PAOLA MAGONI, UNA STELLA NELLA NEBBIA DI SARAJEVO

Paola Magoni in trionfo - da olympialab.com
Paola Magoni in trionfo – da olympialab.com

E’ la mattina di venerdì 17 febbraio 1984 – in barba alla cabala – e nel cielo che sovrasta la montagna di Jahorina situata a sud-est di Sarajevo si addensano nubi minacciose. Giovani ragazze stanno per avviarsi al cancelletto di partenza della prova olimpica di slalom speciale e si ha la sensazione che sarà una giornata radiosa per i colori italiani, illuminata come sarà da una stella di nome Paola Magoni.

E’ l’ultima prova al femminile della kermesse a cinque cerchi ed è l’occasione per mettersi al collo il metallo più prezioso per la regina tra i pali stretti, la svizzera Erika Hess dal talento smisurato, magari la sua grande avversaria di quegli anni, l’aggressiva e possente americana Tamara McKinney, o forse la temibilissima francese Perrine Pelen, scricciolo che danza tra i pali con leggerezza e maestria. Le austriache si affidano a due giovani poco più che ventenni di grande presente e luminoso futuro, Roswitha Steiner e Anni Kronbichler già vincitrici in Coppa del Mondo, l’americana Christin Cooper è sempre tra le migliori e ci sono pure due gemelle polacche, Dorota e Malgorzata Tlalka, tra le possibili outsiders.

L’Italia ha ambizioni importanti per una prova che ne può salvare il bilancio fino ad allora catastrofico nello sci alpino, affidandosi a Maria Rosa Quario e Daniela Zini, rilanciate dalle vittorie in Coppa del Mondo poche settimane prima a Sestriere e Limone Piemonte. Insomma, le pretendenti autorevoli sono molte ma lo sviluppo della gara non rispettarà proprio le attese della vigilia.

Il cielo è grigio, la luce traditrice e il disegno del tracciato impegnativo al punto da provocare una ecatombe di favorite già in una prima manche dall’esito a sorpresa. La Francia si gioca la carta che non ti aspetti, Christelle Guignard ventunenne di Les Deux Alpes, che chiude in testa col tempo di 48″71 sopravanzando di 10 centesimi Ursula Konzett, di 13 Kronbichler e 14 Paoletta Magoni e Perrine Pelen appaiate al quarto posto, in rampa di lancio per piazzare l’affondo vincente. Erika Hess è lontana, Zini e Quario occupano posizioni di rincalzo mentre sono già fuori dai giochi le due americane, McKinney e Cooper.

Ma quel che succede nella seconda discesa ha dell’incredibile. E qui si scrive la parabola olimpica, straordinaria, di Paola Magoni, diciannovenne di Selvino, mai sul podio in Coppa del Mondo ma grintosa, audace e con l’incoscienza della sua giovane età. L’azzurra ha sciato composta ma determinata nella prima manche, nella seconda partorisce il capolavoro della carriera aggredendo le porte e portando a valle gli attrezzi che ha sotto i piedi ad una velocità vietata alle altre concorrenti. All’epoca c’è l’inversione delle prime cinque, Magoni scende con la pista perfetta sbucando dalla fitta coltre di nebbia che avvolge il tracciato col tempo di 47″62. Al cancelletto di partenza le avversarie sanno che l’impresa è difficile, e naufragano lontane. La francese Pelen limita i danni a 91centesimi e troverà posto sul secondo gradino del podio, Kronbichler addirittura scivola in ottava posizione, Ursula Konzett salva la medaglia di bronzo dal tentativo di rimonta di Hess e Steiner che scenderanno più tardi. Tocca a Christelle Guignard, ma la tensione attanaglia la francese che salta e mette al collo di Paola Magoni la medaglia d’oro.

E così il sole, che in quella giornata di Sarajevo non fece capolino tra le montagne che anni dopo saranno teatro di tragedie ben più grandi di una vicenda sportiva, sbucò dalla nebbia e illuminò il cielo azzurro, radioso in terra jugoslava. Grazie Paoletta.

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