima di Karl – Patrick Ewing – che sarà stella parimenti e suo fiero avversario -, Mullin e McDaniel ma anche clamorose bufale come Benjamin, Koncak e Pinckeny. E nella fredda, anonima Salt Lake City Malone disegnarà una carriera favolosa, che si avvia con una stagione da rookie già carica di promesse, 14.9 punti a partita e 8.9 rimbalzi di media a fianco di una stella come Adrian Dantley, un pivottone come Mark Eaton e un giovanotto in regia, scelto l’anno prima, che con lui formerà forse la coppia più performante della storia della Lega.

Già, proprio quel John Stockton – fosforo e intelligenza cestistica allo stato puro – che per i successivi diciotto anni costruisce con Malone le fortune di Utah che ha in panchina un altro fedelissimo, coach Jerry Sloan. I Jazz crescono anno dopo anno, Malone è spesso immarcabile e la sua produttività offensiva lo vede sempre ben oltre i venti punti di media a stagione. Nella stagione 1989-1990 Malone chiude con 31.0 punti a partita, secondo solo a sua maestà Jordan e massimo in carriera, a rimbalzo è sempre in doppia cifra e non fallisce mai l’accesso ai play-off.

Il pick-and-roll, ovvero l’ala grande/centro che blocca a favore del proprio palleggiatore che si trova così libero al tiro, diventa l’azione più gettonata nella manovra di Utah, Stockton to Malone quando il playmaker serve il compagno che nel frattempo taglia verso l’area avversaria per appoggiare a canestro. Lo schema è semplice, forse anche prevedibile, ma Stockton opera una frazione di secondo prima del suo marcatore e Malone in entrata non può essere contenuto.

mal e jorda
Jordan e Malone – da exnba.com

E così Utah vola, anche se sono gli anni del dominio di Chicago e di Jordan. Nell’età della maturità Malone, maglietta numero 32 che verrà ovviamente ritirata a carriera conclusa, che nel frattempo si è meritato ben undici convocazioni consecutive all’All Star Game, che diventeranno quattordici con le altre tre di fine carriera, giunge infine al traguardo più ambito, la finale NBA proprio con i Chicago Bulls. Ma il suo sogno di diventare campione del mondo si infrange contro Jordan, che nel 1997 vince la serie 4-2, e l’anno dopo, proprio strappando palla in gara-6 dalle mani di Malone, mette la parola fine al sogno del “postino“.

Malone continua a segnare a valanga, tanto che i suoi 36.928 punti sono il secondo score di sempre alle spalle di Jabbar, per due volte è MVP dell’anno – 1997 e 1999 – per poi collezionare una serie impressionante di record. Ma ci piace particolarmente ricordare che nelle diciotto stagioni con Utah salta solo nove partite, perchè è ben allenato, ha muscoli da superuomo e coniuga al talento la saggezza di una vita extra-sportiva senza eccessi. Il che, per i campioni NBA, non è proprio una certezza matematica.

Alla veneranda età di 40 anni, saziato anche da due medaglie d’oro olimpiche con il Team Usa, ma non saturo di basket, si trasferisce ai Los Lakers, favoriti per il titolo con un quintetto che si appoggia a Shaquille O’Neal, Kobe Bryant e Gary Payton. Ma qui la dea bendata ci mette lo zampino, Malone per la prima volta in carriera si infortuna al ginocchio destro saltando metà stagione regolare. Torna in corsa per play-off e finale, la terza contro i Detroit Pistons, ma qui il ginocchio fa di nuovo i capricci, gioca zoppo le prime quattro gare per mancare nella quinta, ultima sfida che lo vede ancora perdente all’atto decisivo.

La meravigliosa storia sportiva di Malone si chiude qui, l’anno dopo è free agent, viene accostato a New York e San Antonio ma il 13 febbraio 2005, al Delta Center che è stata la casa dei suoi successi con Utah, annuncia il suo ritiro dall’attività: il “postino“, svolto come meglio non potrebbe il suo lavoro, saluta e se ne va in pensione.

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