OLIMPIADI 1980: LA VITTORIA DI MENNEA NEI 200 METRI

Nel 1980 la XXII edizione delle Olimpiadi si trasferisce a Mosca ma la kermesse a cinque cerchi, nonostante l’appeal e la dolcezza della mascotte Misha, si presenta con l’abito dimezzato: per la prima volta nella storia gli Stati Uniti, e con loro potenze atletiche come Cina, Giappone e altri 63 paesi, boicottano l’evento in risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan a gennaio. La politica si fonde allo sport e l’onta verrà bissata quattro anni dopo dal blocco comunista e non è proprio un bel vedere, anche perchè da un punto di vista tecnico l’assenza degli americani influì pesantemente sul contenuto qualitativo di molte competizioni.

Pietro Mennea trionfa a Mosca nel 1980 - da olimpiadi.blogosfere.it
Pietro Mennea trionfa a Mosca nel 1980 – da olimpiadi.blogosfere.it

Tra queste l’atletica leggera, e in special modo la velocità, la regina delle Olimpiadi, fu tra le discipline più penalizzate, nondimeno sui 200 metri andò in scena una sfida epica. Pietro Mennea, barlettano 28enne, è da almeno otto anni tra i migliori interpreti al mondo: per lui, già vincitore della medaglia di bronzo sui 200 metri nel 1972 in una Monaco lordata dal sangue di “settembre nero“, campione europeo sui 100 e 200 metri nel 1978 a Praga e detentore del record del mondo sul mezzo giro di pista con il favoloso tempo di 19secondi 72centesimi realizzato in altura, a Città del Messico, nel corso delle Universiadi a cui ha partecipato in virtù della sua frequentazione all’ateneo di scienze politiche, è l’occasione della vita.

A Mosca Mennea, liberato dalla presenza ingombrante del suo avversario storico, il russo Valerij Borzov, costretto al ritiro dall’attività da un infortunio, veste i panni del grande favorito, anche se qualche giorno prima ha subito una cocente sconfitta con l’eliminazione nella semifinale dei 100 metri, chiusa al sesto posto con il tempo mediocre di 10secondi 58centesimi. Ma i 200 metri sono il suo terreno di battaglia preferito, l’orgoglio è ferito ma integro e il desiderio di rivalsa smisurato, anche perchè c’è da riscattare il beffardo quarto posto delle Olimpiadi di Montreal di quattro anni addietro. Il vincitore di allora, il giamaicano Don Quarrie, è l’altro pretendente alla medaglia d’oro, ma in lizza ci sono anche il possente britannico Alan Wells, che ha appena vinto proprio i 100 metri, e il cubano Silvio Leonard.

Mennea passeggia in batteria, 21secondi 26centesimi, vince ai quarti con un buon 20secondi 60centesimi – secondo miglior cronometro – e nella prima semifinale sopravanza di poco Don Quarrie, 20secondi 70centesimi, mentre nella seconda Leonard vince con il tempo di 20secondi 61centesimi e Wells, solo quarto, si qualifica per il rotto della cuffia.

In finale Wells è in settima corsia e parte a grandi falcate, Quarrie e Leonard lo tallonano da vicino con Mennea, a cui il sorteggio ha riservato l’ottava corsia, che sembra arrancare nelle retrovie. La sconfitta si profila all’orizzonte per l’azzurro, e sarebbe l’ennesima beffa olimpica, ma qui il profilo del fuoriclasse e la grinta del lottatore indomito emergono e il rettilineo che porta al traguardo è momento vietato ai cardiopatici. Mennea rimonta progressivamente, risucchia i caraibici e proprio ad un soffio dalla linea brucia Wells, chiudendo in 20secondi 19centesimi, due centesimi meglio dell’inglese. Sul terzo gradino del podio si piazza Quarrie, 20secondi 29centesimi, che anticipa di un niente Leonard.

L’Italia torna a vincere i 200 metri a venti anni di distanza dall’exploit dell’altro grande interprete tricolore della velocità, Livio Berruti che trionfò a Roma nel 1960, e l’immagine di Mennea che a braccia spalancate sprigiona una gioia incontenibile è conservata nelle teche RAI – con l’indimenticabile telecronaca di quel gran cantore che fu Paolo Rosi – tra le gemme più preziose dello sport italiano.

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